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Il Sisde rivaluta le Brigate rosse ??? No!
e' solo la balla di un intellettuale

a sin l'intestazione del sito del Governo italiano dedicato al Sisde

 

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Inquietanti analisi politico sociologiche che servono soltanto

a creare sconcerto e confusione tra le nuove generazioni

 

16 Agosto 2005

 

Gli intellettuali di sinistra, fiore all’occhiello dei comunisti   italiani e grande attrazione dei salotti “radical-chic” di ieri e di oggi, lanciarono trent’anni fa uno slogan-proclama che sconcertò non poco quelli della mia generazione: “Né con lo Stato né con le Brigate rosse”. Che non era, come qualcuno voleva far credere, “un modo saggio di porsi al di sopra delle parti per studiare il fenomeno terroristico senza partigianeria e tentare di comprenderlo, non certo di giustificarlo”, ma il tentativo (non riuscito) di far ottenere ai terroristi un riconoscimento ufficiale di “interlocutori” dello Stato, dando motivazioni ideologiche ai loro demenziali proclami e legittimazione politica ai loro barbari assassinii, con una “ubriacatura di parole” che non poteva non avere effetti rovinosi su tante coscienze immature e facilmente influenzabili.

 

E adesso, trent’anni dopo, cosa succede? Succede che vecchi e nuovi intellettuali delle sinistre “illuminate” non soltanto riprendono dissertazioni ed elucubrazioni trite e ritrite, decisamente condannate dai partiti democratici e dagli uomini di buon senso, ma ne aggiungono addirittura altre, non meno fuorvianti e pericolose delle vecchie. E, fatto davvero preoccupante, le pubblicano su riviste che appartengono alle istituzioni dello Stato e godono quindi di una certa autorevolezza e credibilità. La frase citata nel titolo (Il Sisde rivaluta le Brigate rosse) si riferisce ad un articolo che il “Corriere della Sera” ha ripreso da “Gnosis”, la rivista di Intelligence dei Servizi segreti civili che furono creati negli anni Settanta, insieme a quelli del Sismi (Servizi segreti militari), per combattere il terrorismo.

 

Autore dell’articolo è il prof. Pio Marconi, 64 anni, ordinario di Sociologia del diritto all’Università “La Sapienza” di Roma, ex segretario della Federazione giovanile comunista di Roma, trotzkista ed opinionista del “Manifesto”, poi autorevole esponente della Assemblea nazionale del Psi di Bettino Craxi e membro del Consiglio superiore della magistratura. Un intellettuale che la sinistra l’ha “percorsa” tutta, dal Pci di Togliatti al Psi di Craxi, con qualche strizzatina d’occhio ai velleitarismi rivoluzionari del Trotzkij nemico di Stalin, espulso dal partito e dall’Urss ed assassinato in Messico da un agente sovietico.

 

Quale sarebbe adesso la “scoperta” dell’ex trotzkista Marconi? Dice il professore-sociologo che, dopo avere studiato a lungo le risoluzioni della direzione strategica delle Brigate rosse dell’aprile 1975 e del febbraio 1978 ed i comunicati emessi dopo il sequestro Moro (marzo 1978), ha maturato la convinzione che il linguaggio di Curcio, Moretti e compagni “non era affatto delirante” ed il loro pensiero  politico “non era per nulla distaccato dalla realtà del tempo“. 

 

Una delle argomentazioni che, ricorda il professore, “furono più criticate e derise nei documenti delle Brigate rosse”  riguardava il Sim, lo Stato imperialista delle multinazionali che si preparava già ad assumere  poteri superiori agli Stati veri e propri. E quelle critiche, a sentir lui, erano assolutamente “infondate”, e  “ingiustificati erano gli sbeffeggiamenti”, perché gli autori di quelle risoluzioni “davano prova già allora di aver compreso precocemente alcuni fenomeni di trasformazione delle società industriali”.

 

“Molti di quei fenomeni, considerati sommariamente allora”, scrive testualmente il professore-sociologo, “diventeranno poi di patrimonio comune nel decennio seguente, anche in quegli ambienti che definivano delirio il ragionare brigatista: la preminenza dell’esecutivo, la decisione come criterio di semplificazione della complessità sociale, la funzione dei tecnici nella gestione della cosa pubblica, l’impiego della grande imprenditoria nella politica, l’erosione della sovranità provocata dalla mondializzazione”.

 

Niente “delirio” dunque, a sentire il professore, nei famigerati proclami delle Brigate rosse, ma un pensiero politico saldamente “agganciato alla realtà del tempo”, con intuizioni “illuminanti” sul futuro del mondo. E adesso, per onorare degnamente cotanto ingegno ed un impegno civile così esaltante al servizio dei popoli, cosa dovremmo fare: erigere un monumento in piazza Montecitorio al mitico fondatore Renato Curcio e nominare i “benemeriti” Mario Moretti, Barbara Balzerani, Giovanni Senzani e Desdemona Lioce senatori a vita?

 

da sinistra:

Renato Curcio - Barbara Balzerani - MarioMoretti

 

Mi domando cosa c’entrino dissertazioni da cattedra così forbite e appassionate (consigliabili, penso, più per l’indottrinamento ideologico-politico delle nuove generazioni che per la loro formazione culturale) con i barbari assassinii di Aldo Moro, Vittorio Bachelet, Ezio Tarantelli, Roberto Ruffilli, Massimo D’Antona, Marco Biagi. E’ stata la intuizione che lo Stato imperialista delle multinazionali avrebbe avuto presto il sopravvento sui vari Stati, con “il preoccupante intreccio di poteri economici e politici”, a “legittimare” le Brigate rosse a sparare? La mia impressione è che analisi politico-sociologiche come quelle del prof. Marconi, in cui si parla tanto di visioni strategiche della economia e pochissimo o per nulla di morti ammazzati, nascano più dalla voglia di “giustificare” che di “comprendere”  il fenomeno terroristico.

 

 

Scrive il “Corriere della Sera”, non nel titolo e nell’occhiello di prima pagina, e neppure nel titolo, occhiello e sommario della pagina interna, ma in uno degli ultimi capoversi del lungo articolo: “Sia chiaro: quello che Pio Marconi ha pubblicato sulla rivista ufficiale del Sisde non assolve per nulla le Brigate rosse dalle loro colpe, dalle loro azioni sanguinose che erano e restano prive di qualsiasi legittimazione”. Più che opportuna, la precisazione. Ma qualcuno dovrebbe spiegarci quel titolo in prima pagina (”I Servizi segreti rivalutano le Brigate rosse”), con quel “rivalutano” messo lì senza neppure le virgolette che di solito si usano per mitigare la durezza di certe espressioni.

 

Rivalutare, spiega lo Zingarelli, significa “restituire, riconoscere il valore di cosa o persona che era stata sottovalutata o mal giudicata”. E quel titolo, così secco e lapidario, può far solo pensare ad una sentenza di revisione critica ufficialmente pronunciata sulle Brigate rosse. Che chiaramente non c’è stata e non potrà mai esserci. Penso ai tanti lettori di giornali che si limitano a guardare i titoli: chi potrà mai togliere dalla loro mente, a quanti si sono limitati a leggere solo il titolo dell’articolo del “Corriere”, il convincimento che un riesame delle analisi politico-sociologiche dei brigatisti abbia portato una importante istituzione dello Stato come il Sisde alla loro “rivalutazione” ufficiale?

 

No, un titolo così inquietante e pericoloso, qualunque cosa abbia pensato o voluto dire il sociologo ex trotzkista Pio Marconi, non è da quotidiano d’informazione; e l’articolo, con le sue tiritere che sanno un po’ troppo di “excusatio non petita” (della quale nessuno sentiva il bisogno), non mi pare sia l’ideale per un dibattito serio e credibile sulla rivista ufficiale di una istituzione dello Stato nata per combattere il terrorismo. Bisogna pensare, seriamente e responsabilmente, agli effetti rovinosi che informazioni avventate (se non proprio dissennate)  possono avere ed hanno sulle nuove e vecchie generazioni.

 

Gli italiani non hanno nessuna voglia di ricercare giustificazioni ideologiche, politiche o sociologiche per gli assassini di Moro, Tarantelli, D’Antona, Biagi. Gli atti di barbarie che le Brigate rosse hanno compiuto restano atti di barbarie. E deliranti restano (come erano, caro prof. Marconi) le loro dotte ed incomprensibili risoluzioni: deliranti proclami di spietati assassini che cercavano e cercano alibi pseudo-politici per le loro efferatezze.

 

No, non può e non potrà mai esserci giustificazione alcuna per chi ha calpestato e calpesta le regole del vivere civile (né più né meno come fanno oggi gli sgozzatori ed i tagliatori di teste islamici). Nessuna apertura e possibilità di dialogo con chi ha tentato e tenta di sovvertire con atti di barbarie le istituzioni del mondo libero e democratico al quale l’Italia si onora di appartenere.

 

a sin. il ritrovamento del corpo di Moro - a dx. una fase del processone alle BR

 

Gaetano Saglimbeni 

 

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