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Ricevo e pubblico da Gaetano Saglimbeni - sito web gaetanosaglimbenitaormina - indirizzo e@mail L'ARMATA BRANCALEONE PRESTO AL GOVERNO
L’armata Brancaleone delle sinistre al ritorno dalle crociate ora si candida alla guida del Paese
6 Dicembre 2005
“Siamo più bravi di Berlusconi, pronti a governare per salvare l’Italia”,
dice il comunista “pentito” Fassino
. Già decise le poltrone (in caso di vittoria del compagno Prodi) per il segretario di Rifondazione comunista Bertinotti, Cossutta e Diliberto del Pdci (orgogliosi di essere ancora e sempre comunisti), ed i no-global di Agnoletto, i centri sociali di Luca Casarini, i disubbidienti di Francesco Caruso, gli incappucciati di PaoloRivetta, candidato-fantasma con il professore nella “pagliacciata” delle primarie.
L’interrogativo è sempre quello, amici lettori: affidereste la progettazione delle vostra casa ad un ingegnere che ha costruito e visto crollare uno dopo l’altro i suoi palazzi in città? O i vostri soldi ad un operatore finanziario che ha portato la propria famiglia sul lastrico? L’ingegnere può proclamare ai quattro venti di essere il più bravo, il più capace, e l’operatore finanziario di essere un genio della economia; ma a nessuna persona sensata verrà mai in mente di rivolgersi all’uno o all’altro.
E’ un po’ il discorso che fanno in Italia le persone serie, non accecate dal fanatismo politico, sugli uomini che hanno avuto a che fare in qualche modo con il comunismo crollato miseramente nel mondo. Nessuno, certo, vuole attribuire ai comunisti italiani di oggi responsabilità che non hanno avuto: non erano in Unione sovietica i D’Alema, i Veltroni, i Fassino, quando Stalin e Breznev sterminavano i dissidenti, né in Ungheria e Cecoslovacchia quando i carri armati sovietici reprimevano nel sangue le legittime rivolte di quei popoli. Ma i D’Alema ed i Veltroni, bisogna ricordare, erano direttori dell’Unità, organo ufficiale del Partito comunista italiano, quando quei tragici eventi si compivano e non mi risulta che abbiano mai scritto una parola contro l’establishment sovietico che li aveva ordinati. Erano di piena e convinta “adesione ai princìpi ed ai valori del comunismo”, i loro scritti, e quel “paradiso in terra”, fatto di repressioni orribili e tanta miseria, lo hanno per lunghi anni additato a modello per una Italia che di comunismo, per nostra fortuna, non ha mai voluto sentirne.
Adesso si dicono “pentiti”, i D’Alema, i Veltroni, i Fassino. Hanno trasformato il vecchio Pci prima in Quercia, poi in Ds (Democratici di sinistra) ed ora progettano addirittura di unirsi agli ex democristiani della Margherita per creare il Pd (Partito democratico), omettendo qualsiasi riferimento alla sinistra. Operazione più che legittima, a me pare. “Soltanto gli imbecilli, quando si avvedono dell’errore, restano legati alla vecchia bandiera”, diceva un vecchio saggio. Solo che, nel dirsi ”pentiti”, questi signori non rinnegano nulla del loro passato ed anzi lo esibiscono come fosse un punto di merito. “Siamo noi i più bravi, i più preparati, i più capaci, e soltanto noi possiamo salvare l’Italia”, non si stancano di ripetere. Forse anche i più belli, pensa qualcuno. E francamente, a parte la bellezza (che, se c’è, è un fatto naturale), non si capisce dove abbiano acquisito tanta preparazione e professionalità. Alla scuola moscovita del comunismo o a quella delle Frattocchie, in Italia? In ogni caso, non vedo come un funzionario di partito, indottrinato alla scuola del comunismo (di un sistema cioè che era ed è esattamente il contrario del capitalismo), possa proporsi come “genio della economia” anche nel mondo capitalistico, alla direzione dell’azienda Italia. Le buone referenze, si sa, sono importanti anche quando si assume una cameriera; e quelle dei comunisti “pentiti” non mi sembrano le più rassicuranti.
Per loro, era il “paradiso in terra” l’Unione sovietica, come i Paesi dell’Est europeo, la Cina, il Nord Vietnam, il Laos, la Cambogia, Cuba, dove la gente, leggevamo sull’Unità, viveva “felice e appagata”, senza il drammatico assillo della proprietà privata che Bertinotti considera ancora oggi “causa di tutti i guai del mondo”; e l’inferno era il mondo capitalistico (Italia compresa, ovviamente), dove “i ricchi diventavano sempre più ricchi ed i poveri sempre più poveri” (ed il funzionario di partito D’Alema, studente fuoricorso all’università di Pisa, non poteva neppure sognarselo di poter diventare un giorno proprietario di una barca da milionario in euro).
Altri tempi, certo, che sembrano lontani anni luce. I Paesi dell’Est europeo, finalmente liberi dalla miseria e dagli orrori del comunismo, fanno parte oggi della libera e democratica Unione europea; la Cina comunista si è aperta al capitalismo più sfrenato, anche se di democrazia e libertà da concedere al popolo non intende neppure parlare; ed i comunisti “pentiti” D’Alema, Veltroni e Fassino, un tempo “laudatores” tra i più convinti ed entusiasti del regime sovietico che sognavano di importare in Italia, non esitano oggi a riciclarsi nel capitalismo, maestri e super-esperti anche nella “libera economia in libero mercato”. E vorrebbero insegnare queste cose anche al dottor Silvio Berlusconi, che il capitalismo lo ha praticato egregiamente da imprenditore prima che da politico, al punto da diventare con il suo lavoro (e senza l’eredità paterna preziosissima per i padroni della Fiat e di altri imperi industriali) l’uomo più ricco d’Italia ed uno dei più ricchi del mondo.
“Berlusconi, bravissimo come imprenditore, in politica ha clamorosamente fallito”, ha strillato per tre giorni il segretario Ds Piero Fassino alla conferenza di Firenze, “e noi siamo pronti a governare per salvare il nostro Paese”. Come e con chi dovrebbero salvarlo? Sono tanti i politici delle sinistre, “grandi economisti” di ieri e di oggi (Prodi è da 27 anni sulla scena politica), che discutono al capezzale della “grande ammalata” Italia. Dicono di avere in tasca “ricette miracolose” per salvarla, e mi domando perché non le abbiano tirate fuori in passato: soprattutto, nei sette anni e mezzo in cui sono stati ufficialmente al governo, dal 1994 al maggio del 2001, con quattro premier (Dini, Prodi, D’Alema e Amato) e ben 91 ministri.
Gli italiani, di quel periodo, ricordano soltanto che hanno dovuto pagare senza fiatare, con le tasse più alte d’Europa, anche una super-tassa per l’ingresso in Europa che lo stesso Prodi diceva di poter restituire nel giro di qualche anno e non hanno restituito né lui né i suoi successori D’Alema e Amato. E gli industriali ricordano di essersi “dissanguati” a pagare una super-tassa su imprese e lavoro, la famigerata Irap (istituita da uno dei “super-illuminati” ministri economici della sinistra, Vincenzo Visco), che non esiste in nessuna parte del mondo, che l’Unione europea ha ritenuto “immorale e illegale” e Berlusconi ha già ridotto in parte e intende eliminare del tutto nel 2006.
Una situazione incancrenita da anni di immobilismo, dalle velleitarie e sbagliatissime diagnosi dei “soloni della economia” che, con le loro follie e gli sperperi in serie, hanno lasciato in eredità a tutti noi (non soltanto al governo Berlusconi) il debito pubblico più alto d’Europa. E adesso, i comunisti “pentiti” di casa nostra vogliono salvarla dal baratro, l’Italia. Con il Bertinotti di Rifondazione comunista, che sette anni fa ha già cacciato Prodi da presidente del Consiglio per sostituirlo con D’Alema; con Cossutta e Diliberto del Pdci, “orgogliosi di essere ancora e sempre comunisti”; con la rissosa e tumultuosa “armata Brancaleone” rappresentata dai no-global di Agnoletto, dai centri sociali di Luca Casarini, dai disubbidienti di Francesco Caruso, dagli incappucciati di Paolo Rivetta, candidato-fantasma del professore (lo ricordate?) nella “pagliacciata” delle primarie).
Come intenda salvare l’Italia, il leader dell’estrema sinistra Bertinotti, ce lo ha spiegato al congresso di Venezia. Primo provvedimento: rialzare immediatamente le tasse che Berlusconi ha ridotto (e progetta di ridurre ancora nel 2006), per riportarle a quelle che erano ai tempi di Prodi, D’Alema, Amato, e cioè alle aliquote più alte d’Europa, e consentire così a Regioni, Province, Comuni grandi e piccoli, di riprendere a sperperare il denaro pubblico in prebende a portaborse e consulenze a falsi esperti (no-global, disubbidienti, terroristi pluri-omicidi tipo Silvia Baraldini, ergastolani ex brigatisti rossi come il prof. Sensani, tute bianche, pacifisti anti-americani, amici di Saddam Hussein, etc.).
Secondo provvedimento: imporre, in aggiunta alle tasse ordinarie, una super-patrimoniale per i redditi medio-alti, con la quale pagare il “salario garantito” a tutti: a chi sfortunatamente non trova lavoro (assistito anche oggi, ma non con le tasse dei cittadini) ed a chi non ha alcuna voglia di cercarselo, il lavoro, e trova molto più comodo vivere alle spalle di chi lavora. E poi, come ciliegina sulla torta, la graduale attuazione di un progetto che (cito testualmente dal discorso di Bertinotti) “un comunista vero non può non porsi come obiettivo, l’abolizione della proprietà privata” (comprese quindi le case che abitiamo) e la “nazionalizzazione di tutte le aziende produttive del Paese”, come nella vecchia Unione sovietica dei tempi di Stalin e Breznev. Più chiaro di così? Con un avvertimento per Prodi: se tentenna o non è d’accordo, va a casa, come nell’ottobre del 1998.
“Io di Bertinotti mi fido”, dice adesso il neo compagno Prodi, guardandosi bene però dal precisare quello che del rivoluzionario programma di Rifondazione comunista i moderati della Margherita e dell’Udeur intendono accettare. Lui, per tornare sulla poltrona di Palazzo Chigi, anche col diavolo è disposto ad allearsi. Si tratta solo di vedere se gli elettori italiani sono disposti a mandare a casa il centrodestra di Berlusconi che riduce le tasse per sostituirlo con un governo pesantemente condizionato da chi vuole aumentarle, le tasse, ed imporre in aggiunta una super-patrimoniale per redditi medio-alti. L’impressione che se ne ricava, da questa ennesima “pagliacciata” della politica italiana, è che, se il leader candidato delle sinistre-Ulivo si fida di Bertinotti, sono gli italiani a non fidarsi: né del segretario di Rifondazione comunista né del prof. Prodi.
Gaetano Saglimbeni |
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