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IL
CORPORATIVISMO DELLA GIUSTIZIA ITALIANA E' SEMPRE PIU' ARROGANTE
Gli sviluppi del caso Forleo
sull'assoluzione al terrorismo
4 Febbraio 2005
Siamo alle
solite, pretendere che la giustizia faccia giustizia dentro sé stessa è
come pretendere di bere il latte di gallina: Questo risulta essere un
assioma impossibile, infatti, anziché aprire un dossier sulle
inadempienze e l'uso personalissimo e politico che ha fatto della legge il
gip Clementina Forleo, ne è stato aperto uno, per difenderla dagli
attacchi che la diffamerebbero.
Il ministro Pisanu
aveva firmato il decreto di espulsione per il marocchino Mohammed Daki,
che rappresenta un pericolo per le Istituzioni italiane e per l'Italia
intera, ma il gip Forleo lo ha respinto con le solite trite e ritrite
motivazioni: Il Daki deve essere sottoposto ad altra fase processuale in
appello, cosa che come ormai tutti sappiamo diventerà di fatto una
liberazione per il Daki, in quanto nel frattempo, restando a piede
libero, può fare tutto quello che vuole. Io sarò partigiana ma nel
comportamento della Forleo vedo una recidività pervicace e maligna,
proprio come quella che ha attuato quando non ha tenuto conto, durante il
processo, delle dichiarazioni rilasciate dal testimone curdo che era stato
fermato e arrestato un attimo prima di farsi esplodere. Non ne ha tenuto
conto, con queste motivazioni:
le sue dichiarazioni
sarebbero equiparabili a fonti anonime dei servizi intelligence.
E allora? Che
cavolo significa? Quando ha fatto comodo ai signori giudici, sono stati
tenuti in conto persino i pettegolezzi sentiti dalla vicina di casco,
dal parrucchiere. In questo caso invece, siccome l'Intelligence è arrivata
alle stesse conclusioni del testimone: allora la Forleo cassa tutto.
Così il Daki
tornerà a casa dalla moglie e tanti auguri alla giustizia e soprattutto a
chi è caduto vittima dei terroristi, perché colpito personalmente o
attraverso i suoi cari.
COMPLIMENTI SIGNORA GIUDICE, LEI E' UNA VERGOGNA PER LA MAGISTRATURA E LA
GIUSTIZIA. PECCATO CHE MOLTI MAGISTRATI NON SE NE ACCORGANO, MA FORSE NON
POSSONO ACCORGERSENE, PERCHE' REMANO ASSIEME A LEI CONTRO LE ISTITUZIONI
CHE NON SIANO DALLA VOSTRA PARTE POLITICA.
Lisistrata
La
confessione negli atti dell'inchiesta «ignorati» da gip Forleo
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Parla il kamikaze:
dovevo uccidere 25 persone
«Ci insegnano a farne
fuori il più possibile. Io avevo 5 chili di esplosivo. Militari o civili è
lo stesso. L’ordine è colpire la folla»
Il terrorismo
iracheno raccontato dai kamikaze mancati. Sono gli interrogatori dei
giovani curdi, fermati un attimo prima di farsi esplodere. Testimonianze
agli atti dell’inchiesta italiana sulla rete di reclutamento, raccolte
dalla polizia norvegese e trasmesse alla Procura di Milano.
Ma per il giudice Clementina Forleo i verbali degli
aspiranti martiri di Al Ansar «non sono utilizzabili», perché equiparati a
fonti anonime dei servizi di intelligence.
Per i pm milanesi, invece, le confessioni provano come i
militanti fossero veri terroristi e non solo guerriglieri.
Ecco l’interrogatorio del primo kamikaze pentito di Al
Ansar: Dedar Khalid Khader, 21 anni, curdo iracheno di Arbil, bloccato nel
giugno 2002 in Kurdistan.
Sei o sei stato membro di Ansar al Islam?
«Sì, ero soldato semplice».
Chi era a capo di Ansar al Islam?
«Era il Mullah Krekar».
Lo hai mai incontrato?
«Sì, più volte».
Quando sei stato arrestato?
«Era il 17 giugno 2002».
Hai avuto dei colloqui con Mullah Krekar?
«Non sono mai stato solo con il Mullah, ma eravamo in diversi quando si
discuteva degli attentati suicidi. Loro dicevano che erano cosa buona e
che era bello essere musulmani e uccidere dei non musulmani. Si doveva
andare fieri di essere un attentatore suicida. Fu Abu Abdullah Safihi (in
contatto con la rete italiana, ndr ) a chiedere se volevamo diventare
attentatori suicidi mentre il Mullah Krekar parlava con noi e ci
convinceva a diventarlo».
Quanto tempo passò tra il momento in cui indossasti la bomba e quello in
cui arrivasti sul posto dell'attentato?
«Solo 5 minuti. Indossai il panciotto in una casa giusto accanto al posto
dove avrei dovuto compiere l'attentato suicida. Lasciai la casa insieme
con Umed Abdullah. Salimmo direttamente su un autobus, ci vollero meno di
2 minuti. In autobus ebbi un ripensamento e non volevo più fare
l'attentato, ma non dissi nulla. Scesi dall'autobus e lì fui circondato da
quelli che mi presero».
Dove avevi la bomba quando fosti arrestato?
«L'avevo addosso. Era una specie di panciotto... Gli esplosivi si
trovavano in una tasca sia davanti che dietro. Avevo anche una cintura con
dell'esplosivo. All'interno dei pantaloni c'era il filo di collegamento
con il detonatore che avevo in tasca...Sul lato destro avevo anche un
altro detonatore. Era una riserva per il caso che il primo non
funzionasse».
Sai quanto esplosivo ti era stato messo addosso?
«Avevo 5 chili di esplosivo».
Quali erano gli ordini?
«Abu Abdullah Safihi e Abu Baker Tohid mi spiegarono dove avrei dovuto
fare esplodere la bomba. Mi raccontarono che avrei dovuto introdurmi in
una folla di persone e poi "depositare" la bomba. Era la città di Saisadiq,
dove c'era il comando del Puk (importante partito curdo iracheno, ndr)».
Quante persone c'erano sul posto quando scendesti dall'autobus per
depositare la bomba?
«All'incirca 25 persone».
Perché, secondo il Mullah, era bello fare un attentato suicida?
«Ci raccontò che era cosa buona uccidere dei non musulmani mediante gli
attentati suicidi e che quando uno muore e porta con sé nella morte dei
non musulmani Dio gli perdonerà».
Chi avresti dovuto uccidere ?
«Dei soldati del Puk (curdi, ndr)».
E se perdevano la vita dei civili, aveva importanza se uccidevi anche
quelli?
«No, non aveva importanza che venissero uccisi anche dei civili».
Hai sentito dire che nei campi di Ansar al Islam ci fosse qualcuno di Al
Qaida?
«Abu Abdul Ramman El Hami, che fu ucciso nel 2001 e che occupava una
posizione importante ad Al Qaida, vi era stato. Abu Zuber, Abu Anar, Abdul
Malik erano membri di Al Qaida ed erano al campo quando fui arrestato. Abu
Yasser, che era arabo, era anche lui stato al campo, ma fu ucciso insieme
a Abu Abdul Ramman».
Quindi in conclusione tu eri disposto a farti saltare in aria uccidendo
molte persone dopo essere passato per un corso di addestramento ed essere
stato convinto dal gruppo Ansar al Islam di cui Mullah Krekar è il capo.
Era anche presente agli addestramenti di quelli che avrebbero dovuto
compiere gli attentati suicidi?
«Sì, ne facevo parte. Sentii una preghiera di Mullah Krekar alla moschea
di Khana Kin a Byara, in cui ci raccontava che per i fratelli che sono
disposti a compiere un'azione suicida, essi devono essere pazienti e se
sono disposti a farsi saltare in aria e trovano soltanto 10 persone sul
posto, devono aspettare per farlo, devono farsi saltare quando ce ne sono
di più, sulle 20, 30 o 60, in modo da ucciderne il più possibile».
Ti hanno somministrato alcolici o droghe il giorno che avresti dovuto
farti saltare in aria?
«Penso che quel giorno ci fosse qualcosa nel cibo, perché mi sentivo
spossato e volevo dormire. Anche 2-3 giorni dopo l'arresto mi sentivo
stanco e spossato».
Sai se una di quelle persone che avevano fatto il «corso» ha effettuato
un'azione suicida?
«Mentre ero in prigione ho sentito parlare di un'azione suicida e lui era
del 1985, però non c'era al corso che ho frequentato. Il suo nome era
Abdul Gani. Lui era membro di Ansar al Islam. Si fece saltare in aria a un
posto di blocco. Questo avvenne nel 2003, prima dell'invasione».
Sai di altri attentatori suicidi che facessero capo ad Ansar al Islam?
«Non ricordo chi fu a farlo, ma avvenne a un punto di controllo...
Rimasero uccisi due giornalisti. Sono sicuro che dietro c'era Ansar al
Islam».
Paolo
Biondani e Guido Olimpio
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La testimonianza è stata
tratta
da Controcorrente
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