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MATRIMONIO POLIGAMICO
Questione privata o interesse
pubblico?
di
Fabio Cintolesi |
26 Ottobre 2005
Secondo la sezione
italiana della Lega Musulmana Mondiale, i musulmani presenti in
Italia sono circa un milione e 200mila, pari al 2,1% della
popolazione italiana. Questa comunità religiosa, in rapida crescita
ed oramai la seconda per consistenza dopo i cattolici, ha posto fin
dall’inizio una serie di problemi di integrazione e di
armonizzazione delle proprie credenze ed usanze alle leggi italiane
e al sentire comune della stragrande maggioranza della popolazione
italiana.
Simboli religiosi, abbigliamento, refezione scolastica, coppie
miste, sono solo alcuni dei problemi che ci siamo trovati ad
affrontare e che sempre più, purtroppo, animeranno il dibattito
politico e la vita pubblica negli anni a venire. Tra questi
problemi, uno dei meno noti, ma che senz’altro è destinato a
diventare uno tra i più spinosi, è quello della poligamia.
Volendo essere più precisi, visto che ci si riferisce alla
possibilità per un uomo di sposare più donne, si dovrebbe parlare di
poliginia. Questa usanza, contrariamente a quanto si può pensare,
non è, o almeno non è stata nel corso della Storia, esclusiva del
mondo islamico. Detta pratica è stata diffusa per secoli
nell’Estremo Oriente, oltre che nell’Occidente precristiano e anche
l’Antico Testamento, ad esempio, permetteva e regolava questa
pratica.
Quale che sia comunque il percorso storico di detto istituto, è
chiaro che il matrimonio poligamico sia in palese contrasto con la
nostra sensibilità, sia laica che religiosa. Che si consideri o meno
il matrimonio come un sacramento, non sfugge però che la possibilità
per un uomo di sposare più donne fa a pugni con i principi di
eguaglianza e parità di diritti tra i sessi, così faticosamente
affermati, e ancora forse da realizzare pienamente, nelle società
occidentali.
Eppure, proprio in Italia, un numero crescente di immigrati
musulmani ha più di una moglie. Spesso in virtù di matrimoni
celebrati all’estero, ma talvolta anche in Italia. Taluni persino
con cittadine italiane che hanno accettato di essere le seconde
mogli “locali”, in concomitanza con mogli e figli rimaste in Marocco
o in altri Paesi per lo più arabi. Secondo una ricerca svolta da
Magdi Allam nel 2001, infatti, circa l’1,5% dei musulmani in Italia
sono poligami. Confrontando questo dato, frutto di una ricerca
limitata ed effettuata in maniera empirica, ma proveniente da fonte
senz’altro autorevole, con il totale dei musulmani in Italia,
possiamo dedurre che ben 18mila musulmani presenti sul nostro
territorio siano poligami.
Non che ci si trovi di fronte ad un fenomeno di massa, ma senz’altro
possiamo affermare che tollerare queste vere e proprie aree di
illegalità diffusa, non può certamente giovare all’affermazione
dell’autorità e del primato dello Stato sulle credenze religiose,
islamiche e non. Ho parlato di illegalità, poiché, è bene chiarirlo,
la poligamia, a norma dell’articolo 556 del codice penale, è reato
punibile con la reclusione da uno a cinque anni.
Così, mentre in molti paesi arabi la poligamia è in calo, in Italia,
complice anche la nostra “disattenzione”, questo fenomeno è in
costante crescita, nella misura in cui cresce la comunità islamica
nel nostro Paese. Non è il caso qui di descrivere nel dettaglio, le
storie di violenza e sopraffazione che spesso si celano dietro molti
matrimoni poligamici. La risposta delle autorità italiane, chiusa
tra un certo lassismo e interpretazioni giurisprudenziali spesso
influenzate da un poco accorto “relativismo culturale”, è stata fino
ad ora debole e poco appropriata. Percosse, sfruttamento, figli
sottratti, inganni; sono solo alcuni degli elementi di una realtà
che solo da pochissimo tempo ha iniziato a venire in superficie.
Di fronte a sentenze come quella del marzo 2003, emessa dal
Tribunale di Bologna, in cui si dice, in buona sostanza, che il
reato di poligamia non può essere contestato ad un cittadino di un
Paese in cui la poligamia è legale, si rimane quantomeno perplessi.
Ciò però non deve stupire più di tanto. Tale sentenza è fondata su
un consolidato principio di diritto privato internazionale in base
al quale le questioni relative strettamente alla persona, ad esempio
le successioni ereditarie, il matrimonio e i rapporti familiari,
sono regolate secondo le leggi del Paese di cui il soggetto
interessato è cittadino. Per esempio, il divorzio di due cittadini
brasiliani residenti in Italia, viene regolato, di norma, in base al
diritto brasiliano. Così per le successioni e via dicendo.
Urge una revisione oculata dell’articolo 556 del codice penale,
estendendo l’ipotesi di reato, non già solo alla mera celebrazione
di più di un matrimonio, ma anche all’opposizione nei confronti di
terzi o dello stesso coniuge, di un atto poligamico compiuto anche
all’estero. Per esempio la richiesta di assegni familiari per più di
una moglie o la richiesta di affidamento dei figli. Una enunciazione
di questo articolo più cogente, toglierebbe l’erba sotto i piedi a
certi magistrati desiderosi di diventare gli alfieri della nuova
società multietnica e inter-culturale, come va di moda dire adesso.
Il tutto, ovviamente, in dispregio del nostro dettato costituzionale
che sancisce l’uguaglianza di fronte alla legge e il divieto di
discriminazioni in base, tra le altre cose, al sesso.
Inoltre, sancire, per legge, e nelle sedi internazionali competenti,
che il diritto italiano in materia di ordine pubblico e di tutela
della persona, ha sempre la priorità, sul suolo italiano, rispetto
alle norme del diritto di famiglia di Paesi terzi.
A prima vista queste misure possono sembrare eccessive, ma non deve
sfuggire a nessuno la posta in palio. Il matrimonio poligamico non è
l’unico aspetto discutibile del diritto di famiglia islamico. Altri
elementi problematici a dir poco sono ad esempio il ripudio e il
conseguente affidamento dei figli, l’età minima della sposa, il
matrimonio a scadenza. Tutti aspetti che non possono essere
regolati, nel territorio della Repubblica, da altro che il diritto
italiano. Altrimenti rischieremo, a breve, di dover fare i conti con
situazioni ancora più scabrose: spose bambine, figli sottratti alle
madri ripudiate. E tutto questo senza poter disporre di alcun valido
strumento legale per influire in situazioni che mal si conciliano
col nostro concetto di dignità umana.
Ennesimo rischio, poi, è quello di creare una comunità separata e
parallela alla nostra, ma che non condivide le nostre regole e i
nostri valori. Una prospettiva densa di incognite a dir poco
inquietanti.
Fabio Cintolesi
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matrimonio poligamico mormone
dell'800 |
rappresentazione poligamica araba |
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