Ricevo e pubblico da Gaetano Saglimbeni - sito web gaetanosaglimbenitaormina - indirizzo e@mail

SENZA DI ME IL DESERTO
Le grottesche smargiassate del catastrofista Prodi

“Se non vinco io, l’Italia e' finita” dice.

E vuol salvarla portando al governo comunisti e no global?

 

 

31 Ottobre 2005

 

“La fine sarà per lui, non per l’Italia, che potrà crescere ancora di più nella libertà e nella democrazia”, la secca risposta di Sandro Bondi, coordinatore nazionale di Forza Italia. Confermata dal presidente Ciampi la ripresa economica, in linea con il resto d’Europa.

Nuove spaccature nella coalizione delle sinistre-Ulivo per i “diktat” di Bertinotti. Socialisti e radicali vogliono l’abrogazione del Concordato con il Vaticano e dell’8 per mille che i cittadini destinano alla Chiesa cattolica nella dichiarazione dei redditi.


 

Prodi come la Pompadour. “Après nous, le déluge” (“Dopo di noi, il diluvio”), la celeberrima frase pronunciata alla corte di Luigi XV da una delle più famose amanti della storia, Jeanne-Antoinette Poisson marchesa di Pompadour, poco prima che la rivoluzione francese spazzasse via, con la monarchia, anche i privilegi che la nobildonna rappresentava. “Se non vinco io, l‘Italia è finita”, le parole del prof. Prodi a pochi mesi dalle elezioni politiche con le quali il leader delle sinistre-Ulivo spera di riconquistare la poltrona di presidente del Consiglio che il Bertinotti di Rifondazione comunista, oggi di nuovo suo grande alleato, lo costrinse a lasciare (in un modo “che ancor l’offende”, per dirla con Dante) nel 1998.

 

Azzardato il raffronto tra la “favorita” del re Luigi XV di Francia e l’ex  presidente del Consiglio italiano prof. Prodi? Per certi aspetti, sì; e spero che la signora marchesa, nella tomba, non se ne adombri. Lei, oltre che per la sua bellezza, la profonda cultura e la enorme influenza che ebbe a corte (molto più della regina, a leggere le biografie), entrò nella storia per quello che riuscì a fare sia in politica che come protettrice di filosofi, letterati, artisti; mentre il professore non mi pare che abbia fatto o possa fare qualcosa di rilevante, in politica, in economia o in altri campi, per sperare di potersi ritagliare un posticino nella storia.

 

Nei nove anni che ha passato da democristiano alla presidenza dell’Iri, nella prima Repubblica, si è particolarmente distinto nel “comprare al massimo, con il denaro pubblico, e vendere al minimo”; come presidente del Consiglio, da leader delle sinistre-Ulivo, è stato cacciato a metà legislatura dagli stessi compagni di cordata che lo avevano eletto; ed a Bruxelles,  da presidente della Commissione europea (un graziosissimo regalo del D’Alema che gli aveva sottratto in Italia la poltrona di premier), è stato bollato dagli inglesi del “Financial Times” come “manager incapace che ha creato danni in misura decisamente superiore ai problemi che ha cercato di risolvere”.

 

In comune tra i due, possiamo dirlo con assoluta certezza, la immensa auto-stima, la incommensurabile considerazione di sé, delle proprie doti e capacità, che alla “favorita” di Luigi XV faceva dire “Dopo di noi, il diluvio” ed al professore neo compagno Prodi “Se non vinco io, l’Italia è finita”. E sulla credibilità delle loro profezie ricordare che in Francia il “diluvio” preconizzato dalla Pompadour si verificò puntualmente, mentre il prof. Prodi, che prevede catastrofi in serie per l’Italia da quattro anni e mezzo, dal giorno in cui Berlusconi ha messo piede a Palazzo Chigi, non ne ha mai (per nostra fortuna) azzeccata una. Diceva che l’Italia di Berlusconi era destinata alla miseria, al contrario degli altri Paesi della Unione europea che con l’euro, a sentir lui, erano diventati una sorta di “valle dell’Eden”, con tanta gente ricca e felice. Tutte balle, naturalmente. E adesso abbiamo scoperto non soltanto che in Europa c’era chi stava peggio di noi, a cominciare da Francia e Germania, ma anche che l’economia del vecchio continente, proprio con l’euro tanto esaltato dal professore, da terza che era nel mondo (dopo Stati Uniti e Giappone) è finita all’ultimo posto, superata persino da Argentina e Brasile che boccheggiavano fino a poco tempo fa.

 

Grottesca (nella sua irritante supponenza) la dichiarazione del Prodi novello Pompadour, che il “Corriere della Sera” ha riportato con un titolo a tutta pagina (un giornale, bisogna ricordare, che Stefania Craxi accusa di essersi trasformato da quotidiano indipendente dalle grandi tradizioni liberali in organo ufficiale del partito del neo compagno Prodi ed il segretario ds Fassino di fare politica di parte pubblicando “articoli non veritieri”). Ma non si trattava di dichiarazione “non veritiera”. Quella frase, verissima, il professore l’ha pronunciata (senza arrossire) nel corso di un incontro ufficiale con i rappresentanti della stampa estera in Italia. E autentica (ma non pubblicata, guarda caso, dal “Corriere”) è la secca risposta di Sandro Bondi, coordinatore nazionale di Forza Italia: “La fine sarà per lui, non per l’Italia. Stia tranquillo, il professore: con la prevedibilissima sconfitta dell’asse Prodi-Bertinotti, l’Italia  potrà crescere ancora di più nella libertà e democrazia, con le idee ed i programmi di gente seria che ha a cuore le sorti del proprio Paese, non con le volgari mistificazioni e menzogne di chi, per tentare di riconquistare il potere perduto, non ha fatto altro, in questi anni, che gettare fango sul suo e nostro Paese”.

 

Parole dure, taglienti, nei confronti di un avversario che, dicono nel centrodestra, cerca soltanto “diversivi” per distogliere l’attenzione degli italiani dalle mille contraddizioni di una coalizione che non riesce in nessun modo a presentare un programma rassicurante per l’elettorato moderato. Troppi ed assolutamente inaccettabili dagli ex democristiani di  Margherita e Udeur i  “diktat” di Bertinotti e compagni. Ha fatto di tutto, il professore, per convincere il segretario di Rifondazione comunista a star zitto in campagna elettorale sulla abolizione della proprietà privata e nazionalizzazione delle industrie, attività produttive e commerciali, servizi, trasporti, etc., di  aveva parlato a chiarissime lettere al congresso del partito a Venezia, ma può far poco o nulla adesso per bloccare una grana che potrebbe essere devastante per la coalizione: quella dei socialisti Sdi di Boselli che, stimolati dalla intesa con i radicali di Pannella, pretendono che nel programma da concordare venga inserito ufficialmente “il tema fondamentale di una rigorosa laicità dello Stato”, con l’abrogazione del Concordato con il Vaticano (firmato nel 1929 da Mussolini e revisionato da Craxi nel 1984) e dell'8 per mille che la stragrande maggioranza dei cittadini italiani destina alla Chiesa cattolica nella denuncia dei redditi. E perfettamente in linea con socialisti e radicali sono gli estremisti di sinistra, da Rifondazione comunista ai no-global, ai disubbidienti, ai centri sociali, agli incappucciati. “Basta con le ingerenze della Chiesa nelle questioni della Stato italiano”, tuona il Bertinotti; e assicura che, su questo punto, non transige.

 

Per il professore neo compagno Prodi, insomma, è già arrivato il momento del “redde rationem” che molto furbescamente voleva far slittare a dopo le elezioni, con il chiarissimo proposito di mettere poi gli elettori dinanzi al fatto (o misfatto) compiuto. Adesso, non può più tirarla per le lunghe. La gente vuol sapere subito, non ad elezioni avvenute, a che cosa va incontro votando Prodi, con il Bertinotti (molto più forte che nel 1998, con il 14,7 per cento dei consensi ottenuti alle primarie delle sinistre) che sarebbe in grado in qualsiasi momento di rimandarlo a casa, come fece sette anni fa. Cosa spera, il professore: che Rifondazione comunista, i socialisti di Boselli, i radicali di Pannella, i movimenti di piazza che hanno già portato con i loro voti l’estremista di sinistra Nichi Vendola alla presidenza della Regione Puglia, facciano finta in campagna elettorale di non volere più l’abrogazione del Concordato e dell’8 per mille destinato alla Chiesa cattolica nella denuncia dei redditi? Non mi pare che un leader serio possa prestarsi a pagliacciate del genere, per continuare nell’inganno degli elettori in maniera così cinica e spregiudicata.

 

A rendere ancora più drammatica la situazione (per il neo compagno Prodi, non per gli italiani), ci si è messo pure il suo grande amico Ciampi, il quale porta da giorni in giro per l’Italia la lieta novella di una economia che è già in sensibile ripresa, come in altri Paesi della Unione europea (comprese Francia e Germania che, in fatto di occupazione, continuano però a stare molto più indietro di noi). Si può non credere al presidente della Repubblica che, da economista serio, conferma autorevolmente ed ufficialmente quello che da tempo sostiene l’imprenditore-politico Berlusconi? Lo ha assicurato anche il governatore della Banca d’Italia, il Fazio super-contestato oggi da Prodi e compagni, che il peggio è passato, per l’economia italiana come per quella europea.

 
Per l’economia italiana come per quella europea: va sottolineato, a beneficio del leader politico ed economista Prodi che finge di non averlo inteso o capito. Un duro colpo, certo, per chi ci ha raccontato per anni la grossa balla dell’Europa ricca e felice con l’euro e di una Italia allo sfascio. Ma non può che prenderne atto, il professore, visto che la conferma della ripresa economica viene adesso dal capo dello Stato.

 

Dice che, se non vince lui, “l’Italia è finita”. Ma con chi vorrebbe salvarla, l’Italia, il professore? Con il Bertinotti di Rifondazione comunista che al congresso di Venezia (presente Prodi) ha detto in maniera chiara e inequivocabile che “un comunista vero, come lui vorrà essere ricordato, non può non porsi come obiettivo l’abolizione della proprietà privata”? Con i Cossutta e Diliberto che si dicono orgogliosi (ancora e sempre) di essere comunisti? Con l’armata Brancaleone dei movimenti di piazza che dagli “espropri proletari” sono già passati alle cospicue parcelle come super-esperti tuttologi e consulenti in Comuni, Province e Regioni, e sognano di poter arrivare, con le elezioni del 2006, ad incarichi e prebende anche nei palazzi del governo centrale?

 

Queste cose deve spiegare agli italiani il professore, con grande chiarezza e onestà. Chiarire come possa tenere insieme, in parlamento ed al governo, uomini, gruppi e gruppuscoli che ideologicamente e politicamente sono agli antipodi: gli ex democristiani della Margherita e Udeur, che con Rutelli e Mastella dicono che di comunismo non vogliono neppure sentir parlare, ed i Bertinotti, i Cossutta, i Diliberto che propongono per l’Italia tutto quello che sedici anni fa ha determinato la fine del comunismo nella ex Unione sovietica e nei Paesi dell’Est (oggi tutti nella Unione europea).

 

“Il Concordato non si tocca”, la risposta di Prodi (per adesso) ai socialisti, ai radicali ed al loro grande sostenitore Bertinotti. E mi domando quale credibilità possa avere e quali garanzie possa dare un leader politico che per molto meno, sette anni fa, fu licenziato in tronco dagli stessi compagni che lo avevano eletto. I governi si reggono sui numeri ed il professore sa benissimo che il cosiddetto “gruppo Prodi”, in un ipotetico governo delle sinistre-Ulivo, rappresenterebbe una minoranza assai sparuta. Per dirla in breve, il leader Prodi sarebbe nient’altro che un esecutore di ordini. Ed il giorno in cui non fosse più disposto ad eseguirli, gli ordini di Bertinotti e compagni, non gli resterebbe che fare le valige e tornarsene a casa. Come nell‘ottobre del 1998, appunto. Non è così, professore?

   

Gaetano Saglimbeni 

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