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LETTERA
APERTA DI SILVIO BERLUSCONI A EZIO MAURO
direttore di la
Repubblica, che risponde con un commento
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A
sinistra della testata giornalistica il presidente del Consiglio Silvio
Berlusconi
a
destra il direttore della testata Ezio Mauro |
10 agosto 2005
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LA LETTERA
Politica, affari e il fondo
di Carlo De Benedetti
di SILVIO BERLUSCONI - 7 agosto 2005
SIGNOR direttore, nel suo editoriale di
mercoledì scorso, dal titolo "Repubblica, il diavolo e l'acqua
santa", Lei non ha mancato di insistere sulla sua convinzione che il
centrodestra italiano rappresenti un'anomalia nelle democrazie
occidentali per quattro ragioni: il conflitto d'interessi, il
monopolio televisivo, le leggi ad personam, la cultura populista.
Permetta al diavolo almeno di replicare. Non
certo sulle sue convinzioni che io rispetto, nonostante rivelino una
sua personale ostilità che non credo di meritare, quanto sui fatti,
o meglio sulla loro manipolazione.
Vengo ai punti specifici della sua requisitoria.
Conflitto di interessi. Non starò a
ricordare la genesi della legge che lo regola. Osservo soltanto che
si tratta di una legge severa, che affida il controllo ad autorità
indipendenti e che è stata approvata definitivamente, dai due rami
del Parlamento, soltanto grazie alla determinazione dell'attuale
maggioranza.
Rispetto a questa legge non c'è stato atto
governativo che sia stato ritenuto illegittimo e dunque volto a
favorire i miei interessi, economici o di qualunque altro genere. In
assenza di atti ufficiali, fossero pure di semplice natura
istruttoria, nessuno è titolato a sostenere la tesi che il governo
sia condizionato dal conflitto d'interesse. Farlo equivale a
emettere condanna nei confronti di qualcuno prima ancora che si
istruisca un processo. Un atteggiamento totalmente illiberale,
questo sì, distorsivo dello Stato di diritto.
Monopolio televisivo. Non mi limito ad
osservare che l'attuale assetto del mercato radiotelevisivo vede,
oltre ad una vastissima presenza di emittenti locali, due grandi
protagonisti in competizione aperta tra loro e altri, attualmente
con minori ascolti ma con grandi potenzialità di espansione come Sky
del gruppo Murdoch e La7 del gruppo Telecom.
Né mi limito a ricordare che il monopolio statale
in campo televisivo è stato rotto proprio dall'affermarsi del gruppo
che ho fondato, che ha aperto il mercato pubblicitario alle imprese
di medie e piccole dimensioni con notevolissimi vantaggi per tutta
l'economia ed ha offerto al pubblico maggiore libertà di scelta,
tanto che nel referendum del 1995 la maggioranza degli italiani si
pronunciò a favore della parità di condizioni tra concorrente
pubblico e concorrente privato.
Voglio invece sottolineare il fatto che, in
questi anni di governo Berlusconi, l'azienda pubblica, la Rai, ha
combattuto ad armi pari con Mediaset, ed ha in molti casi superato
in ascolti Mediaset. Non crede che, se fossi stato spinto dai miei
interessi imprenditoriali, avrei agito per ottenere l'esatto
contrario?
Basta poi guardare i telegiornali e i programmi
di approfondimento (compresi quelli di Mediaset) per rendersi conto
che non esiste monopolio né controllo sull'informazione da parte del
Presidente del Consiglio.
Io e il governo che presiedo siamo oggetto di
critiche e di polemiche - sia nei telegiornali della Rai che in
quelli delle tv private - più di ogni altro governo che ci ha
preceduto. Questo è indubitabile. Al contrario di quanto è capitato
e capita al sottoscritto, nessuno tra i politici nostri oppositori
ha mai potuto nemmeno lamentare un personale caso di censura o di
attacco a proprio danno.
Leggi cosiddette ad personam. Su questo
punto è stata compiuta in questi anni una manipolazione che ha
dell'incredibile. E che non ha tenuto alcun conto di un fatto
fondamentale. Cioè che il Presidente del Consiglio e altri esponenti
del suo partito, sottoposti a processi penali (infondati e per
esclusivi motivi politici), non hanno ricevuto alcun beneficio da
leggi che, invece, hanno agevolato nei loro diritti di difesa
migliaia di cittadini.
Se si esclude la provvisoria sospensione di poche
settimane dei procedimenti nei miei confronti seguita
all'approvazione del cosiddetto "lodo Maccanico", dal nome
dell'esponente del centrosinistra che lo aveva proposto, nessuna
legge che ha innovato aspetti importanti della procedura penale ha
procurato "vantaggi" giudiziari a me o ad esponenti del mio partito.
Quanto al "lodo", esso è stato cassato dalla
Corte Costituzionale non per il merito, ma perché la Corte ha
ritenuto che fosse necessaria una legge di natura costituzionale
piuttosto che una legge ordinaria. Ma Le ricordo che tutte le forze
politiche consideravano, e credo tuttora considerino, assolutamente
necessaria una norma che protegga le più alte cariche istituzionali
dall'azione penale durante lo svolgimento del loro mandato. Una
norma che esiste in quasi tutti i Paesi europei. Dunque si
tratterebbe non di una legge ad personam, ma di una legge a tutela
delle istituzioni. Tutela necessaria visto il debordante
protagonismo di alcuni procuratori della Repubblica che anche in
questi giorni stanno occupando la ribalta.
Cultura populista. Qui entriamo nel campo
dei puri giudizi politici. Ma anche in questo caso l'accusa mi
appare frutto di un atteggiamento di snobismo intellettuale che
considero un vizio di certa aristocrazia culturale del nostro Paese.
Si è mai chiesto la ragione dell'anomalia tutta italiana nella
diffusione dei quotidiani, che sono acquistati da meno di 6 milioni
di italiani al giorno? Forse il nostro è un popolo di analfabeti o
di indifferenti? O non è forse vero il fatto che l'intellighenzia
nazionale è distante anni luce dai problemi che interessano
realmente i cittadini?
Non mi stupisce allora che anche Lei consideri
populista chi sa parlare ai cittadini con un linguaggio semplice,
comprensibile a tutti, e non si rifugia nel gergo elitario, il cui
scopo è escludere dalla conoscenza dei fatti e dalla comprensione
dei problemi la grande maggioranza degli elettori. Quello che Lei
chiama populismo, con qualche, mi consenta, punta di sussiego, io lo
considero l'essenza della democrazia. Perché chi governa e chi si
occupa della cosa pubblica ha il dovere di far comprendere a tutti
il suo pensiero.
Comportarsi diversamente potrebbe far venir meno
il suo giudizio tranciante, ma esprimerebbe certamente un'idea della
politica e della cittadinanza che risale a prima della conquista del
suffragio universale.
Un ultimo punto, e mi scuso per la lunghezza
della mia missiva, riguarda la lettera apparsa ieri, su queste
stesse colonne, a firma dell'ing. De Benedetti. Prendo nota, con
rammarico, del fatto che l'ingegnere, pur essendo persona certo
navigata da anni nel duro mondo degli affari, non ha saputo
resistere al massacro mediatico, e tutto politico, che investe
immediatamente chiunque osi entrare in rapporto con Silvio
Berlusconi. Lo capisco, perché io questo massacro ingiusto lo soffro
sulla mia pelle quotidianamente da quando ho osato togliere il
potere ad una sinistra che si era illusa di avere già vinto.
Non vorrei, Signor direttore, che questa stessa
sinistra e che molte persone che la pensano come Lei si illudessero
ancora una volta.
Il direttore Ezio Mauro risponderà domani al
presidente del Consiglio. |
IL COMMENTO
Berlusconi e l'anomalia
della destra italiana
di EZIO MAURO - 8 agosto 2005
Ma questa destra italiana è anomala oppure no
rispetto ai canoni delle democrazie occidentali, e rispetto alle
forze conservatrici della parte del mondo in cui noi viviamo? Io
sono convinto di sì, e lo sono dal 1994, quando ho visto nascere con
Forza Italia non il moderno partito conservatore europeo che il
nostro Paese (abituato ad una destra reazionaria o dorotea) non
aveva mai conosciuto, ma un'avventura a mio parere del tutto inedita
nella geografia politica del nostro continente: riassunta fin dalle
origini nel leaderismo carismatico di un populismo "rivoluzionario",
costruito tecnicamente per la presa del potere e non per il governo
del Paese, con la televisione a far da moderno balcone e la
biografia del leader spacciata in campagna elettorale come un
programma politico, un fotoromanzo collettivo, il sogno di una
nazione.
Pochi giorni fa, spiegando le ragioni non
ideologiche, ma nell'interesse del Paese della nostra opposizione al
governo Berlusconi e al suo progetto politico, indicavo i quattro
elementi-cardine di questa anomalia occidentale incarnata a mio
parere dalla destra italiana: la cultura populista, appunto, il
monopolio dell'universo televisivo, il conflitto d'interessi e le
leggi ad personam. Come si può facilmente capire, sono quattro
elementi costitutivi di un potere improprio in ogni moderna società
occidentale, e distorsivi di una corretta regola democratica.
Se non si vuole parlare di regime, ove queste
quattro anomalie sussistano bisogna però convenire che la qualità
della democrazia ne risulta fortemente impoverita. Questo mi è
sempre sembrato il cuore del problema berlusconiano, in questo
sventurato decennio, e questo Repubblica ha testimoniato,
semplicemente, anche se spesso da sola. Un problema che non ha nulla
di giacobino, com'è evidente, ma molto di liberale: se solo ci
fossero liberali, in Italia.
Ieri Silvio Berlusconi ha scritto a Repubblica
una lettera per contestare alla base questo mio ragionamento. La
mia, secondo il Presidente del Consiglio, è un'ostilità di tipo
personale, dunque illiberale, perché le quattro anomalie in realtà
non sussistono.
Per Berlusconi, come i lettori hanno avuto modo
di leggere, il conflitto d'interessi è regolato da una legge
"severa", che non ha riscontrato illegittimità in nessun atto del
governo: dunque il conflitto non esiste. Non esiste nemmeno il
monopolio televisivo: secondo il Cavaliere "basta guardare i
telegiornali, compresi quelli di Mediaset" per scoprire che il Capo
del governo è sottoposto a critiche e polemiche "più di ogni altro
governo precedente". Non esistono poi le leggi ad personam, ma solo
la necessità assoluta di "proteggere le più alte cariche
istituzionali dall'azione penale durante il loro mandato", come
avviene "in quasi tutti i Paesi europei". Quanto al populismo, per
Berlusconi è solo un problema di linguaggio: l'intellighenzia
nazionale "è distante anni luce dai problemi dei cittadini", come
dimostrano le poche copie di giornali vendute in Italia, mentre il
"parlare ai cittadini con un linguaggio semplice e comprensibile a
tutti" è "l'essenza della democrazia". Questa è la sintesi
dell'obiezione berlusconiana.
Poiché considero la discussione sull'anomalia
della destra utile per il nostro Paese, provo a rispondere al
Presidente del Consiglio sui quattro punti da lui contestati.
A mio giudizio, una delle caratteristiche di
fondo della cultura populista è la negazione della realtà, non per
puro spirito menzognero, ma per non intaccare con elementi concreti,
reali, veritieri, quello specchio artefatto dentro il quale si
svolge tutta la narrazione dell'epopea leaderistica, fatta di
titanismi e anche di vittimismi, in una concezione eroica della
storia che non prevede errori ma solo congiure interne e manovre
esterne: da cui il Capo può uscire vincitore o anche vinto, o almeno
ferito, ma sempre innocente o meglio ancora "intatto" nella purezza
del suo progetto al servizio della nazione, e in ogni caso - ciò che
politicamente più conta - privo di ogni responsabilità negativa.
Esattamente questo mi sembra l'impianto della
lettera del Cavaliere. Il conflitto d'interessi non esiste perché
una legge berlusconiana dice che non esiste. La tautologia è
ideologia. Le proprietà private, personali di Silvio Berlusconi sono
tutte ancora riconducibili direttamente alla sua persona, e sono
così estese da incrociare ogni giorno - persino involontariamente -
il percorso del governo. Tra questi interessi attivi e patenti, ne
esistono alcuni particolarmente sensibili in una democrazia politica
e in una democrazia economica. La televisione è il caso più
clamoroso, e come ha scritto ieri Eugenio Scalfari la nomina del
direttore generale Rai va ricondotta direttamente alla volontà e ai
desideri del Cavaliere: mentre il nuovo presidente della televisione
pubblica è stato nominato solo dopo aver fatto visita al premier
nella sua abitazione privata. Ma a queste evidenze, gravi per
qualsiasi democrazia, vorrei aggiungere una notazione psicologica.
L'ultima volta che ho incrociato Berlusconi in
uno studio televisivo, sei anni fa, ho parlato del conflitto
d'interessi. Immediatamente il Cavaliere si è voltato verso di me, e
mi ha interrotto in diretta: "Ma lei - mi ha chiesto - è ancora lì
con quella roba"? Ecco lo stato d'animo, l'atteggiamento
psico-politico davanti ad un problema per Berlusconi eterno. Ma voi,
pensa davvero il Premier ogni volta che qualcuno parla dei suoi
interessi in conflitto, anche se siamo rimasti in pochi - siete
ancora lì con quella roba? Quella "roba", a mio giudizio, è la
precondizione di base per far politica correttamente.
Al conflitto si lega ovviamente e direttamente il
monopolio televisivo. Le "mani pulite" che il Cavaliere rivendica
nel merito delle scelte televisive, atteggiandosi anzi a vittima,
sono sconcertanti alla fine di un quinquennio in cui sono stati
epurati dal video (e in qualche caso su sua richiesta pubblica)
Biagi, Santoro, Guzzanti (Sabina), Luttazzi, Paolo Rossi mentre
personaggi organici alla destra politica come Del Noce, Ferrario,
Masotti e Berti sono saliti al potere in Rai. Ma c'è molto di più.
Il controllo di tre reti private per via proprietaria e di tre reti
pubbliche per via politica significa la confisca del moderno agorà,
lo spazio delicatissimo dove si svolge il moderno mercato del
consenso. Che tutto ciò sia in mano di un solo soggetto politico,
capo di un partito, della maggioranza parlamentare e del governo,
altera di per sé questo mercato.
Le leggi ad personam - dobbiamo ancora vedere
l'epilogo di quella fabbricata in questi giorni per Cesare Previti -
sono un'altra alterazione, questa volta della regola base della
democrazia, la separazione dei poteri. L'esecutivo attraverso il
legislativo ha più volte, in questi anni, interferito con il
giudiziario. Che poi alcune norme siano state inapplicabili o perché
esistono ancora istituti di garanzia (la Corte, il Quirinale) o
perché scritte male, come la legge sulle rogatorie, conferma
soltanto che il diavolo è tradizionalmente più esperto in pentole
che in coperchi. Ma Berlusconi sa che alcune prescrizioni a suo
favore (come nel processo per falso in bilancio sul consolidato
Fininvest) sono scattate grazie alle sue "riforme" legislative. E in
ogni caso, proviamo a giudicare la questione da questo punto di
vista: c'è un Paese dove il Capo del governo, imputato per reati
gravissimi ma estranei alla politica, commessi secondo l'accusa
prima di "scendere in campo", usa la maggioranza parlamentare per
costruirsi uno scudo legislativo d'emergenza da usare nei processi
in corso, immediatamente prima che i tribunali della repubblica si
pronuncino con la sua assoluzione o la sua condanna. E' un Paese
normale, questo, oppure è anomalo per le abitudini dell'occidente?
L'anomalia, per concludere, non sussiste soltanto
se accettiamo la cultura populista del decennio berlusconiano. In
una concezione che io chiamo tecnicamente rivoluzionaria, il voto
assegna un potere indiscusso e incontrollabile, una sorta di
unzione, con la quale il popolo e il Capo entrano a far parte di un
solo corpo mistico, mentre la nazione deve aderire a quel progetto
politico come si accetta un destino. In questo schema, i controlli
sono interferenze, gli istituti di garanzia sono intrusivi, la
magistratura è un nemico, l'Europa è un inutile vincolo, la
Costituzione è un vecchio libro ideologico. Persino i giornali, come
rivela la lettera del Cavaliere, sono fastidiosi. Vendono poco? Ma
perché il Capo del governo non si domanda come mai costino in Italia
il doppio rispetto agli Stati Uniti, dove le aziende editoriali
possono contare su un tetto alla pubblicità televisiva che in Italia
(unico caso al mondo) raccoglie invece il 54 per cento del mercato
totale, contro il 25-35 degli altri Paesi europei? Vendono magari
poco (anche se seicentomila copie ogni giorno, per quanto ci
riguarda, non sono poche) ma evidentemente danno fastidio, almeno
alcuni, perché non sono controllabili come i telegiornali e i loro
"panini".
Cosa concludere? Non so se il Cavaliere avesse
retropensieri, chiedendo di aderire al "fondo" di De Benedetti. So
che De Benedetti ha detto di no. E che Repubblica aveva già
anticipato una cosa semplice: di non poter comunque cambiare
giudizio sul berlusconismo, finché sussistono le quattro anomalie
che rendono la nostra destra inaccettabile in Europa.
(8 agosto 2005)
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Io sarò di
parte, ma leggendo la risposta resto sfavorevolmente colpita dal modo di
rispondere di Ezio Mauro, il quale non si preoccupa nemmeno della forma,
mentre risponde al Presidente del Consiglio della Nazione di cui lui è
cittadino, gli piaccia o meno, il rispetto dovrebbe essere il minimo di
ciò che è dovuto a chi se lo è meritato sul campo. Non può dimenticarsi
Ezio Mauro che sta parlando con un rappresentante della volontà popolare e
non con un usurpatore, di conseguenza avrebbe dovuto almeno rendergli la
cortesia del rivolgersi a lui direttamente, visto che questo è ciò che ha
fatto Berlusconi con lui, ma dev'essere proprio un modus operandi
,insito nel DNA delle sinistre, di spersonalizzare le persone con cui si
avvia un discorso, rivolgendosi ad una ipotetica platea costituita da una
indefinita quantità di persone, anziché all'interlocutore principe, come
educazione insegna.
Ezio Mauro
prosegue ribandendo i concetti che Silvio Berlusconi aveva direttamente a
lui contestato, ma non come se gli parlasse direttamente, ma raccontando
l'evento ai lettori, con una leggera modifica, cioè facendo sapere ai
lettori che Silvio Berlusconi aveva scritto al giornale. Dichiarazione
falsa in quanto Silvio Berlusconi ha scritto direttamente a lui Ezio
Mauro, in veste di direttore responsabile de il Giornale.
Questo mi
fa legittimamente concludere che Ezio Mauro sia talmente abituato a
influenzare il modo degli altri di pensare, che non riesce nemmeno a
lasciare liberi i suoi lettori di leggersi da soli la lettera di
Berlusconi, e di giudicarla in base alle argomentazioni in essa contenute,
così come Silvio Berlusconi le ha scritte, ma preferisce concludere con
una sintesi del pensiero del Presidente del Consiglio,
in base al proprio personale modo di ragionare.
Poi
finalmente "a suo giudizio" decide di rispondere ai punti toccati nella
sua lettera da S. Berlusconi, ma lo fa in modo talmente concettuoso, da
rendere quasi impossibile comprendere ciò che vuole dire. Da qua ovviamente
torno a rivedere l'idea tutta sinistra di essere sempre "concettualmente e
moralmente superiori"
Questa la sua risposta diretta al primo quesito posto da S. Berlusconi:
A mio giudizio, una delle
caratteristiche di fondo della cultura populista è la negazione della
realtà, non per puro spirito menzognero, ma per non intaccare con elementi
concreti, reali, veritieri, quello specchio artefatto dentro il quale si
svolge tutta la narrazione dell'epopea leaderistica, fatta di titanismi e
anche di vittimismi, in una concezione eroica della storia che non prevede
errori ma solo congiure interne e manovre esterne: da cui il Capo può
uscire vincitore o anche vinto, o almeno ferito, ma sempre innocente o
meglio ancora "intatto" nella purezza del suo progetto al servizio della
nazione, e in ogni caso - ciò che politicamente più conta - privo di ogni
responsabilità negativa.
Trovo sia veramente vergognoso da parte
di un direttore di giornale operare e scrivere in questo modo e trovo che
S. Berlusconi ne abbia ben d'onde di risentirsi da cotanta arroganza e
tracotanza.
Non si ricorda il Signor Ezio Mauro che
il conflitto di interessi è stata una legge che la sinistra al potere non
ha saputo condurre in porto? E non sa forse che dopo la sinistra,
attraverso nuove elezioni è andata al potere la destra e ha dovuto fare
quello che la sinistra non aveva fatto? Quindi di che si lamenta se
la legge porta in calce la firma di Silvio Berlusconi? Chi avrebbe dovuto
firmarla Prodi? D'Alema? Se avessero fatto il loro dovere,
probabilmente sì, ma visto che non hanno saputo farla quando erano al
governo, di che si lamenta ora Mauro?
E' o non è un dovere del governo
legiferare? E Secondo Mauro: Berlusconi e il suo esecutivo dovevano
soprassedere su questa legge e lasciarla fare alle sinistre dopo di loro?
Cos'avrebbe detto Mauro in quel caso? Apriti cielo se già si permette di
dissentire su mancanze non del governo presente, ma lasciate in eredità da
quello con il quale lui ha stretto amicizia, e che ha tradito il mandato
non essendo riuscito a portare a termine una legge così importante?
Poi il caro Mauro, per aumentare il
valore del suo interloquire, prosegue raccontando un episodio di alcuni
anni fa, giocato su poche parole, di cui lui dichiara di aver capito
tutto, ma se ha sentito il bisogno persino di stravolgere una lettera
talmente chiara, da doverla spiegare lui ai lettori, pretende ora che si
creda alle sue impressioni di 6 anni fa e in base a cosa? A un incontro
durato 20 secondi? Ma Enzo Mauro, faccia il piacere di
scendere dal piedistallo e venga qui fra i comuni mortali e non
dica
che "La tautologia è ideologia. "
ma se non sa
parlare come i comuni mortali, ha ragione Berlusconi a dire che i giornali
non si vendono, con le cazzate megagalattiche che lei scrive, caro
direttore, non potrebbe essere altrimenti.
Leggere un quotidiano equivale ad
informarsi e non a prendere una laurea in idiotomanzia, come lei
pretenderebbe di dare ai suoi e ad altri lettori.
E poi il
direttore Ezio Mauro continua parlando di epurazioni, dimenticando che
molti giornalisti e attori che non sono di parte della sinistra, non sono
mai stati epurati, semplicemente perché non hanno mai avuto il piacere di
entrare una sola volta in RAI.
"L'anomalia, per concludere, non sussiste soltanto se
accettiamo la cultura populista del decennio berlusconiano. In una
concezione che io chiamo tecnicamente rivoluzionaria, il voto assegna un
potere indiscusso e incontrollabile, una sorta di unzione, con la quale il
popolo e il Capo entrano a far parte di un solo corpo mistico,...."
L'anomalia qui è rappresentata dal
Signor Ezio, che insiste nell'atteggiarsi a intellettuale, si è capito che
è intelligente, altrimenti non rivestirebbe la carica che ha, ma è anche
furbo e questo non è proprio un merito, ma fino a quando la sua furbizia
lo soccorrerà?
Farebbe bene a ricordarsi
Mauri che l'ex direttore di Rai3 Sandro Curzi e Beppe Grillo, sono stati epurati
proprio con il governo delle sinistre e non da Berlusconi, oltre che
disquisire linguisticamente su elegie del verso, che sarebbe meglio
risparmiare a tutti e poi come fa ad avere la certezza che è stato il
"cavaliere" a fare l'offerta a De Benedetti e non il contrario? Non
si ricorda il signor Mauro che De Benedetti ha citato in giudizio
Berlusconi semplicemente per aver difeso i diritti del patrimonio
nazionale, che i suoi compagnucci, Prodi in testa, avevano la cattiva
abitudine di svendere ai capitalisti loro amici?
Non ha
saputo, né tanto meno voluto il signor Mauronon saper approfittare del
boccone succulento che S. Berlusconi gli ha offerto su un piatto
d'argento. Ha immediatamente utilizzato il suo eloquio forbito, per
generare un paragone talmente squallido che nessun editore dovrebbe
lasciargli dirigere un giornale, se non perché ragiona ed opera
esattamente come lui: ha paragonato le TV di Berlusconi al Balcone
di Piazza Venezia del Duce, creando appositamente un'analogia vergognosa.
E' vergognoso e oltraggioso questo modo di pensare, ma soprattutto il
modo di fare propaganda, perché S. Berlusconi ha ottenuto il consenso
popolare alle urne e non con un colpo di mano, come vuole lasciare
intendere Mauro.
Ha ragione
S. Berlusconi nel sentirsi perseguitato, perché questo è l'ignobile modo
di fare politica e peggio ancora ignobile in quanto, una persona mossa da
idee pulite e prive di preconcetti, avrebbe risposto a chi gli scrive una
lettera in prima persona, senza indottrinamenti aggiunti, come ha abusato
Mauri in questo suo intervento di potere.
Solo
quelli come lui possono pensare che
S. Berlusconi voglia fare affari con un
nemico così acerrimo, come De Benedetti, solo chi è "furbo" come Ezio
Mauro non dà importanza all'etica, ai propri e altrui sentimenti, ma
sempre e solo agli interessi di parte e quindi non riesce a pensare in
altro modo.
Sono tutte persone queste destinate a
finire nell'immondezzaio della storia.
Lisistrata
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