Ricevo e pubblico da Gaetano Saglimbeni - sito web gaetanosaglimbenitaormina - indirizzo e@mail

LA SFIDA DI BERLUSCONI

per la campagna elettorale

MA IL COMPAGNO PRODI APPROVA O NO BERTINOTTI CHE VUOLE RIALZARE LE TASSE?

 

25 settembre 2005

 

 

“Il candidato delle sinistre deve spiegare agli elettori” dice il presidente del Consiglio, “quale risposta intende dare al leader di Rifondazione comunista su aumento delle tasse e patrimoniale, ed anche sulla abolizione della proprietà privata di cui Bertinotti
ha parlato ufficialmente al congresso di Venezia. Erano frottole di un fanfarone o qualcuno ha ordinato di non parlarne per adesso?"  

 

E’ già campagna elettorale tra le due coalizioni, anche se in campo per adesso sono soltanto i sette leader delle sinistre-Ulivo che il 16 ottobre si contenderanno la candidatura ufficiale alla presidenza del Consiglio per le elezioni della primavera 2006. Ed è subito sfida, senza esclusione di colpi, tra quelli che saranno certamente i candidati designati, Berlusconi per il centrodestra e Prodi per le sinistre-Ulivo.

 

 “Il neo compagno Prodi, il catastrofista-principe della politica italiana che per cinque anni, come presidente della Commissione europea (messo lì dal D’Alema che lo aveva scalzato dalla poltrona di presidente del Consiglio), non ha fatto altro che buttare fango sul nostro e suo Paese”, dice il premier Berlusconi, “continua a spararle grosse, deliziandoci in campagna elettorale con amenità da bambini e  futilità e banalità d’ogni genere (tipo “le nostre primarie sono più belle di quelle del centrodestra”, “noi siamo i più bravi”, “i nostri comunisti sono diversi dagli altri”, “soltanto noi possiamo salvare il Paese dal disastro”), senza avanzare una sola proposta seria per la soluzione dei problemi del nostro Paese; e guardandosi bene, soprattutto, dal chiarire agli italiani (e sarebbe questo il suo primo dovere) come riuscirà a mettere d’accordo, in caso di vittoria, il Bertinotti di Rifondazione comunista, i castro-comunisti di Cossutta e Diliberto (sempre più innamorati del Fidel cubano), i movimenti di piazza (no-global, disubbidienti, centri sociali e specialisti in ‘espropri proletari per il comunismo’) con il Rutelli della Margherita ed il Mastella dell’Udeur che di comunismo non vogliono sentir parlare (e neppure di socialdemocrazia, a sentire l’ineffabile presidente della Margherita). Deve spiegarlo agli elettori se approva il programma del suo ex ‘pugnalatore’ Bertinotti per il rialzo immediato delle tasse abbassate dal nostro governo e la istituzione della patrimoniale per i redditi medio-alti con la quale si vorrebbe far pagare a chi lavora il ‘salario garantito’ per tutti, anche per chi non ha voglia di trovarselo, un lavoRo, e ritiene di poter vivere in eterno alle spalle di chi lavora. O vuole continuare a far chiacchiere, il professore, per nascondere il vuoto del suo programma?”.

 

La risposta del leader delle sinistre-Ulivo, impegnatissimo in questi giorni a girare l’Italia con il suo Tir giallo, è quella che ripete da sempre: “Il presidente del Consiglio dovrebbe fare una sola cosa nell’interesse dell’Italia: dimettersi e favorire così l’immediato ritorno al voto”. Per il prof. Prodi, è chiaro, c’è un solo uomo che può salvare il nostro Paese dal disastro ed è lui: il Romano Prodi che, in politica da 27 anni (è stato ministro di Andreotti nel lontano 1978, poi presidente dell’Iri per nove anni con i governi Spadolini, Fanfani, Craxi, Goria, De Mita, quindi presidente del Consiglio con le sinistre-Ulivo per due anni e mezzo, dal 1996 al ‘98), ha contribuito in maniera determinante a regalare agli italiani il debito pubblico più alto d’Europa e adesso pensa di poterlo eliminare con il preziosissimo apporto dei Bertinotti, Cossutta, Diliberto, Di Pietro, Pecoraro Scanio, e dei no-global di Agnoletto, delle tute bianche di Casarini, dei disubbidienti di Francesco Caruso.

 

Liberissimo di pensarla come vuole, ovviamente, il professore neo compagno Prodi. “Ha soltanto il dovere”, è la secca replica del presidente del Consiglio, “di spiegar bene a tutti noi, dopo aver fatto il lungo elenco dei grandi leader che saranno al suo fianco, il tipo di terapia che intende adottare al capezzale della ‘grande ammalata’ Italia. Un leader che si ripropone per la presidenza del Consiglio dicendo che è lui  il più bravo, il più capace e il più serio, dopo essere stato costretto a lasciare quella poltrona a metà legislatura degli stessi compagni delle sinistre che lo avevano eletto, deve dircelo con chiarezza quello che pensa di fare: non può pretendere, come ha dichiarato il Mastella suo grande alleato, di essere votato sulla fiducia, per meriti che persino gli ex democristiani suoi amici fanno fatica a   riconoscergli. Il prof. Prodi, più che per quello che ha realizzato in 27 anni di attività politica, è famosissimo per il suo antico vezzo di comprare al massimo, con i soldi dello Stato, e vendere al minimo: una pratica che, lo dico da imprenditore, avrebbe portato al fallimento qualsiasi azienda privata, grande o piccola, in qualsiasi parte del mondo”.

 

Ed aggiunge: “Ho accettato il confronto in diretta televisiva con il neo compagno Prodi (non uno ma dieci, venti confronti, se sono necessari per fare chiarezza), proprio perché voglio costringerlo ad essere chiaro con gli italiani. Deve spiegare tante cose: perché le sinistre hanno accettato senza fiatare il cambio-capestro dell’euro a 1936,27 lire che ha dimezzato d’un colpo stipendi, pensioni ed i risparmi degli italiani; quali riforme hanno fatto le sinistre  nei cinque anni in cui sono state al governo, dal 1996 al 2001; perché al centrodestra non debba essere concesso di utilizzare in cinque anni due ministri dell’Economia (Tremonti e Siniscalco) ed alle sinistre-Ulivo di cambiare in cinque anni addirittura tre presidenti del Consiglio (Prodi, D’Alema, Amato) e di proporne poi un quarto (Rutelli) per le elezioni del 2001, non ritenendo evidentemente che i tre uscenti (o defenestrati) fossero all’altezza. E deve anche spiegare agli italiani perché debba essere considerato  ‘affidabile’ oggi il Bertinotti che sette anni fa lo costrinse a sloggiare da Palazzo Chigi”.

 

Cos’è cambiato, in questi anni? “Per me”, insiste Berlusconi, “super-comunista era allora, Bertinotti, e super-comunista è oggi. Quello che è cambiato è il professore, il quale nel 1996 si presentò agli italiani come ‘un moderato ex democristiano alla guida di una coalizione di sinistra’ (e fu poi defenestrato per lasciare la poltrona al comunista D’Alema) ed oggi si rivolge alle militanti ed ai militanti delle sinistre con un ‘care compagne, cari compagni’. Ma basta questa formale ‘comunanza ideologica’ a preservarlo da eventuali nuove  ‘pugnalate’ del Bertinotti? Il quale, come tutti sappiamo, ha sempre guardato e guarda alla sostanza delle cose. E la sostanza è che quel che chiede il segretario di Rifondazione comunista è esattamente il contrario di quello che dicono di potergli concedere i moderati della coalizione. Mi domando, se le cose stanno così, come pensa il professore di poter sanare questa profonda e assolutamente insanabile contraddizione”.

 

Che non riguarda soltanto tasse e patrimoniale. A terrorizzare gli italiani, molto più della patrimoniale che dovrebbe essere istituita per i redditi medio-alti in aggiunta alle tasse ordinarie, è l’abolizione della proprietà privata di cui Bertinotti ha parlato in marzo al congresso di Rifondazione comunista a Venezia. “Un comunista vero”, ha tetto testualmente il leader dell’estrema sinistra, “non può non porsi come obiettivo nel tempo l’abolizione della proprietà privata (che è sempre stata ed è causa di tutti i mali del mondo), insieme alla nazionalizzazione delle industrie, grandi e piccole, imprese artigianali e commerciali, servizi, trasporti”.

 

Chiaramente, se non siamo al comunismo di Lenin, Stalin e Breznev, poco ci manca. E stranamente, di un argomento così inquietante e aberrante, “punto essenziale” del programma annunciato da Rifondazione comunista a Venezia, non si parla in campagna elettorale. “Se diciamo agli italiani che con Prodi e Bertinotti gli italiani non saranno più proprietari nemmeno della casa che abitano e con la nazionalizzazione delle industrie dovremo pagare noi cittadini i debiti accumulati negli anni dalla Fiat”, hanno protestato a muso duro i moderati della Margherita e dell’Udeur, “possiamo rassegnarci sin da ora a perdere le elezioni del 2006”. Ed il professore, a quel punto, si è subito adoperato per metterci una pezza, convincendo il “gentleman rivoluzionario” Bertinotti, “per il bene della coalizione” (e cioè per continuare a prendere per i fondelli gli italiani), a non parlare di quegli “allarmistici progetti” in campagna elettorale.

 

S’è lasciato convincere solo in parte, il buon Bertinotti. Nel suo programma per le primarie non usa il termine “patrimoniale”, ma una frase più generica e articolata che parla di “attacco sistematico alle rendite, con tassazione di tutte le ricchezze finanziarie e patrimoniali”. Tace per adesso sulla “abolizione della proprietà privata”, ma per le  industrie da nazionalizzare chiede subito “un deciso intervento dello Stato a sostegno delle attività produttive”, che nella sostanza significa assunzione a carico della comunità dei debiti delle industrie private, che saremmo quindi noi cittadini, con le nostre tasse, a pagare.

 

 “Di queste cose dovremo parlare nei nostri confronti in Tv, il professore ed io”, conclude Berlusconi. “Chiederò ufficialmente al leader delle sinistre di spiegare agli italiani se erano frottole di un fanfarone, quelle raccontate da Bertinotti a Venezia, o drammatiche verità che qualcuno in campagna elettorale vuole nascondere. Ho già visto l’altra sera in Tv, a ‘Porta a porta’, come Bertinotti si sia trovato in difficoltà dinanzi alle domande che telefonicamente gli ho rivolto. Lui (bisogna riconoscergli questo grande merito) è uno dei pochissimi politici italiani abituati a parlar chiaro. E si è capito subito, proprio da quel suo imbarazzo, che c’è un interesse preciso a farlo tacere in campagna elettorale. No, nessuno deve tacere, davanti agli italiani. Costringerò il neo compagno Prodi a dire anche quello che pensa di non dover dire”. 

Gaetano Saglimbeni 

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