Il Caso
SILENZIO : PARLA LERNER ...ossia tutto quello che avrei detto
alla puntata dell'Infedele se non fossi stata gagged (''aver tappata la
bocca'') da Gad Lerner.
Innanzitutto forse bisognerebbe fare una premessa, spiegando come sia nato
il mio invito alla sua trasmissione.
L'anno scorso, subito dopo quella che non sapevamo ancora
che sarebbe stata solo la prima di tante decapitazioni,
scrissi un articolo intitolato «Lettera
aperta a Gad Lerner», lamentandomi del fatto che, anziché trattare quell'argomento,
lui aveva insistito a fare ancora un'altra puntata sulle torture,
intitolata «Che cosa è successo agli americani?», come se l'indole
americana, insieme alla politica estera degli Stati Uniti, fossero basate
sul gusto delle torture. Lo accusai anche per il fatto che alla sua
trasmissione venivano invitati solo americani esclusivamente
antiamericani.
In seguito ricevetti una e-mail proprio da Gad Lerner,
il quale mi assicurava che «nonostante lunghi contatti e ricerche, nessun
americano filo-Bush» aveva mai voluto partecipare alla sua trasmissione.
«Sapesse quanto abbiamo insistito, e quante garanzie di comportamento
corretto ho manifestato. Chi prima e chi dopo, si sono sottratti tutti».
Chi sa come mai! Il fatto stesso che lui abbia trovato necessario
insistere e garantire un comportamento corretto la dice lunga sul perché
tutti si rifiutavano. Ha espresso il suo piacere di avere finalmente
conosciuto una persona disposta a partecipare e ha promesso di invitarmi
quanto prima. Otto mesi dopo ha mantenuto la sua promessa e, naturalmente,
ho accettato.
Non si capisce, però, perché si è scomodato tanto per
invitarmi visto che poi non solo non mi ha lasciato parlare,
ma non mi ha neanche presentata, pur sapendo del mio impegno come docente
di diritto e della mia collaborazione editoriale con tante testate sia
americane sia italiane. Mi ha presentata come una "statunitense" qualsiasi
che era lì quasi per caso, raccolta per la strada, a malapena pronunciando
il mio cognome.
Ma lasciamo stare per adesso i retroscena e parliamo del contenuto.
A Lucia Annunziata, in diretta da
Baghdad, avrei espresso il mio
apprezzamento per la sua obiettiva esposizione di un miracolo che stava
per succedere.
A Lorenzo Cremonesi,
anche lui in collegamento da Baghdad, avrei detto altrettanto, per il suo
riconoscimento del fatto che, nonostante il pericolo causato dai
terroristi, i giornalisti riescono a svolgere il loro lavoro con completa
libertà, cosa impossibile due anni fa.
A Massimo Toschi,
della Tavola per la Pace (perché, c'è una tavola per la guerra? - mi
domando) che non si fidava di un voto che nasce dalle circostanze in cui
le elezioni si stavano svolgendo, lamentandosi dei 30-50 morti che
succedono al giorno, «cosa inaccettabile», avrei chiesto dove era il suo
lamento quando Saddam Hussein ne faceva fuori 400-500 al giorno.
A Rita Di Leo,
che insegna Relazioni Internazionali alla Sapienza di Roma, che ha dato
del Truman Show allo spettacolo di vedere tanti iracheni in coda
sorridenti e festeggianti per la gioia di celebrare un rito che noi diamo
per scontato, avrei detto: «Dio salvi i suoi studenti» da un'anima come la
sua, che non riesce a commuoversi davanti ad un avvenimento storico
emozionante come pochi, sia per chi lo vive, sia per chi lo osserva. Al
suo cinico relativismo culturale verso la prontezza di altri popoli a
recepire la democrazia, avrei opposto la preghiera di una sociologa
afgana: «Ciò che chiediamo all'Occidente è che voi la smettiate di
considerare lo Stato laico un valore vostro». O quella di un iracheno
esiliato negli Stati Uniti: «Non c'è niente nel dna del popolo arabo che
lo rende immune alla democrazia».
A Farian Sabahi,
italiana e iraniana, che a parole sembrava abbastanza moderata mentre
invece i suoi occhi sornioni e il suo annuire ad ogni cattiveria che
usciva dalla bocca di Imad El Atrache di Al Jazeera tradivano il suo
antiamericanismo viscerale, le avrei chiesto come mai, se in Iran si sta
così bene, ci sono tanti iraniani che raccontano che non aspettano altro
che l'arrivo degli americani? Tant'è vero che quando i bombardieri
americani sorvolavano l'Iran per andare in Afghanistan, hanno esposto
degli striscioni giganteschi al cielo con la scritta «bombardate anche
qui, per favore».
Sembrava una combriccola di amici sessantottini
che, diventando grandi, sono riusciti ad
impossessarsi dei mezzi di comunicazione, e che per far vedere che sono
democratici hanno invitato un'americana. Mi dispiace, Mr. Lerner, ma non
ha ingannato nessuno, e non ha adempiuto il suo impegno con me. Se invita
un'ospite e non la fa parlare, perché ogni due parole che dice, lei la
interrompe, forzandola ad abbandonare la sua solita pacatezza e a tirar
fuori una grinta inaspettata pur di finire il suo pensiero, e lei, pur di
non permetterle di finire, dà l'ordine di staccare il suo microfono,
allora questo non è un «comportamento corretto».
Hanno ragione, quindi, quelli che rifiutano l'invito.
Bisogna boicottare in tutti i
modi le trasmissioni a conduzione faziosa, sia come interlocutore, non
andandoci, sia come pubblico, lasciandoli alle loro contorsioni mentali,
cambiando il canale, spegnendo l'interruttore, staccando la spina,
abbassando l'audience finché non trovino conduttori che conoscano le
regole del fair play e anche quella della buona educazione.