LETTERA APERTA DI SILVIO BERLUSCONI A EZIO MAURO

direttore di la Repubblica, che risponde con un commento

A sinistra della testata giornalistica il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi

a destra il direttore della testata Ezio Mauro

 

10 agosto 2005

 

LA LETTERA
Politica, affari e il fondo di Carlo De Benedetti
di SILVIO BERLUSCONI - 7 agosto 2005

SIGNOR direttore, nel suo editoriale di mercoledì scorso, dal titolo "Repubblica, il diavolo e l'acqua santa", Lei non ha mancato di insistere sulla sua convinzione che il centrodestra italiano rappresenti un'anomalia nelle democrazie occidentali per quattro ragioni: il conflitto d'interessi, il monopolio televisivo, le leggi ad personam, la cultura populista.

Permetta al diavolo almeno di replicare. Non certo sulle sue convinzioni che io rispetto, nonostante rivelino una sua personale ostilità che non credo di meritare, quanto sui fatti, o meglio sulla loro manipolazione.

Vengo ai punti specifici della sua requisitoria.

Conflitto di interessi. Non starò a ricordare la genesi della legge che lo regola. Osservo soltanto che si tratta di una legge severa, che affida il controllo ad autorità indipendenti e che è stata approvata definitivamente, dai due rami del Parlamento, soltanto grazie alla determinazione dell'attuale maggioranza.

Rispetto a questa legge non c'è stato atto governativo che sia stato ritenuto illegittimo e dunque volto a favorire i miei interessi, economici o di qualunque altro genere. In assenza di atti ufficiali, fossero pure di semplice natura istruttoria, nessuno è titolato a sostenere la tesi che il governo sia condizionato dal conflitto d'interesse. Farlo equivale a emettere condanna nei confronti di qualcuno prima ancora che si istruisca un processo. Un atteggiamento totalmente illiberale, questo sì, distorsivo dello Stato di diritto.

Monopolio televisivo. Non mi limito ad osservare che l'attuale assetto del mercato radiotelevisivo vede, oltre ad una vastissima presenza di emittenti locali, due grandi protagonisti in competizione aperta tra loro e altri, attualmente con minori ascolti ma con grandi potenzialità di espansione come Sky del gruppo Murdoch e La7 del gruppo Telecom.

Né mi limito a ricordare che il monopolio statale in campo televisivo è stato rotto proprio dall'affermarsi del gruppo che ho fondato, che ha aperto il mercato pubblicitario alle imprese di medie e piccole dimensioni con notevolissimi vantaggi per tutta l'economia ed ha offerto al pubblico maggiore libertà di scelta, tanto che nel referendum del 1995 la maggioranza degli italiani si pronunciò a favore della parità di condizioni tra concorrente pubblico e concorrente privato.

Voglio invece sottolineare il fatto che, in questi anni di governo Berlusconi, l'azienda pubblica, la Rai, ha combattuto ad armi pari con Mediaset, ed ha in molti casi superato in ascolti Mediaset. Non crede che, se fossi stato spinto dai miei interessi imprenditoriali, avrei agito per ottenere l'esatto contrario?

Basta poi guardare i telegiornali e i programmi di approfondimento (compresi quelli di Mediaset) per rendersi conto che non esiste monopolio né controllo sull'informazione da parte del Presidente del Consiglio.

Io e il governo che presiedo siamo oggetto di critiche e di polemiche - sia nei telegiornali della Rai che in quelli delle tv private - più di ogni altro governo che ci ha preceduto. Questo è indubitabile. Al contrario di quanto è capitato e capita al sottoscritto, nessuno tra i politici nostri oppositori ha mai potuto nemmeno lamentare un personale caso di censura o di attacco a proprio danno.

Leggi cosiddette ad personam. Su questo punto è stata compiuta in questi anni una manipolazione che ha dell'incredibile. E che non ha tenuto alcun conto di un fatto fondamentale. Cioè che il Presidente del Consiglio e altri esponenti del suo partito, sottoposti a processi penali (infondati e per esclusivi motivi politici), non hanno ricevuto alcun beneficio da leggi che, invece, hanno agevolato nei loro diritti di difesa migliaia di cittadini.

Se si esclude la provvisoria sospensione di poche settimane dei procedimenti nei miei confronti seguita all'approvazione del cosiddetto "lodo Maccanico", dal nome dell'esponente del centrosinistra che lo aveva proposto, nessuna legge che ha innovato aspetti importanti della procedura penale ha procurato "vantaggi" giudiziari a me o ad esponenti del mio partito.

Quanto al "lodo", esso è stato cassato dalla Corte Costituzionale non per il merito, ma perché la Corte ha ritenuto che fosse necessaria una legge di natura costituzionale piuttosto che una legge ordinaria. Ma Le ricordo che tutte le forze politiche consideravano, e credo tuttora considerino, assolutamente necessaria una norma che protegga le più alte cariche istituzionali dall'azione penale durante lo svolgimento del loro mandato. Una norma che esiste in quasi tutti i Paesi europei. Dunque si tratterebbe non di una legge ad personam, ma di una legge a tutela delle istituzioni. Tutela necessaria visto il debordante protagonismo di alcuni procuratori della Repubblica che anche in questi giorni stanno occupando la ribalta.

Cultura populista. Qui entriamo nel campo dei puri giudizi politici. Ma anche in questo caso l'accusa mi appare frutto di un atteggiamento di snobismo intellettuale che considero un vizio di certa aristocrazia culturale del nostro Paese. Si è mai chiesto la ragione dell'anomalia tutta italiana nella diffusione dei quotidiani, che sono acquistati da meno di 6 milioni di italiani al giorno? Forse il nostro è un popolo di analfabeti o di indifferenti? O non è forse vero il fatto che l'intellighenzia nazionale è distante anni luce dai problemi che interessano realmente i cittadini?

Non mi stupisce allora che anche Lei consideri populista chi sa parlare ai cittadini con un linguaggio semplice, comprensibile a tutti, e non si rifugia nel gergo elitario, il cui scopo è escludere dalla conoscenza dei fatti e dalla comprensione dei problemi la grande maggioranza degli elettori. Quello che Lei chiama populismo, con qualche, mi consenta, punta di sussiego, io lo considero l'essenza della democrazia. Perché chi governa e chi si occupa della cosa pubblica ha il dovere di far comprendere a tutti il suo pensiero.

Comportarsi diversamente potrebbe far venir meno il suo giudizio tranciante, ma esprimerebbe certamente un'idea della politica e della cittadinanza che risale a prima della conquista del suffragio universale.

Un ultimo punto, e mi scuso per la lunghezza della mia missiva, riguarda la lettera apparsa ieri, su queste stesse colonne, a firma dell'ing. De Benedetti. Prendo nota, con rammarico, del fatto che l'ingegnere, pur essendo persona certo navigata da anni nel duro mondo degli affari, non ha saputo resistere al massacro mediatico, e tutto politico, che investe immediatamente chiunque osi entrare in rapporto con Silvio Berlusconi. Lo capisco, perché io questo massacro ingiusto lo soffro sulla mia pelle quotidianamente da quando ho osato togliere il potere ad una sinistra che si era illusa di avere già vinto.

Non vorrei, Signor direttore, che questa stessa sinistra e che molte persone che la pensano come Lei si illudessero ancora una volta.

Il direttore Ezio Mauro risponderà domani al presidente del Consiglio.

IL COMMENTO
Berlusconi e l'anomalia della destra italiana
di EZIO MAURO - 8 agosto 2005


Ma questa destra italiana è anomala oppure no rispetto ai canoni delle democrazie occidentali, e rispetto alle forze conservatrici della parte del mondo in cui noi viviamo? Io sono convinto di sì, e lo sono dal 1994, quando ho visto nascere con Forza Italia non il moderno partito conservatore europeo che il nostro Paese (abituato ad una destra reazionaria o dorotea) non aveva mai conosciuto, ma un'avventura a mio parere del tutto inedita nella geografia politica del nostro continente: riassunta fin dalle origini nel leaderismo carismatico di un populismo "rivoluzionario", costruito tecnicamente per la presa del potere e non per il governo del Paese, con la televisione a far da moderno balcone e la biografia del leader spacciata in campagna elettorale come un programma politico, un fotoromanzo collettivo, il sogno di una nazione.

Pochi giorni fa, spiegando le ragioni non ideologiche, ma nell'interesse del Paese della nostra opposizione al governo Berlusconi e al suo progetto politico, indicavo i quattro elementi-cardine di questa anomalia occidentale incarnata a mio parere dalla destra italiana: la cultura populista, appunto, il monopolio dell'universo televisivo, il conflitto d'interessi e le leggi ad personam. Come si può facilmente capire, sono quattro elementi costitutivi di un potere improprio in ogni moderna società occidentale, e distorsivi di una corretta regola democratica.

Se non si vuole parlare di regime, ove queste quattro anomalie sussistano bisogna però convenire che la qualità della democrazia ne risulta fortemente impoverita. Questo mi è sempre sembrato il cuore del problema berlusconiano, in questo sventurato decennio, e questo Repubblica ha testimoniato, semplicemente, anche se spesso da sola. Un problema che non ha nulla di giacobino, com'è evidente, ma molto di liberale: se solo ci fossero liberali, in Italia.

Ieri Silvio Berlusconi ha scritto a Repubblica una lettera per contestare alla base questo mio ragionamento. La mia, secondo il Presidente del Consiglio, è un'ostilità di tipo personale, dunque illiberale, perché le quattro anomalie in realtà non sussistono.

Per Berlusconi, come i lettori hanno avuto modo di leggere, il conflitto d'interessi è regolato da una legge "severa", che non ha riscontrato illegittimità in nessun atto del governo: dunque il conflitto non esiste. Non esiste nemmeno il monopolio televisivo: secondo il Cavaliere "basta guardare i telegiornali, compresi quelli di Mediaset" per scoprire che il Capo del governo è sottoposto a critiche e polemiche "più di ogni altro governo precedente". Non esistono poi le leggi ad personam, ma solo la necessità assoluta di "proteggere le più alte cariche istituzionali dall'azione penale durante il loro mandato", come avviene "in quasi tutti i Paesi europei". Quanto al populismo, per Berlusconi è solo un problema di linguaggio: l'intellighenzia nazionale "è distante anni luce dai problemi dei cittadini", come dimostrano le poche copie di giornali vendute in Italia, mentre il "parlare ai cittadini con un linguaggio semplice e comprensibile a tutti" è "l'essenza della democrazia". Questa è la sintesi dell'obiezione berlusconiana.

Poiché considero la discussione sull'anomalia della destra utile per il nostro Paese, provo a rispondere al Presidente del Consiglio sui quattro punti da lui contestati.

A mio giudizio, una delle caratteristiche di fondo della cultura populista è la negazione della realtà, non per puro spirito menzognero, ma per non intaccare con elementi concreti, reali, veritieri, quello specchio artefatto dentro il quale si svolge tutta la narrazione dell'epopea leaderistica, fatta di titanismi e anche di vittimismi, in una concezione eroica della storia che non prevede errori ma solo congiure interne e manovre esterne: da cui il Capo può uscire vincitore o anche vinto, o almeno ferito, ma sempre innocente o meglio ancora "intatto" nella purezza del suo progetto al servizio della nazione, e in ogni caso - ciò che politicamente più conta - privo di ogni responsabilità negativa.

Esattamente questo mi sembra l'impianto della lettera del Cavaliere. Il conflitto d'interessi non esiste perché una legge berlusconiana dice che non esiste. La tautologia è ideologia. Le proprietà private, personali di Silvio Berlusconi sono tutte ancora riconducibili direttamente alla sua persona, e sono così estese da incrociare ogni giorno - persino involontariamente - il percorso del governo. Tra questi interessi attivi e patenti, ne esistono alcuni particolarmente sensibili in una democrazia politica e in una democrazia economica. La televisione è il caso più clamoroso, e come ha scritto ieri Eugenio Scalfari la nomina del direttore generale Rai va ricondotta direttamente alla volontà e ai desideri del Cavaliere: mentre il nuovo presidente della televisione pubblica è stato nominato solo dopo aver fatto visita al premier nella sua abitazione privata. Ma a queste evidenze, gravi per qualsiasi democrazia, vorrei aggiungere una notazione psicologica.

L'ultima volta che ho incrociato Berlusconi in uno studio televisivo, sei anni fa, ho parlato del conflitto d'interessi. Immediatamente il Cavaliere si è voltato verso di me, e mi ha interrotto in diretta: "Ma lei - mi ha chiesto - è ancora lì con quella roba"? Ecco lo stato d'animo, l'atteggiamento psico-politico davanti ad un problema per Berlusconi eterno. Ma voi, pensa davvero il Premier ogni volta che qualcuno parla dei suoi interessi in conflitto, anche se siamo rimasti in pochi - siete ancora lì con quella roba? Quella "roba", a mio giudizio, è la precondizione di base per far politica correttamente.

Al conflitto si lega ovviamente e direttamente il monopolio televisivo. Le "mani pulite" che il Cavaliere rivendica nel merito delle scelte televisive, atteggiandosi anzi a vittima, sono sconcertanti alla fine di un quinquennio in cui sono stati epurati dal video (e in qualche caso su sua richiesta pubblica) Biagi, Santoro, Guzzanti (Sabina), Luttazzi, Paolo Rossi mentre personaggi organici alla destra politica come Del Noce, Ferrario, Masotti e Berti sono saliti al potere in Rai. Ma c'è molto di più. Il controllo di tre reti private per via proprietaria e di tre reti pubbliche per via politica significa la confisca del moderno agorà, lo spazio delicatissimo dove si svolge il moderno mercato del consenso. Che tutto ciò sia in mano di un solo soggetto politico, capo di un partito, della maggioranza parlamentare e del governo, altera di per sé questo mercato.

Le leggi ad personam - dobbiamo ancora vedere l'epilogo di quella fabbricata in questi giorni per Cesare Previti - sono un'altra alterazione, questa volta della regola base della democrazia, la separazione dei poteri. L'esecutivo attraverso il legislativo ha più volte, in questi anni, interferito con il giudiziario. Che poi alcune norme siano state inapplicabili o perché esistono ancora istituti di garanzia (la Corte, il Quirinale) o perché scritte male, come la legge sulle rogatorie, conferma soltanto che il diavolo è tradizionalmente più esperto in pentole che in coperchi. Ma Berlusconi sa che alcune prescrizioni a suo favore (come nel processo per falso in bilancio sul consolidato Fininvest) sono scattate grazie alle sue "riforme" legislative. E in ogni caso, proviamo a giudicare la questione da questo punto di vista: c'è un Paese dove il Capo del governo, imputato per reati gravissimi ma estranei alla politica, commessi secondo l'accusa prima di "scendere in campo", usa la maggioranza parlamentare per costruirsi uno scudo legislativo d'emergenza da usare nei processi in corso, immediatamente prima che i tribunali della repubblica si pronuncino con la sua assoluzione o la sua condanna. E' un Paese normale, questo, oppure è anomalo per le abitudini dell'occidente?

L'anomalia, per concludere, non sussiste soltanto se accettiamo la cultura populista del decennio berlusconiano. In una concezione che io chiamo tecnicamente rivoluzionaria, il voto assegna un potere indiscusso e incontrollabile, una sorta di unzione, con la quale il popolo e il Capo entrano a far parte di un solo corpo mistico, mentre la nazione deve aderire a quel progetto politico come si accetta un destino. In questo schema, i controlli sono interferenze, gli istituti di garanzia sono intrusivi, la magistratura è un nemico, l'Europa è un inutile vincolo, la Costituzione è un vecchio libro ideologico. Persino i giornali, come rivela la lettera del Cavaliere, sono fastidiosi. Vendono poco? Ma perché il Capo del governo non si domanda come mai costino in Italia il doppio rispetto agli Stati Uniti, dove le aziende editoriali possono contare su un tetto alla pubblicità televisiva che in Italia (unico caso al mondo) raccoglie invece il 54 per cento del mercato totale, contro il 25-35 degli altri Paesi europei? Vendono magari poco (anche se seicentomila copie ogni giorno, per quanto ci riguarda, non sono poche) ma evidentemente danno fastidio, almeno alcuni, perché non sono controllabili come i telegiornali e i loro "panini".

Cosa concludere? Non so se il Cavaliere avesse retropensieri, chiedendo di aderire al "fondo" di De Benedetti. So che De Benedetti ha detto di no. E che Repubblica aveva già anticipato una cosa semplice: di non poter comunque cambiare giudizio sul berlusconismo, finché sussistono le quattro anomalie che rendono la nostra destra inaccettabile in Europa.

(8 agosto 2005)

 

 

Io sarò di parte, ma leggendo la risposta resto sfavorevolmente colpita dal modo di rispondere di Ezio Mauro, il quale non si preoccupa nemmeno della forma, mentre risponde al Presidente del Consiglio della Nazione di cui lui è cittadino, gli piaccia o meno, il rispetto dovrebbe essere il minimo di ciò che è dovuto a chi se lo è meritato sul campo. Non può dimenticarsi Ezio Mauro che sta parlando con un rappresentante della volontà popolare e non con un usurpatore, di conseguenza avrebbe dovuto almeno rendergli la cortesia del rivolgersi a lui direttamente, visto che questo è ciò che ha fatto Berlusconi con lui,  ma dev'essere proprio un modus operandi ,insito nel DNA delle sinistre, di spersonalizzare le persone con cui si avvia un discorso, rivolgendosi ad una ipotetica platea costituita da una indefinita quantità di persone, anziché all'interlocutore principe, come educazione insegna.

 

Ezio Mauro prosegue ribandendo i concetti che Silvio Berlusconi aveva direttamente a lui contestato, ma non come se gli parlasse direttamente, ma raccontando l'evento ai lettori, con una leggera modifica, cioè facendo sapere ai lettori che Silvio Berlusconi aveva scritto al giornale. Dichiarazione falsa in quanto Silvio Berlusconi ha scritto direttamente a lui Ezio Mauro, in veste di direttore responsabile de il Giornale.

 

Questo mi fa legittimamente concludere che Ezio Mauro sia talmente abituato a influenzare il modo degli altri di pensare, che non riesce nemmeno a lasciare liberi i suoi lettori di leggersi da soli la lettera di Berlusconi, e di giudicarla in base alle argomentazioni in essa contenute, così come Silvio Berlusconi le ha scritte, ma preferisce concludere con una sintesi del pensiero del Presidente del Consiglio, in base al proprio personale modo di ragionare.

 

Poi finalmente "a suo giudizio" decide di rispondere ai punti toccati nella sua lettera da S. Berlusconi, ma lo fa in modo talmente concettuoso, da rendere quasi impossibile comprendere ciò che vuole dire. Da qua ovviamente torno a rivedere l'idea tutta sinistra di essere sempre "concettualmente e moralmente superiori"

Questa la sua risposta diretta al primo quesito posto da S. Berlusconi: A mio giudizio, una delle caratteristiche di fondo della cultura populista è la negazione della realtà, non per puro spirito menzognero, ma per non intaccare con elementi concreti, reali, veritieri, quello specchio artefatto dentro il quale si svolge tutta la narrazione dell'epopea leaderistica, fatta di titanismi e anche di vittimismi, in una concezione eroica della storia che non prevede errori ma solo congiure interne e manovre esterne: da cui il Capo può uscire vincitore o anche vinto, o almeno ferito, ma sempre innocente o meglio ancora "intatto" nella purezza del suo progetto al servizio della nazione, e in ogni caso - ciò che politicamente più conta - privo di ogni responsabilità negativa.

Trovo sia veramente vergognoso da parte di un direttore di giornale operare e scrivere in questo modo e trovo che S. Berlusconi ne abbia ben d'onde di risentirsi da cotanta arroganza e tracotanza.

 

Non si ricorda il Signor Ezio Mauro che il conflitto di interessi è stata una legge che la sinistra al potere non ha saputo condurre in porto? E non sa forse che dopo la sinistra, attraverso nuove elezioni è andata al potere la destra e ha dovuto fare quello che la sinistra non aveva fatto?  Quindi di che si lamenta se la legge porta in calce la firma di Silvio Berlusconi? Chi avrebbe dovuto firmarla Prodi?  D'Alema?  Se avessero fatto il loro dovere, probabilmente sì, ma visto che non hanno saputo farla quando erano al governo, di che si lamenta ora Mauro?

E' o non è un dovere del governo legiferare?  E Secondo Mauro: Berlusconi e il suo esecutivo dovevano soprassedere su questa legge e lasciarla fare alle sinistre dopo di loro?  Cos'avrebbe detto Mauro in quel caso? Apriti cielo se già si permette di dissentire su mancanze non del governo presente, ma lasciate in eredità da quello con il quale lui ha stretto amicizia, e che ha tradito il mandato non essendo riuscito a portare a termine una legge così importante?

 

Poi il caro Mauro, per aumentare il valore del suo interloquire, prosegue raccontando un episodio di alcuni anni fa, giocato su poche parole, di cui lui dichiara di aver capito tutto, ma se ha sentito il bisogno persino di stravolgere una lettera talmente chiara, da doverla spiegare lui ai lettori, pretende ora che si creda alle sue impressioni di 6 anni fa e in base a cosa? A un incontro durato 20 secondi?   Ma Enzo Mauro, faccia il piacere di scendere dal piedistallo e venga qui fra i comuni mortali e non dica che "La tautologia è ideologia. " ma se non sa parlare come i comuni mortali, ha ragione Berlusconi a dire che i giornali non si vendono, con le cazzate megagalattiche che lei scrive, caro direttore, non potrebbe essere altrimenti.

 

Leggere un quotidiano equivale ad informarsi e non a prendere una laurea in idiotomanzia, come lei pretenderebbe di dare ai suoi e ad altri lettori.

 

E poi il direttore Ezio Mauro continua parlando di epurazioni, dimenticando che molti giornalisti e attori che non sono di parte della sinistra, non sono mai stati epurati, semplicemente perché non hanno mai avuto il piacere di entrare una sola volta in RAI.

 

"L'anomalia, per concludere, non sussiste soltanto se accettiamo la cultura populista del decennio berlusconiano. In una concezione che io chiamo tecnicamente rivoluzionaria, il voto assegna un potere indiscusso e incontrollabile, una sorta di unzione, con la quale il popolo e il Capo entrano a far parte di un solo corpo mistico,...."

L'anomalia qui è rappresentata dal Signor Ezio, che insiste nell'atteggiarsi a intellettuale, si è capito che è intelligente, altrimenti non rivestirebbe la carica che ha, ma è anche furbo e questo non è proprio un merito, ma fino a quando la sua furbizia lo soccorrerà? 

Farebbe bene a ricordarsi Mauri che l'ex direttore di Rai3 Sandro Curzi e Beppe Grillo, sono stati epurati proprio con il governo delle sinistre e non da Berlusconi, oltre che disquisire linguisticamente su elegie del verso, che sarebbe meglio risparmiare a tutti e poi come fa ad avere la certezza che è stato il "cavaliere" a fare l'offerta a De Benedetti e non il contrario?  Non si ricorda il signor Mauro che De Benedetti ha citato in giudizio Berlusconi semplicemente per aver difeso i diritti del patrimonio nazionale, che i suoi compagnucci, Prodi in testa, avevano la cattiva abitudine di svendere ai capitalisti loro amici?

 

Non ha saputo, né tanto meno voluto il signor Mauronon saper approfittare del boccone succulento che S. Berlusconi gli ha offerto su un piatto d'argento. Ha immediatamente utilizzato il suo eloquio forbito, per generare un paragone talmente squallido che nessun editore dovrebbe lasciargli dirigere un giornale, se non perché ragiona ed opera esattamente come lui:  ha paragonato le TV di Berlusconi al Balcone di Piazza Venezia del Duce, creando appositamente un'analogia vergognosa.  E' vergognoso e oltraggioso questo modo di pensare, ma soprattutto il  modo di fare propaganda, perché S. Berlusconi ha ottenuto il consenso popolare alle urne e non con un colpo di mano, come vuole lasciare intendere Mauro.

 

Ha ragione S. Berlusconi nel sentirsi perseguitato, perché questo è l'ignobile modo di fare politica e peggio ancora ignobile in quanto, una persona mossa da idee pulite e prive di preconcetti, avrebbe risposto a chi gli scrive una lettera in prima persona, senza indottrinamenti aggiunti, come ha abusato Mauri in questo suo intervento di potere.

Solo quelli come lui possono pensare che S. Berlusconi voglia fare affari con un nemico così acerrimo, come De Benedetti, solo chi è "furbo" come Ezio Mauro non dà importanza all'etica, ai propri e altrui sentimenti, ma sempre e solo agli interessi di parte e quindi non riesce a pensare in altro modo.

 

Sono tutte persone queste destinate a finire nell'immondezzaio della storia.

 

Lisistrata

Avvia una discussione sul forum

Torna a home