Ricevo e pubblico da Gaetano Saglimbeni - sito web gaetanosaglimbenitaormina - indirizzo e@mail

TUTTA COLPA DI BERLUSCONI

Tutti “grandi economisti” i politici anti-Berlusconi;

ma il debito più alto d’Europa non l’hanno lasciato loro?

15 maggio 2005

 

La crisi dell’industria non si risolve con l’assistenzialismo di Stato

 

Per i leader delle sinistre “illuminate”, i dati statistici pubblicati dall’Istat sono di due tipi: quelli sfavorevoli al governo (che vanno dunque benissimo per la loro propaganda disfattista) sono “veri”, elaborati in maniera perfetta che più perfetta non si può, mentre quelli che portano acqua al mulino del governo, evidenziandone qualche merito, sono “truccati, elaborati con artifici se non del tutto falsi”,  anche se a confermarne l’autenticità sono l’Eurostat o altri istituti internazionali.

 

Facciamo qualche esempio, per chiarezza. Se l’Istat e l’Eurostat dicono in maniera univoca che la disoccupazione in Francia è salita al 10,2 per cento, in Germania ha raggiunto quota 12,8 (la più alta dagli anni del dopoguerra), nella Unione europea è all’8,9 e in Italia dal 12-13 degli anni dei governi Prodi-D’Alema-Amato è scesa con Berlusconi all’8,1 per cento, Fassino e Rutelli, Bertinotti e Diliberto, Mastella e Pecoraro Scanio strillano in coro che i dati sono “falsi” (non Prodi, il quale proprio non se la sente, in queste occasioni, di smentire l’Eurostat che per cinque anni ha operato alle sue dipendenze). Stesse accuse delle sinistre nei confronti del “governo baro” quando i dati confermano che l’inflazione in Italia è la più bassa d’Europa, all’1,9 per cento.

 

Ed invece tutto cambia, per assumere toni non dissimili da quelli trionfalistici che di solito si sfoderano per una grande vittoria, quando le cose per Berlusconi (e quindi per gli italiani, ma questo alle sinistre importa poco) non vanno bene, come è successo l’altro giorno con i dati sul prodotto interno lordo, sceso al -0,5 per cento. E’ il compagno Prodi questa volta ad esibirsi per primo in televisione, per spiegare agli italiani con faccia da funerale che i dati “confermano purtroppo una situazione molto grave”. E con lui, i Rutelli, Fassino, Di Pietro, Diliberto, Bertinotti, tutti con facce sorprendentemente e insolitamente radiose.

 

Un dato negativo, certo, quello del Pil, e nessuno intende sottovalutarlo. Ma pensano davvero, i signori delle sinistre, che sia da attribuire esclusivamente all’attuale governo la responsabilità della difficile situazione economica? Che non c’entrino per nulla i precedenti governi (del centrosinistra e delle sinistre-Ulivo), il pauroso debito pubblico (il più alto d’Europa) lasciato in eredità agli italiani, dopo decenni di finanza allegra, sperperi, svendite di beni pubblici, elargizioni di miliardi a fondo perduto alle industrie, che hanno completamente svuotato le casse dello Stato e le tasche degli italiani?

 

Alcune considerazioni mi sembrano doverose, ed un paio di domande per Prodi, Fassino e compagni, per i sindacalisti della Cgil, Cisl e Uil, e qualcuna anche per Luca Cordero di Montezemolo, nella sua duplice veste di presidente della Confindustria e della Fiat. Partendo proprio dal dato del Pil, che ha sorpreso (bisogna chiarire) non tanto e non soltanto per l’entità del calo quanto per il fatto che la flessione si sia registrata in coincidenza con il sensibile passo avanti registrato nello stesso trimestre in questo settore da Paesi come la Francia e Germania che stavano peggio di noi (e stanno ancora peggio dell’Italia in fatto di occupazione, inflazione, sforamento dei parametri di Maastricht, etc.).

 

Perché l’industria italiana ha prodotto e produce così poco? Semplice la risposta, se si guarda la realtà per quella che è, senza infingimenti e distorsioni di parte. E’ da almeno tre anni che la Fiat, per un secolo industria-simbolo della economia italiana, va male, malissimo, fino ad arrivare (lo hanno scritto a chiare lettere i giornali) ad un passo dal fallimento: stabilimenti chiusi per lunghi periodi (qualcuno per sempre), licenziamenti e cassa integrazione oltre il lecito e l’immaginabile, una produzione dimezzata, in certi momenti ridotta al lumicino (per difficoltà di mercato, si è detto, ma anche per scioperi in serie, non sempre per motivi di lavoro, spesso per manifestazioni politiche indette da sindacati super-politicizzati). Ed era inevitabile che il prodotto interno lordo dell’intero Paese, date le dimensioni della azienda Fiat, ne risentisse enormemente.

 

Cosa volevano Fassino e Bertinotti, D’Alema e Diliberto, Rutelli e Pecoraro Scanio, ed i sindacalisti Epifani, Pezzotta ed Angeletti: che il governo italiano, cedendo alla richieste di Montezemolo presidente della Fiat e della Confindustria, continuasse ad elargire alla Fiat miliardi a fondo perduto, come avevano fatto per mezzo secolo al tempo degli Agnelli i governi di centrosinistra prima e quelli delle sinistre-Ulivo dopo? L’imprenditore-politico Berlusconi ha detto “no” per due motivi: primo, perché riteneva “immorali e assolutamente improduttive” quelle elargizioni di denaro pubblico, prelevato dalle tasche dei cittadini con le tasse più alte d’Europa; secondo, perché l’Unione europea (e questo il prof. Prodi, da ex presidente della Commissione, non può non saperlo) non consente più ai governi dei Paesi membri di dare “aiuti di Stato” alle imprese. E dunque, dicono in Europa, ciascuno vada avanti con le sue gambe, facendo una politica industriale seria, anziché adagiarsi (come la Fiat ha fatto per troppo tempo) sulle graziose e sempre più generose elargizioni dei governi.

 

Ma il mio discorso, sul caso Fiat, non può fermarsi qui. Se vogliamo capire davvero come si sia arrivati in Italia al debito più alto d’Europa (“il terzo”, sottolinea amaramente Berlusconi, “nella poco edificante classifica dei Paesi più indebitati del mondo”), dobbiamo ritornare indietro di una ventina di anni, quando il governo italiano di centrosinistra decise di vendere due aziende automobilistiche dal passato glorioso, Alfa Romeo e Lancia, che erano considerate “autentici gioielli di Stato”, ma la cui gestione (con la montagna di debiti che si era accumulata nel tempo) non era più sostenibile dallo Stato, e cioè con i soldi di tutti noi cittadini, ricchi e poveri.

 

Molti (ricordate, amici lettori?) gli acquirenti in pectore: in Europa, in America, in Giappone. Tra i più decisi ad assicurarsi i due “gioielli” italiani, con offerte assai allettanti e pagamento in contanti, l’americana Ford e la giapponese Toyota. Mesi e mesi di trattative. Ed alla fine, con uno dei clamorosi colpi di scena che sono purtroppo abituali in una Italia dove con il denaro pubblico “si compra al massimo e si vende al minimo”, a chi andarono Alfa Romeo e Francia? Alla Fiat, per una somma di molto inferiore a quella che lo Stato italiano avrebbe potuto incassare dalle due offerte americana e giapponese, e non in contanti ma con pagamenti rateali (che a tutt’oggi, insinua qualcuno, non sarebbero stati completati).

 

Avvenivano così i grandi affari, in quegli anni, nei palazzi del potere. Erano gli anni in cui il prof. Prodi, presidente dell’Iri, pensava tranquillamente di poter vendere (“svendere”, ha detto Berlusconi in tribunale) all’ing. Carlo De Benedetti per 395 miliardi delle vecchie lire le aziende alimentari della Sme che poi (per l’intervento dalla cordata Barilla-Ferrero-Berlusconi con una offerta superiore ed il blocco della operazione ordinato dalla magistratura) sarebbero state vendute (udite, udite!) per ben 2 mila miliardi.

 

Una delle domande che vorrei porre al prof. Prodi (unico leader della prima Repubblica ancora in prima linea nella seconda), ed ai suoi colleghi ex democristiani De Mita, Andreotti, Martinazzoli, Mastella, Gerardo Bianco, agli ex sindacalisti Bertinotti, D’Antoni, Benvenuto, Franco Marini, Del Turco (oggi deputati della “Unione” di Prodi i primi quattro e Del Turco neo governatore della Regione Marche), è questa: non pensano che la cessione-svendita dei due prestigiosi marchi Alfa Romeo e Lancia alla Fiat sia stata un duplice delitto, contro il patrimonio dello Stato e gli interessi dei lavoratori? Inglobate nel calderone della Fiat, le due gloriose case automobilistiche sono rimaste per troppo tempo nell’ombra, perdendo sempre più mercato (forse anche prestigio), ed alla fine non hanno potuto evitare di essere coinvolte anch’esse nella paurosa crisi della casa madre.

 

Così, al danno per lo Stato (il mancato introito dei cospicui capitali in contanti che offrivano americani e giapponesi) si è aggiunta anche una duplice beffa: per lo Stato (che alle elargizioni di denaro pubblico a fondo perduto, assicurate per decenni alla Fiat, ne ha dovuto aggiungere altre per Alfa Romeo e Lancia, sempre più in difficoltà) e per i lavoratori, molti dei quali, per la progressiva chiusura di stabilimenti, sono finiti prima in cassa integrazione e poi sul lastrico. Questi gli sconvolgenti risultati dei grandi affari politico-finanziari che i “progressisti illuminati” della prima Repubblica (oggi tutti nella “Unione” del neo compagno Prodi) conducevano per conto dello Stato italiano. Ed i sindacati, naturalmente, stavano a guardare, avallando con il loro colpevole silenzio operazioni così disastrose per le finanze pubbliche e per i lavoratori.

 

E torniamo così al punto da cui siamo partiti. Chiedendo a Prodi e compagni, ai sindacalisti di ieri ed a quelli di oggi (Epifani, Pezzotta e  Angeletti): perché il prodotto interno lordo in Italia è andato indietro nel primo trimestre del 2005 ed è andato avanti invece nello stesso periodo in Paesi come Francia e Germania che stavano (e stanno ancora oggi in fatto di occupazione, inflazione, etc.) peggio di noi?

 

Penso che non si debba essere necessariamente “grandi economisti” o autorevoli esponenti delle sinistre “illuminate” per rispondere che l’industria italiana ha prodotto e produce poco perché la sua azienda-leader, la Fiat degli Agnelli ed oggi di Montezemolo,  che in Italia opera da anni in regime di assoluto monopolio, produce da tempo poco o nulla (è di ieri la notizia della chiusura degli stabilimenti di Melfi per lo sciopero dei padroncini delle bisarche che trasportano le auto). Fin troppo chiaro che ben diversa sarebbe oggi in Italia la situazione in campo automobilistico se ad operare in concorrenza con la Fiat, in piena autonomia e con i fondi americani della Ford e quelli giapponesi della Toyota, ci fossero state due grosse case come Alfa Romeo e Lancia. In Francia l’industria marcia meglio dell’Italia perché due grandi e prestigiose case automobilistiche come Renault e Citroen producono a ritmo elevato; ed in Germania le cose vanno ancora meglio che in Francia perché a produrre a pieno ritmo sono colossi dell’auto come Volkswagen, Mercedes e BMW. Chiaro?

 

Sono tanti i politici “grandi economisti” di ieri e di oggi che discutono al capezzale della nostra industria ammalata. Prodi e Fassino, Diliberto e Bertinotti, Franceschini e Pecoraro Scanio, oggi sostenitori dell’assistenzialismo di Stato, dicono di avere in tasca “ricette miracolose” per salvare l’Italia, e mi domando perché non le abbiano tirate fuori nei sette anni e mezzo in cui sono stati al governo, dal 1994 al maggio del 2001, con quattro premier (Dini, Prodi, D’Alema e Amato) e bel 91 ministri. Gli italiani, di quel periodo, ricordano soltanto che hanno dovuto pagare senza fiatare le tasse più alte d’Europa ed una super-tassa per l’ingresso in Europa che lo stesso Prodi diceva di poter restituire nel giro di qualche anno e non hanno restituito né lui né i suoi successori D’Alema e Amato; e gli industriali, oggi in così evidente difficoltà, ricordano di essersi “dissanguati” a pagare una super-tassa su imprese e lavoro, la famigerata Irap (istituita da uno dei “super-illuminati” ministri economici della sinistra, Vincenzo Visco), che non esiste in nessuna parte del mondo, che l’Unione europea ha ritenuto “immorale e illegale” e Berlusconi ha già ridotto in parte e intende eliminare del tutto.

 

La realtà, piaccia o non piaccia a Prodi e compagni, è questa. E girarci attorno, con discorsi fumosi e assolutamente incomprensibili, non serve a nulla. Solo ad aggravare una situazione che è già preoccupante, incancrenita da anni di immobilismo, dalle velleitarie e sbagliatissime diagnosi dei grandi “soloni della economia” accorsi al capezzale della industria “grande ammalata d’Italia”. Pensa l’alleato n. 1 del neo compagno Prodi, il Bertinotti di Rifondazione comunista che vuol portare al governo no-global, disubbidienti e centri sociali, di poter salvare l’economia italiana nazionalizzando le industrie, facendo accollare allo Stato oneri e debiti di aziende decotte che rischiano il fallimento, e respingendo i capitali dei grandi imprenditori stranieri?

 

Con le nazionalizzazioni delle industrie (è il caso di ricordarlo a chi l’ha dimenticato o finge di averlo dimenticato), con la chiusura ai  capitali stranieri, con la totale abolizione della proprietà privata che è uno dei cavalli di battaglia del Bertinotti, il comunismo è crollato miseramente nella ex Unione sovietica e nei Paesi dell’Est europeo: sul piano economico, prima che su quello ideologico-politico. Queste cose anche Rutelli e Di Pietro le sanno. Possibile che l’economista Prodi ed i grandi cervelli della sinistra “illuminata” non ne abbiano mai saputo e non ne sappiano nulla?

  

Gaetano Saglimbeni 

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