|
Ricevo e pubblico da Gaetano Saglimbeni - sito web gaetanosaglimbenitaormina - indirizzo e@mail - prendi il font Holliwood hill REDIVIVI DEMOCRISTIANI CRESCONO MA LO FANNO MALE Le stucchevoli polemiche sulla leadership nella Casa delle libertA'
Ma Casini e Follini lo ricordano che senza i “regali” di Berlusconi non sarebbero in Parlamento? 3 Agosto 2005
Ha cominciato Pier Ferdinando Casini, presidente della Camera e “padre nobile” dell’Udc, a dire che “o la Casa delle libertà cambia o perderà le elezioni del 2006”. E adesso è il fido segretario dell’Udc Marco Follini a ribadire che, per scongiurare la vittoria di Prodi, Fassino, Bertinotti e compagni, è necessario nel centrodestra un “atto di discontinuità rispetto al passato”, concetto di altissima fattura ex democristiana con il quale si vuol dire che probabilmente non è più il caso di ripresentare Berlusconi.
E’ stato e continua ad essere il “leit-motiv” della legislatura, lo spasmodico desiderio dell’Udc (il più piccolo partito della coalizione che stravinse le elezioni politiche del 2001) di mettere da parte il fondatore e leader di Forza Italia. Per sostituirlo con chi, come candidato della Casa delle libertà da opporre alla coalizione delle sinistre-Ulivo, nessuno lo dice. Si dice semplicemente che bisogna adesso affrettarsi a costituire il nuovo partito unico del centrodestra (che è stato Berlusconi, è il caso di ricordarlo, a proporre per primo) e poi, con i vertici del nuovo partito che saranno espressi da un regolare congresso, sarà indicato anche il candidato della coalizione per le politiche del 2006.
Nulla da eccepire, naturalmente, se la finalità è quella di fare chiarezza e ridare alla Casa delle libertà la forza propulsiva unitaria del 2001. C’è soltanto da chiedersi perché tutto questo non sia stato fatto alcuni mesi fa, quando Berlusconi ha avanzato la proposta e annunciato senza mezzi termini che, con il nuovo partito, era pronto a mettere tutto in discussione, sia la “leadership” che la ricandidatura alla presidenza del Consiglio. Tutti a mostrare cautela, allora, a prendere tempo, per una riflessione adeguata e una decisione ponderata. Che non è mai arrivata, né ufficialmente né ufficiosamente. Al punto che, per le riserve (più che legittime, ovviamente) espresse un po’ da tutti i partiti della coalizione, l’unica soluzione possibile, vista l’urgenza di una decisione, è apparsa (a tutti) quella della riconferma di Berlusconi come candidato naturale della coalizione.
Tutti d’accordo, così almeno sembrava, fino alla mattina del 31 luglio, quando sul “Corriere della Sera” è apparsa l’intervista a Casini con il suo allarmatissimo “aut aut”. Che non era poi così drastico, come il titolo del giornale faceva capire. “Se non cambiamo, temo che perderemo”, diceva in realtà il presidente della Camera. E parlando del Berlusconi che invece si diceva (e si dice) certo di vincere, ha chiarito che, “se i sondaggi sono quelli che il leader di Forza Italia esibisce, la possibilità di vincere esiste, certamente”, pur ammettendo che lui ai sondaggi non ha mai creduto. Insomma, il classico “ un colpo al cerchio ed uno alla botte”, in cui il presidente della Camera è maestro (di scuola forlaniana). E c’è voluta l’intervista al segretario dell’Udc Follini, apparsa tre giorni dopo, per avere la certezza che il partito degli ex democristiani di centrodestra vuole in effetti rimettere tutto in discussione. Come? Con la creazione del partito unico ed un congresso a brevissima scadenza per decidere leadership e candidatura alla presidenza del Consiglio.
La risposta degli altri partiti della coalizione di centrodestra? “Berlusconi non si tocca”, rispondono la Lega con Bossi, Alleanza nazionale con Fini e Storace (qualche dubbio, in An, solo da uno degli ex triunviri, Alemanno), il Partito repubblicano con Giorgio La Malfa. Berlusconi dice di non comprendere le ragioni dell’ennesimo ripensamento dell’Udc, ma non ne fa certo un dramma: si limita a far presente che i tempi per costituire il nuovo partito, e renderlo operativo almeno al 60-70 per cento prima del voto del prossimo aprile, non ci sono più; ed anche (cosa molto importante) quello che i sondaggi dicono in maniera inequivocabile, e cioè che, presentando un partito unico senza un adeguato rodaggio elettorale e per giunta senza i simboli dei vecchi partiti, la sconfitta sarebbe certamente da prendere in seria considerazione. E comunque, dice ufficialmente il coordinatore nazionale azzurro Sandro Bondi: “Mettiamo le carte in tavola, per decidere nelle sedi opportune (non attraverso le interviste ai giornali) ed una volta per tutte”.
Una seria alternativa al partito unico potrebbe essere rappresentata dalle primarie, alle quali Berlusconi non ha mai ritenuto e non ritiene di doversi sottrarre. Solo che (ed questa la novità, che non saprei se definire più paradossale o grottesca) all’Udc di Follini le primarie non piacciono, e neppure a Buttiglione: loro preferiscono il congresso di un partito che ancora non c’è (e difficilmente potrà esserci prima delle elezioni). Le primarie, a sentir loro, non sono mai limpide, perché facilmente manovrabili.
Insomma, quello che vogliono gli ex democristiani dell’Udc ancora non si sa. Ed in Forza Italia c’è chi esprime forti riserve sulla buona fede di Casini, Follini e compagni. “Non vogliono che Berlusconi si ricandidi per la presidenza del Consiglio? Lo dicano ufficialmente”, la dura reazione della base del partito. “E ci dicano, soprattutto, con chi dovremmo andare alle elezioni. Con Casini, con Montezemolo? Per noi, senza Berlusconi si perde, chiunque sia il nostro candidato, e riconsegneremmo l’Italia ai signori Prodi, Fassino, Bertinotti, questa volta con seguito di movimenti di piazza, no-global, disubbidienti, centri sociali, pacifisti anti-americani, amici di Saddam Hussein, ed i terroristi islamici che hanno già dichiarato ufficialmente di volere il prof. Prodi alla guida dell’Italia”.
Ma c’è anche chi interpreta in altro modo la incredibile fregola a scoppio ritardato di Casini e Follini sul partito unico. “Presidente e segretario dell’Udc”, dicono in Forza Italia, “hanno da nascondere la fortissima emorragia di militanti che hanno abbandonato il partito per trasferirsi in massa nella nuova formazione del siciliano Raffaele Lombardo, che per adesso si chiama Movimento per l’autonomia e dovrebbe presto prendere il nome di Lega per il Sud, per bilanciare il peso che nella coalizione di centrodestra ha attualmente la Lega Nord. Certo, non è piacevole per un partito di governo che esprime anche la terza carica dello Stato (la presidenza della Camera, con Casini) esibire un numero di iscritti che adesso sarebbe addirittura inferiore a quello del 2001. Ed il partito unico servirebbe anche a questo: mischiare le carte per nascondere le defezioni”.
Era l’ultimo partito della coalizione, l’Udc, nel 2001: Casini e Buttiglione, che avevano da poco unificato i loro piccolissimi partiti senza prospettive, hanno raggiunto insieme il 3,5 per cento dei voti (meno del Di Pietro della Italia dei valori che è arrivato al 3,9), e con quella percentuale, in base alla legge elettorale vigente (che prevedeva e prevede il superamento della soglia minima del 4 per cento per entrare in Parlamento), non avevano diritto ad alcuna rappresentanza. Sono cifre tutt’altro che edificanti, certo, per gli ex democristiani dell’Udc; ed a ricordarle sono oggi, per motivi intuibili, i militanti di Forza Italia.
“Casini, Follini e Buttiglione”, dicono, “non devono dimenticare che se oggi sono in Parlamento, loro ed i loro amici, lo debbono alla straordinaria generosità del Berlusconi che ha regalato all’Udc, sapendo benissimo che non avrebbe superato lo sbarramento del 4 per cento, più di 40 seggi alla Camera nei collegi del maggioritario ed una trentina al Senato, per un totale di oltre 70 seggi”. E concludono: ”Nessuno pretende riconoscenza o gratitudine a vita, che in politica chiaramente non sono mai esistite e non esisteranno mai; ma un po’ di buon senso, questo sì, si può e si deve chiedere a chi è riuscito a restare sulla scena politica solo grazie ai regali di Berlusconi”.
Parole fin troppo chiare, mi pare, per chi ha orecchie e voglia di intendere.
Gaetano Saglimbeni
|
|||||