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Ricevo e pubblico da Gaetano Saglimbeni - sito web gaetanosaglimbenitaormina - indirizzo e@mail LA CRISI DELL'INDUSTRIA NON SI RISOLVE CON L'ASSISTENZIALISMO DI STATO
Tutti “grandi economisti” i politici anti Berlusconi; ma il debito piU' alto d’Europa non l’hanno lasciato loro?
6 settembre 2005 Anche i leader delle sinistre “illuminate” cominciano a capire adesso che l’euro, insieme a qualche indubbio vantaggio (la stabilità della moneta, certamente, ed i tassi bassi per i mutui della casa), ha provocato disastri in tutta Europa, e non soltanto in Italia (come il prof. Prodi ha tentato per anni di far credere agli italiani). Hanno cominciato a capirlo leggendo i dati ufficiali dell’Eurostat, i quali non possono non confermare quel che i politici seri e le persone di buon senso dicono da tempo ed il prof. Prodi non sapeva o fingeva di non sapere, e cioè che gli unici Paesi della Unione europea con le economie in crescita sono i tre che non hanno voluto l’euro, Gran Bretagna, Svezia e Danimarca.
Ma la difficile situazione economica del nostro Paese dipende soltanto dall’euro o sono anche altre le ragioni che hanno contribuito a crearla? Non c’entra, in qualche modo (se non proprio in maniera determinante), il pauroso debito pubblico, il più alto d’Europa, lasciato in eredità agli italiani dai precedenti governi di centrosinistra e delle sinistre-Ulivo, dopo decenni di finanza allegra, sperperi, svendite di beni pubblici, elargizioni di miliardi a fondo perduto alle industrie, che hanno completamente svuotato le casse dello Stato e le tasche degli italiani?
Alcune considerazioni mi sembrano doverose, ed anche un paio di domande per Prodi, Fassino e compagni, per i sindacalisti della Cgil, Cisl e Uil, per Luca Cordero di Montezemolo, nella sua duplice veste di presidente della Confindustria e della Fiat. Questa, anzitutto: perché l’industria italiana ha prodotto e produce così poco? E’ da almeno tre anni che la Fiat, per un secolo industria-simbolo della economia italiana, va male, malissimo, fino ad arrivare (lo hanno scritto a chiare lettere i giornali di tutto il mondo) ad un passo dal fallimento: stabilimenti chiusi per lunghi periodi (qualcuno per sempre), licenziamenti e cassa integrazione oltre il lecito e l’immaginabile, una produzione dimezzata, in certi momenti ridotta al lumicino (per difficoltà di mercato, si è detto, ma anche per scioperi in serie, non sempre per motivi di lavoro, spesso per manifestazioni politiche indette da sindacati super-politicizzati). Ed era inevitabile che il prodotto interno lordo dell’intero Paese, date le dimensioni della azienda Fiat, ne risentisse enormemente.
Cosa volevano Prodi e Fassino, Bertinotti, D’Alema, Diliberto, Rutelli, Pecoraro Scanio, i sindacalisti Epifani, Pezzotta ed Angeletti: che il governo italiano, cedendo alla richieste del Montezemolo presidente della Fiat continuasse ad elargirle miliardi a fondo perduto, come avevano fatto per mezzo secolo al tempo degli Agnelli i governi del centrosinistra e delle sinistre-Ulivo? L’imprenditore-politico Berlusconi ha detto “no” per due motivi: primo, perché riteneva “immorali e assolutamente improduttive” quelle elargizioni di denaro pubblico, prelevato dalle tasche dei cittadini con le tasse più alte d’Europa; secondo, perché l’Unione europea (e questo il prof. Prodi, da ex presidente della Commissione, non può non saperlo) non consente più ai governi dei Paesi membri di dare “aiuti di Stato” alle imprese. E dunque, dicono in Europa, ciascuno vada avanti con le sue gambe, facendo una politica industriale seria, anziché adagiarsi (come la Fiat ha fatto per troppo tempo) sulle graziose e sempre più generose elargizioni dei governi.
Ma il discorso sul caso Fiat non può fermarsi qui. Se vogliamo capire davvero come si sia arrivati in Italia al debito più alto d’Europa, dobbiamo ritornare indietro di una ventina di anni, quando il governo italiano di centrosinistra decise di vendere e l’Iri del prof. Prodi vendette alcune importanti aziende di Stato. Svendette (si dovrebbe dire) a prezzi stracciati la Cirio-Bertolli-De Rica ad una società sconosciuta che poi fece affari d’oro rivendendo separatamente quei marchi a grossi operatori del settore; e due aziende automobilistiche dal passato glorioso, Alfa Romeo e Lancia, alla Fiat, che ebbe così la possibilità di rafforzare il suo monopolio.
Per Alfa Romeo e Lancia, erano molti gli acquirenti in pectore: in Europa, in America, in Giappone. Tra i più decisi ad assicurarsi i due “gioielli” italiani, con offerte assai allettanti e pagamento in contanti, l’americana Ford e la giapponese Toyota. Mesi e mesi di trattative. Ed alla fine, con uno dei clamorosi colpi di scena che sono purtroppo abituali in una Italia dove con il denaro pubblico “si compra al massimo e si vende al minimo”, a chi andarono Alfa Romeo e Francia? Agli Agnelli, per una somma di molto inferiore a quella che lo Stato italiano avrebbe incassare dalle due offerte americana e giapponese, e non in contanti ma con pagamenti rateali.
Avvenivano così, in quegli anni, i grandi affari nei palazzi del potere. Erano gli anni in cui il prof. Prodi, sempre da presidente dell’Iri, pensava tranquillamente di poter vendere (“svendere”, ha detto Berlusconi in tribunale) all’ing. Carlo De Benedetti per 395 miliardi delle vecchie lire le aziende alimentari della Sme che poi (per l’intervento dalla cordata Barilla-Ferrero-Berlusconi con una offerta superiore ed il blocco della operazione ordinato dalla magistratura) saranno vendute per 2 mila miliardi.
Domanda per il prof. Prodi (unico leader della prima Repubblica ancora in prima linea nella seconda), per i suoi colleghi ex democristiani De Mita, Andreotti, Mancino, Martinazzoli, Mastella, Gerardo Bianco, per gli ex sindacalisti Bertinotti, D’Antoni, Benvenuto, Marini, Del Turco (oggi deputati della “Unione” di Prodi i primi quattro e Del Turco neo governatore della Regione Abruzzo): non pensano che la cessione-svendita dei due prestigiosi marchi Alfa Romeo e Lancia alla Fiat sia stata un duplice delitto, contro il patrimonio dello Stato e gli interessi dei lavoratori? Inglobate nel calderone della Fiat, le due gloriose case automobilistiche sono rimaste per troppo tempo nell’ombra, perdendo sempre più mercato (forse anche prestigio), ed alla fine non hanno potuto evitare di essere coinvolte anch’esse nella paurosa crisi della casa madre.
Così, al danno per lo Stato (il mancato introito dei cospicui capitali in contanti che offrivano americani e giapponesi) si è aggiunta anche una duplice beffa: per lo Stato (che ha continuato ad elargire denaro pubblico a fondo perduto anche per Alfa Romeo e Lancia, oltre che per la Fiat) e per i lavoratori, molti dei quali, per la progressiva chiusura di stabilimenti, sono finiti prima in cassa integrazione e poi sul lastrico. Questi gli sconvolgenti risultati dei grandi affari politico-finanziari che i “progressisti illuminati” della prima Repubblica (oggi tutti nella “Unione” del neo compagno Prodi) conducevano per conto dello Stato italiano. Ed i sindacati, naturalmente, stavano a guardare, avallando con il loro colpevole silenzio operazioni così disastrose per le finanze pubbliche e per i lavoratori.
Penso che non si debba essere necessariamente “grandi economisti” per capire che l’industria italiana ha prodotto e produce poco perché la sua azienda-leader, la Fiat degli Agnelli ed oggi di Montezemolo, che in Italia opera da anni in regime di assoluto monopolio, produce pochissimo. Ben diversa, chiaramente, sarebbe oggi la situazione in campo automobilistico se ad operare in concorrenza con la Fiat, in piena autonomia e con i fondi americani della Ford e quelli giapponesi della Toyota, ci fossero state due grosse case come Alfa Romeo e Lancia.
Sono tanti i politici “grandi economisti” di ieri e di oggi che discutono al capezzale della nostra industria. Prodi e Fassino, Diliberto, Bertinotti, Rutelli e Pecoraro Scanio, oggi sostenitori dell’assistenzialismo di Stato, dicono di avere in tasca “ricette miracolose” per salvare l’Italia, e mi domando perché non le abbiano tirate fuori nei sette anni e mezzo in cui sono stati al governo, dal 1994 al maggio del 2001, con quattro premier (Dini, Prodi, D’Alema e Amato) e ben 91 ministri. Gli italiani, di quel periodo, ricordano soltanto che hanno dovuto pagare senza fiatare le tasse più alte d’Europa ed una super-tassa per l’ingresso in Europa che lo stesso Prodi diceva di poter restituire nel giro di qualche anno e non hanno restituito né lui né i suoi successori D’Alema e Amato; e gli industriali, oggi in così evidente difficoltà, ricordano di essersi “dissanguati” a pagare una super-tassa su imprese e lavoro, la famigerata Irap (istituita da uno dei “super-illuminati” ministri economici della sinistra, Vincenzo Visco), che non esiste in nessuna parte del mondo, che l’Unione europea ha ritenuto “immorale e illegale” e Berlusconi ha già ridotto in parte e intende eliminare del tutto.
La realtà, piaccia o non piaccia a Prodi e compagni, è questa. Una situazione incancrenita da anni di immobilismo, dalle velleitarie e sbagliatissime diagnosi dei “soloni della economia” accorsi al capezzale della industria “grande ammalata d’Italia”. Pensa l’alleato n. 1 del neo compagno Prodi, il Bertinotti di Rifondazione comunista che sette anni fa lo ha cacciato in malo modo da Palazzo Chigi, di poter salvare l’economia italiana nazionalizzando le industrie, facendo accollare allo Stato oneri e debiti di aziende decotte che rischiano il fallimento, e respingendo i capitali dei grandi imprenditori stranieri?
Con le nazionalizzazioni delle industrie (è il caso di ricordarlo a chi l’ha dimenticato o finge di averlo dimenticato), con la chiusura ai capitali stranieri, con la totale abolizione della proprietà privata che è uno dei cavalli di battaglia del Bertinotti, il comunismo è crollato miseramente nella ex Unione sovietica e nei Paesi dell’Est europeo: sul piano economico, va precisato, prima che su quello ideologico-politico. Queste cose anche Rutelli e Di Pietro le sanno. Possibile che l’economista Prodi ed i grandi cervelli della sinistra “illuminata” non ne abbiano mai saputo e non ne sappiano nulla?
Gaetano Saglimbeni |
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