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Oriana Fallaci: Corriere della sera del 26.10.2002
WASHINGTON
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Grazie d’essere venuti. Grazie a tutti. Bè, a tutti purché in questa sala
non vi sia il tipo (un fondamentalista islamico, suppongo) che si
inserisce nelle mie telefonate e in francese (un francese-libanese, direi)
mi minaccia con queste parole: «Vous restez toujours cachée chez vous.
Mais
nous allons vous trouver tout le même».
(Lei sta sempre nascosta in
casa. Ma noi la troveremo lo stesso).
Eh, no: monsieur
Nous-Allons-Vous-Trouver-Tout-le-Même.
Io non mi nascondo affatto.
Non mi sono mai nascosta, non mi nasconderò mai. In casa ci sto molto
perché lavoro sempre e il mio lavoro si fa in casa. Comunque ora sono qui.
Maintenant je suis ici.
Je suis ici et c’est moi, sono qui e sono io, che prima o
poi ti beccherò: scemo. Grazie anche a Lei, Michael Ledeen, per avermi
invitato a parlare in questo prestigioso deposito di cervelli che chiamano
American Enterprise Institute. Grazie d’aver detto quelle belle cose su di
me, (alcuni non gliene saranno grati), e soprattutto d’aver sottolineato
quanto mi dia disagio e quindi mi sia difficile mostrarmi in pubblico. Da
molti anni non mi mostro in pubblico. Molti. Cioè da quando venni a
Washington per leggere alcune pagine del mio romanzo «Inshallah». Neanche
dopo la pubblicazione de «La Rabbia e l’Orgoglio» in Italia, in Francia,
in Spagna, in Germania eccetera, ho aperto bocca o mi son fatta vedere in
pubblico. Niente interviste, niente televisioni, niente pubblicità. Lo
stesso accadrà quando il libro uscirà in Olanda, in Ungheria, in Polonia,
in Romania, in Scandinavia, in Grecia, in Israele, in Argentina, in
Australia, in Corea, in Giappone, in Cina. E il motivo non è quello
malignamente fornito da chi non mi vuol bene: la malattia che chiamo
l’Alieno, le mie rughe, l’età. L’Alieno lo tengo a bada. Gli ho fatto
capire che se mi uccide muore con me, che quindi è meglio vivere con me. E
per quanto vivere con me sia arduo, per ora ci sta. Le rughe sono le mie
medaglie. Onorificenze che mi son guadagnata. E invecchiare è bellissimo.
Perché, come uso dire, a invecchiare si conquista una libertà che da
giovani non avevamo. Una libertà assoluta. Data l’alternativa, inoltre,
aver quest’età è la cosa migliore che potesse capitarmi. Che possa
capitare a tutti.
No: il motivo per cui mi tengo in disparte e anche dopo l’uscita de «La
Rabbia e l’Orgoglio» non ho dato interviste, non sono apparsa in
televisione, non sono andata a stringer mani come un candidato che chiede
voti, è ben diverso. Sta nel fatto che mostrarmi in pubblico è per me
un’auto-violenza, un disturbo. Sono una persona ossessionata dalla
privacy. Conduco una vita molto severa, mi piace star sola. Star sola mi
consente di fare ciò che voglio: scrivere, studiare. E poi il tempo passa
così velocemente. Me ne rimane poco e in quel poco non c’è posto per
esibizionismi che servono solo ad esaudire le altrui curiosità.
Perché sono qui, all’American Enterprise, dunque? Perché qui faccio ciò
che non ho fatto e non faccio in Europa? Semplice. Perché dall’11
settembre siamo in guerra. Perché la prima linea di questa guerra è in
America. Non in Europa. Oggi come oggi l’Europa è in retrovia. Anche
quand’ero corrispondente di guerra preferivo stare in prima linea, non in
retrovia, e qui non mi sento nemmeno un corrispondente di guerra: mi sento
un soldato. Il dovere d’un soldato è combattere. Sono qui per combattere e
per combattere questa guerra ho un’arma speciale. Un’arma che non serve a
sparare: serve a pensare, far pensare, svegliare chi dorme. Cioè un libro.
Un piccolo libro (187 pagine) che si chiama «The Rage and the Pride».
Questo «The Rage and the Pride» che in Europa ha fatto e fa tanto
fracasso, ha provocato e provoca reazioni tanto opposte. Da una parte
quelli che lo amano, lo riveriscono, gli cantano osanna. Dall’altra quelli
che lo odiano, che lo condannano, che lo insultano, e che vorrebbero
bruciarlo insieme a me come negli Anni Trenta i nazisti di Berlino
bruciavano le librerie. «Brucia la strega, bruciala. Ammazza l’eretica,
ammazzala». Questo «The Rage and the Pride» che scoppiò all’improvviso,
rubandomi al romanzo che stavo scrivendo, e che da allora mi imprigiona
con le sue traduzioni, mi ossessiona col suo successo, mi schiavizza al
punto di mettermi addosso una sorta di risentimento. A volte, di nausea.
Questo «The Rage and the Pride» che partorii in poche settimane, col
raziocinio che viene dalla saggezza e tuttavia col candore d’un bambino.
Il bambino che nella fiaba di Grimm strilla: «Il re è nudo!». (Sì: il re
non porta neppure le mutande, nella fiaba di Grimm, ma i cortigiani non
fanno che lodare i suoi abiti: «Che bel mantello indossa oggi, Maestà, che
bei pantaloni». E il bambino strilla con candore: «Il re è nudo!»).
Il re è nudo e la mia arma di soldato è l’arma della verità. Una verità
che prende l’avvio dalla verità di cui ora vi leggo il seguente brano.
«Dall’Afghanistan al Sudan, dall’Indonesia al Pakistan, dalla Malesia
all’Iran, dall’Egitto all’Iraq, dall’Algeria al Senegal, dalla Siria al
Kenia, dalla Libia al Ciad, dal Libano al Marocco, dalla Palestina allo
Yemen, dall’Arabia Saudita alla Somalia, l’odio per l'Occidente cresce. Si
gonfia come un fuoco alimentato dal vento, e i seguaci del fondamentalismo
islamico si moltiplicano come i protozoi d’una cellula che si scinde per
diventare due cellule poi quattro poi otto poi sedici all’infinito. Chi
non se n’è accorto, guardi le immagini che ogni giorno ci vengono dalla
televisione. Le moltitudini che inzuppano le strade di Islamabad, le
piazze di Nairobi, le moschee di Teheran. I volti inferociti, i pugni
minacciosi, i cartelli col ritratto di Bin Laden, i falò che bruciano la
bandiera americana e il fantoccio coi lineamenti di Bush. Chi non ci crede
ascolti i loro osanna al Dio-Misericordioso-e-Iracondo, i loro berci
Allah-Akbar, Allah-Akbar, Jihad-Jihad. Altro che frange di estremisti!
Altro che minoranze di fanatici! Sono milioni e milioni gli estremisti,
sono milioni e milioni i fanatici. I milioni e milioni per cui, vivo o
morto, Ousama Bin Laden è una leggenda uguale alla leggenda di Khomeini. I
milioni e milioni che, morto Khomeini, hanno ravvisato in lui il nuovo
leader, il nuovo eroe. Sere fa vidi quelli di Nairobi, luogo di cui non si
parla mai. Gremivano la piazza più che a Gaza o Islamabad, e a un certo
punto il telecronista chiese a un vecchio: «Chi è per te Ousama Bin Laden?».
«Un eroe, il nostro eroe!» rispose il vecchio, felice. «E se muore?». «Ne
troviamo un altro» rispose il vecchio, sempre felice. In altre parole
l’uomo che di volta in volta li guida non è che la punta dell’iceberg: la
parte della montagna che emerge dagli abissi, e il vero protagonista di
questa guerra non è lui. È la Montagna. Quella Montagna che da
millequattrocento anni non si muove, non esce dagli abissi della sua
cecità. Non apre le porte alle conquiste della civiltà, non vuol saperne
di libertà e giustizia e democrazia e progresso. Quella Montagna che
nonostante le scandalose ricchezze dei suoi padroni, dei suoi re, dei suoi
principi, dei suoi sceicchi, dei suoi banchieri, (pensa all’Arabia
Saudita), vive ancora in una miseria da Medioevo. Vegeta ancora
nell’oscurantismo e nel puritanesimo d’una religione che sa produrre solo
religione. Quella Montagna che affoga nell’analfabetismo. Quella Montagna
che essendo segretamente gelosa di noi, segretamente attratta dal nostro
sistema di vita, attribuisce a noi la colpa delle sue povertà materiali e
intellettuali...».
Una verità che molti, troppi, non vogliono udire. Non vogliono vedere, non
vogliono ammettere. Oh, quasi tutti riconoscono che Bin Laden non è uno
stinco di santo. Che non merita il Nobel per la Pace, neanche quello che
dettero all’ex terrorista Arafat. Ma nessuno ammette che egli sia solo la
punta dell’iceberg, la parte visibile della Montagna. E quelli che lo
ammettono lo fanno bisbigliando. Bisbigliano perché hanno paura. L’altra
sera Bush ha detto: «Ci rifiutiamo di vivere nella paura». Sante parole,
bella frase, signor presidente. Ma inesatta. Perché l’Occidente vive nella
paura. Gli occidentali hanno paura. E non soltanto paura di saltare in
aria, d’essere decimati da una bomba nucleare o biologica. Paura di
parlare, di accusare ad alta voce la Montagna. Il mondo islamico, la
religione islamica, la Montagna. Paura d’essere definiti razzisti se lo
fanno. Reazionari quindi razzisti. L’epiteto con cui le cicale del
Politically Correct ricattano chi non conosce il significato della parola
razzismo. Perbacco: si può fare di tutto, si può dire tutto di tutti,
oggigiorno. Si può denigrare i cristiani, i buddisti, gli ebrei, gli indù.
Si può mettere alla gogna i preti cattolici imputati o non imputati di
pedofilia, insinuare che ciascuno di loro è uno stupratore di infanti. Si
può irridere il crocifisso come il cosiddetto presidente del cosiddetto
partito islamico italiano ha fatto alla televisione in Italia, chiamandolo
«un cadaverino ignudo che spaventa i bambini mussulmani». E, sempre in
Italia, una mussulmana può chiedere che quel cadaverino-ignudo sia tolto
dalla sala chirurgica nella quale partorisce. Un sindaco può pagare un
mediatore, un go-between, per lo scolaro mussulmano che rifiuta di parlare
con la maestra perché è una femmina. Ma guai al cittadino che se ne
lamenta o peggio ancora protesta. Guai alla Fallaci che scrive il suo
discorso-della-montagna. «Razzista, razzista!». Sono diventati i nuovi
padroni della Terra, questi figli di Allah. L’Islam-non-si-tocca.
Visto quel che mi succede coi vari Monsieur
Nous-Allons-Vous-Trouver-Tout-le-Même, (sbaglio o anche l’arabo processato
in Virginia quale membro di Al Qaida e presunto complice dei kamikaze
morti l’11 settembre parlava anzi parla francese?) mi chiedo come i
mussulmani e le cicale d’America reagiranno al mio «The Rage and the Pride»,
qui in prima linea. Me lo chiedo perché in retrovia, in Europa, per questo
libro ho pagato e pago un prezzo davvero pesante. Chi si congratula del
milione e passa di copie vendute in Italia in meno d’un anno o del mezzo
milione di copie vendute in Francia e in Spagna e in Germania in meno di
quattro mesi non si rende conto che per ogni copia ho pagato quel
prezzo... In un disgustoso e sgrammaticato libello dal titolo «L’Islam
castiga Oriana Fallaci, la vecchia mai cresciuta», ad esempio, l’individuo
secondo il quale il crocifisso è un cadaverino ignudo che spaventa i
bambini mussulmani ha oltraggiosamente diffamato il mio defunto padre e
invitato i suoi correligionari a punirmi (leggi giustiziarmi) in nome di
Allah. Per spronarli meglio ha addirittura citato tre versi del Corano.
Versi da cui risulta che il crimine d’aver scritto «La Rabbia e
l’Orgoglio» dev’esser proprio lavato col sangue. E per evitare equivoci ha
addirittura riassunto tale necessità con un lapidario «Andate a morire con
la Fallaci». Da allora le minacce alla mia vita non si contano, le mie
case sono considerate dalla polizia italiana «case a rischio», e quel buon
giovanottone che vestito da poliziotto vi scruta senza sosta è qui per
controllare che tra voi non ci sia un inviato della Montagna.
Ma v’è di meglio. Nell’articolo che lo scorso marzo scrissi per denunciare
la rinascita dell’antisemitismo in Europa, l’individuo dell’andate-a-morire-con-la-Fallaci
veniva liquidato da me con un semplice ma doloroso «Fuck you». E indovina
in che modo due quotidiani italiani mi espressero solidarietà. Quello
della cosiddetta destra, Il Foglio , pubblicando un trafiletto
incorniciato che diceva «Fuck you, Fallaci». Quello della cosiddetta
sinistra, Liberazione , estendendo il Fuck-you-Fallaci su un’intera pagina
e a lettere gigantesche. Manco si fosse trattato della morte d’un Papa.
Quanto alla Francia, quando si tratta di proteggere i figli di Allah
dimentica perfino i tre principii che regolano ogni società civile: quello
che si chiama Libertà di Pensiero, quello che si chiama Libertà di
Espressione, e quello che si chiama Libertà di Stampa. Lo scorso giugno i
comunisti mussulmani del MRAP (movimento che all’ombra della parola più
sputtanata del mondo, la parola Pace, promuove l’amicizia-tra-i-popoli) mi
portarono in tribunale chiedendo che «La Rage et l’Orgueil» venisse
sequestrato. E ciechi di paura, dimentichi del mio articolo
sull’antisemitismo, gli ebrei della LICRA (lega contro il razzismo o
qualcosa del genere) gli si accodarono. Loro, per chiedere che sulla
copertina di ogni copia venisse incollata una scritta simile
all’avvertimento che deturpa i pacchetti delle mie sigarette: «Attenzione!
Questo libro può essere dannoso alla vostra salute». (Oddio, signori della
LICRA. Anche voi mi fate venire in mente i banchieri ebrei di Berlino che
negli anni Trenta, sperando di salvarsi, prestavano i soldi a Hitler. E
che pochi anni dopo si ritrovarono nei forni crematori). Bè, il saggio
giudice respinse entrambe le richieste sostenendo che giungevano tardi.
Bestseller Numero Uno, il libro era già stato letto da troppi francesi. Ma
allora MRAP e LICRA mi denunciarono per «istigazione all’odio», reato che
nel paese in cui venne inventata la ghigliottina prevede il carcere nonché
multe da finire sul lastrico, e il 9 ottobre sono stata processata di
nuovo. Definita abbietta, infame, iniqua. Il 20 novembre il nuovo giudice
(stavolta una signora che durante l’arringa del mio difensore si rivolse
amabilmente alla Pubblica Accusa sospirando «pazienti, avvocato, pazienti
ancora un poco») emanerà la sentenza. E non chiedetemi se penso di finire
sul lastrico o decapitata in Place de la Concorde come Maria Antonietta e
Madame Roland e le monache di Bernanos. Oggi il romanziere Houellebecq,
processato per aver dichiarato in un’intervista che quella mussulmana è
la-religione-più-stupida-del-mondo e che il-Corano-è-scritto-male, (vero),
se l’è cavata con un aspro rimprovero: «Ciò che ha detto non è nobile,
Monsieur». Però tempo fa Brigitte Bardot venne condannata per molto meno,
povera Brigitte. Cioè per aver brontolato che la Francia è stata invasa
dai mussulmani e che i mussulmani hanno introdotto un sistema barbaro per
sgozzare gli agnelli. Quasi ciò non bastasse, da settimane il mio
difensore (un ebreo) riceve minacce di morte identiche alle mie. Sia in
Svizzera che in Belgio che in Germania i figli d’Allah mi preparano altre
delizie legali. E a ciò va aggiunto il marocchino solennemente premiato da
Kofi Annan (il segretario dell’Onu) per non so quale contributo da lui
dato alla Pace. Povera Pace. Scrivendo e parlando coi giornalisti,
infatti, da un anno costui mi offende dichiarando che «di sicuro ce l’ho
con l’Islam in seguito a chissà quali smacchi subiti con gli uomini
arabi». (La mia risposta è a pagina 179. Dice che graziaddio non ho mai
avuto rapporti sessuali o sentimentali o amichevoli con un uomo arabo.
Dice anche che la volgarità di questo pacifista dimostra in pieno il
disprezzo che gli uomini arabi vomitano sulle donne. Un disprezzo che
contraccambio con tutto il cuore).
Accadrà anche qui in prima linea? Dovrò combattere anche qui su due
fronti, il fronte degli invasori e il fronte dei loro sostenitori cioè dei
collaborazionisti? In tal caso, ve lo rammento: io non sono il tipo che
per sfuggire ai pericoli e alle persecuzioni si converte all’Islam. (O a
qualsiasi altro credo politico e religioso). Più si tenta di tapparmi la
bocca, di intimidirmi, più mi scateno e combatto. Al terrorismo fisico e
intellettuale che seguì l’edizione italiana de «La Rabbia e l’Orgoglio»,
cioè l’andate-a-morire-con-la-Fallaci, i Fuck-you-Fallaci della destra e
della sinistra, ho replicato con l’edizione francese. Traducendo il libro
in francese ho inserito varie pagine che rincarano la dose, rafforzano la
mia tesi. Pagine che ho messo anche nell’edizione spagnola, tedesca,
olandese. Agli attacchi della stampa francese, alle fascistiche cretinate
dei vanesi che sul Corriere della Sera definii «Moscardini da friggere
nell’olio bollente e mangiare ben caldi», ho replicato con l’edizione
americana. E traducendo il libro per l’America ho inserito altre pagine
che rincarano ancor di più la dose. Rafforzano ancor di più la mia tesi.
Quelle pagine vanno anche nelle edizioni per la Gran Bretagna, il Canada,
l’Australia, la Nuova Zelanda, l’India. E naturalmente non posso
continuare a fare questo in eterno. Oltre al francese e l’inglese non
maneggio altre lingue. Ma l’italiano lo conosco bene. Appena possibile
inserirò quelle aggiunte in una nuova edizione italiana. E a quel punto
Dio sa cos’altro avrò da dire. Messa a punto finale. Una messa a punto cui
tengo parecchio, ed ecco qua. Nel mio piccolo (ma non più tanto piccolo)
libro non sono tenera con l’Islam. Ne convengo. Spesso sono addirittura
feroce. Lo riconosco. (Domanda che m’insegue da mesi come un’ombra: «Le
dispiace? Ha qualche pentimento, qualche ripensamento?». Risposta:
«Neanche per sogno. Al contrario»). Lo prova, insieme alle testimonianze
che offro su quel mondo senza speranza, il mio orgoglio per la cultura
occidentale. Questa nostra cultura che, nonostante le sue colpe, a volte i
suoi orrori, (pensa all’Inquisizione e ai campi di concentramento e a
Hiroshima), ci ha tolto dalle tende del deserto. Ci ha nutrito il giardino
del Pensiero. Ci ha elaborato il concetto della bellezza, della morale,
della libertà, dell’uguaglianza. Ci ha dato un sistema che è lungi
dall’esser perfetto, che spesso è una menzogna ma che tutto sommato è
migliore degli altri: il sistema che si chiama Democrazia. Ha compiuto
straordinarie conquiste nel mondo della Scienza, ha eliminato malattie, ci
ha procurato il benessere. Ha inventato strumenti che rendono la vita più
facile e più intelligente, ci ha portato sulla Luna e su Marte. Meriti di
cui la cultura islamica non può certo vantarsi.
Eppure con noi occidentali sono ancor meno tenera. Ancor più feroce.
Sapete, tutti definiscono «La Rabbia e l’Orgoglio» un pamphlet. Un saggio
politico, un’invettiva, un pamphlet. Io lo definisco una predica, invece.
Anzi, un «J’accuse». Una requisitoria simile al «J’accuse» che Émile Zola
scrisse nel 1898 per l’Affare Dreyfus. E questa predica, questa
requisitoria, non l’ho diretta ai figli di Allah. (Tanto non sarebbe
servita a nulla). L’ho diretta a noi stessi. Alle nostre vigliaccherie,
alle nostre ignoranze, alle nostre inadeguatezze, alle nostre
pagliacciate, alle nostre miserie. La miseria del nostro sistema
educativo, ad esempio. L’ignoranza dei nostri insegnanti e dei nostri
studenti. Le vigliaccherie e le pagliacciate dei nostri politici. Lo
squallore e l’inadeguatezza dei nostri leader. Il bieco fascismo che si
nasconde dietro il falso pacifismo dei nostri presunti rivoluzionari.
(Gente cui manca soltanto il randello e la camicia nera). E la licenza
contrabbandata come libertà, ossia il rifiuto di capire che la libertà non
può esistere senza disciplina anzi autodisciplina. Che i diritti non
possono esistere senza doveri. Che, come diceva mio padre, ogni diritto
porta in sé un dovere e chi non osserva i propri doveri non merita alcun
diritto. Però c’è qualcosa che manca, nel mio piccolo libro. C’è un
«J’accuse» che ho dimenticato. Ed oggi, in questo prestigioso deposito di
cervelli, sento proprio il bisogno di riempire quel vuoto.
J’accuse, io accuso, gli occidentali di non aver passione. Di vivere senza
passione, di non combattere, di non difendersi, di fare i
collaborazionisti per mancanza di passione. Oh, io ce l’ho la passione:
vedete. Scoppio, io, di passione. Ma sia in Europa che in America non vedo
che gente senza passione. Perfino le cicale che vogliono mandarmi al rogo
sono tipi senza passione. Pesci freddi, larve guidate soltanto dall’astio
e dall’invidia o dal calcolo e dalla convenienza: mai dalla passione. E
gran parte della colpa è vostra. Perché siete voi che avete lanciato
questa moda. La moda del raziocinio a oltranza, del controllo, della
freddezza.
«Calm down, be quiet, be cool».
Voi che siete nati dalla
passione, voi che siete diventati un popolo grazie alla passione della
vostra rivoluzione. Così non capite cos’è che muove i vostri nemici, i
nostri nemici. Non capite cos’è che gli permette di combattere in modo
tanto globale e spietato questa guerra contro l’Occidente. E’ la passione.
La forza della passione, cari miei! E’ la fede che viene dalla passione.
E’ l’odio che viene dalla passione.
Allah-Akbar,
Allah-Akbar!
Jihad-Jihad! Quelli son pronti a morire, a saltare in aria, per
ammazzarci. Per distruggerci. E i loro leader, (veri leader), lo stesso.
Io l’ho conosciuto, Khomeini. Ci ho parlato, ci ho litigato, per oltre sei
ore in due giorni diversi. E vi dico che quello era un uomo di passione.
Che a muoverlo era la fede, la passione. Bin Laden non l’ho conosciuto.
Peccato... Però l’ho guardato bene quando appariva in tv. L’ho guardato
negli occhi, ho ascoltato la sua voce, e vi dico che quello è un uomo di
passione. Che a muoverlo è la fede, l’odio che viene dalla passione. Per
combattere la loro passione, per difendere la nostra cultura cioè la
nostra identità e la nostra civiltà, non bastano gli eserciti. Non servono
i carri armati, le bombe atomiche, i bombardieri. Ci vuole la passione. La
forza della passione. E se questa non la tirate fuori, non la tiriamo
fuori, io vi dico che verrete sconfitti. Che verremo sconfitti. Vi dico
che torneremo alle tende del deserto, che finiremo come pozzi senz’acqua.
Wake up, then! Sveglia, wake up.
Oriana Fallaci
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