SCUOLA ISLAMICA SEPARATA? NO GRAZIE!!!

 

Il ministro degli interni Pisanu risponde:

 Non voglio ghetti, gli islamici debbo andare nelle scuole statali…     

a sinistra il ministro Giuseppe Pisanu - a dx. un'immagine tipo di una scuola coranica

Le belle parole mistificano la realtà:

la scuola islamica rappresenta un rifiuto di fatto all'integrazione

 

9 settembre 2005

 

IL DIRITTO ALLO STUDIO
Grazie alle lotte fatte dai nostri progenitori, in Italia, ormai da molti anni la scuola è diventata "scuola dell'obbligo" il che significa che è diventato un diritto acquisito per tutti i bambini, a cui tutti i genitori, anche i più renitenti dovevano rispettare, per permettere ai loro figli un giusto inserimento in società, non negando loro le possibilità che tutti potenzialmente possono avere.


Oggi è possibile essere analfabeti non solo perché non si impara a leggere e scrivere, si è analfabeti se non si conoscono le lingue, in particolare l'inglese, se non si sa utilizzare il computer, o se manca una minima base di conoscenze tecniche, se non si conosce il minimo indispensabile per rispettare le leggi vigenti nel paese, se non si capisce nemmeno la base del codice stradale e cosa via.

 

Gli emigranti islamici che vengono a lavorare in Italia e poi scelgono di vivere qui, portandosi i figli al seguito, hanno il dovere in primis di rispettare la Costituzione italiana e tutte le sue leggi e norme, stabilite attraverso codici penali e civili, che tengono conto del rispetto dei diritti di tutti e non di particolari categorie e basta, che sono il frutto di una civiltà millenaria che si è fortunatamente strutturata nel rispetto dei diritti umani e perciò anche di quelli dei loro figli, a cui non tutti vogliamo siano date le stesse possibilità che vengono date ai nostri.

 

Qui sono venute tante comunità di cittadini stranieri, ma è la prima volta che accade che alcuni “e sono tanti” che provengono dai paesi islamici portano i loro figli a studiare entro strutture nelle quali viene insegnato ciò che si insegna nei paesi d’origine, ignorando completamente le nostre leggi, i doveri e gli obblighi a cui nessun genitore può sottrarsi e può negare ai propri figli.

 

A Milano ormai è di dominio pubblico l’episodio della scuola di Via Quaranta, nella quale gli allievi, quasi tutti di nazionalità egiziana, frequentano una scuola che non è in regola con i crismi della scuola italiana e non solo dal punto di vista igienico-sanitario, che secondo il mio poco illuminato parere, forse sarebbe il minimo dei problemi, ma non in regola con i canoni dell’apprendimento e della struttura sociale in cui sono inseriti che è italiana e non egiziana.

 

Tante voci si sono  levate contro la scelta fatta da questi cittadini islamici, ma anche voci contrarie che avrebbero voluto dare a questa scuola “la licenza” senza che al suo interno ci fosse la possibilità di controlli e verifiche, in particolare sul programma di studio che verrebbe riservato a questi ragazzi stranieri, che non avrebbero così le stesse possibilità dei ragazzi italiani di potersi inserire nel contesto sociale nel quale i loro genitori hanno scelto di venire a vivere.

 

Il ministro Pisanu ha giustamente “tagliato la testa al toro” sgomberando la strada da possibili dubbi e dichiarando esplicitamente “Non voglio ghetti, gli islamici debbo andare nelle scuole statali…”     vedi articolo su Repubblica

 

 

CORRIERE DELLA SERA – Cronaca di Milano 11.9.05  - Parla l'insegnante italiano che li ha conosciuti

Articolo firmato da Annachiara Sacchi

 

I BIMBI DI VIA QUARANTA PORTATI A SCUOLA CON PULMINI SCHERMATI

«Non sono abituati a ragionare, si meravigliano quando si chiede loro un perché»

Né: Italia, né Egltto. Un non luogo. Dove le ragazze parlano solo all'unisono, dove i bambini fino a poco tempo fa arrivavano su pulmini schermati  «per non guardare e non farsi guardare», dove quello che si studia «rimane un mistero».

 

Via Quaranta vista con gli occhi del pro­fessor Martino Rizzotti, che nella scuola islamica ha insegnato per quattro anni. Tra compromessi e tentativi di mediazione, dietrofront e  «tanta fatica».

«Tutto è cominciato nel 2002, quando nella media statale, di via Heine organizzammo un corso estivo per gli studenti di via Quaranta».

 

Quattro le condizioni:

- una classe di soli egiziani;

- la presenza di un supervisore;

- la divisione tra maschi e femmine

- l’intervallo in tempi separati      

--- «I funzionari del comune accettarono» ---

La giornata tipo:

lezioni in via Quaranta,

trasferimento in Via Heine,

ritorno alla scuola islamica.

 

«I miei allievi venivano da ogni parte di Milano. Viaggiavano in pulmini che facevano il giro delle case.  La loro conoscenza della città era inesistente, per la semplice ragione che i vetri erano schermati.»

Isolamento assoluto «solo alcuni sapevano esprimersi in italiano»

Alle domande «di dove sei? »  Rispondevano «egiziano» Dove sei nato?  «a Milano» Sei mai stato in Egitto? «Qualche volta in vacanza».

Chi ha provato Martino Rizzotto ad abbattere le barriere della diffidenza «Decisi che i ragazzi facessero l’intervallo con gli altri studenti.  Si misero a giocare a calcio, ma a questo patto: Egitto contro il resto del Mondo» .

L’universo femminile: «Quando imposi la ricreazione in comune anche alle ragazze, queste si rifiutarono di avere contatti con le coetanee di altre nazionalità, l’unico modo per sentire la loro voce era di farle leggere all’unisono»

I locali: «Strutture e impianti sono inadatti e malfunzionanti»

I risultati: «Il fallimento degli studenti, una volta arrivati alle superiori, suggerirono ai dirigenti uno strano compromesso: una scuola egiziana bilingue dove gli stessi programmi venivano ripetuti in italiano e in  egiziano».

«Eppure»  continua il prof. Rizzotti, la preparazione dei ragazzi non migliorava: «Non sono abituati a ragionare, si meravigliano quando si chiede loro un perché. E cosa studino veramente rimane un mistero. Nelle aule abbondano testi religiosi, volumetti di sure del Corano, si odono interminabili recite in coro. Hanno vaghe nozioni sull’Egitto, poche nozioni sulla loro religione, nessuna sulla nostra»

Casa e moschea. E’ il non luogo a essere sotto accusa, «Più che la mancata conoscenza dell’italiano, la loro difficoltà nasce dall’assenza di quelle relazioni con il mondo, che stimolano la curiosità e danno un senso al sapere»

Ma la speranza rimane  «Che poi alcuni di loro abbiano manifestato interessi culturali, prova le infinite risorse dei giovani»

Annachiara Sacchi

 

Il direttore della scuola si difende.

Ma il direttore della scuola non ci sta: punta l'indice contro chi lo accusa di seminare odio e di aver dato vita a una madrassa e dichiara testualmente:

"Non siamo una scuola coranica. Non seminiamo l'odio", dice Ali Sharif, egiziano, in Italia da trent'anni.

 "I nostri bambini studiano su programmi egiziani, quelli che vengono seguiti in qualsiasi altro istituto del nostro Paese.

I ragazzi vanno a sostenere l'esame per l'idoneità al consolato egiziano e, da qualche anno, anche alla scuola italiana.

 Non imparano solo l'arabo, ma anche l'italiano. Lo facciamo dal 2002 e non perché qualcuno ce lo ha ordinato, ma perché è il futuro dei nostri figli. Vogliamo creare una scuola paritaria. I bambini sanno due lingue ed è un bene: se tornano in Egitto, è una capacità in più; se rimangono qui non hanno perso le loro radici.

E' un doppio vantaggio, anche per l'Italia.

Vogliamo contribuire a costruire una società multietnica e multiculturale. Non si può chiudere la scuola. Dove possiamo andare? Su una strada?

 

Considerando le sue dichiarazione, io vorrei provare ad analizzare insieme a voi quanto c’è di sbagliato o di corretto in queste dichiarazioni:

 

*1 "I nostri bambini studiano su programmi egiziani, quelli che vengono seguiti in qualsiasi altro istituto del nostro Paese.

Sbagliato i bambini in Italia, di qualsiasi nazionalità siano, debbono studiare tu testi italiani che realizzino i programmi italiani stabiliti dal Ministero dell'Istruzione Italiano e non egiziano, arabo, cinese, ecc.....

 

*2 I ragazzi vanno a sostenere l'esame per l'idoneità al consolato egiziano e, da qualche anno, anche alla scuola italiana.
Sbagliato – i bambini debbono sostenere solo esami italiani, il resto è affar loro, non nostro, sono liberi di farlo, ma il Consolato egiziano non può certo verificare, approvare o rifiutare il metodo italiano, poiché non ne ha le competenze ed anche se le avesse, non ha ricevuto l'incarico ufficiale di farlo.

 

3*Non imparano solo l'arabo, ma anche l'italiano. Lo facciamo dal 2002 e non perché qualcuno ce lo ha ordinato, ma perché è il futuro dei nostri figli.

Sbagliato – le due lingue in Italia sono rappresentate dall’Italiano e dall’inglese, poi tutti possono accedere ad altre lingue di loro scelta, ma solo in forma facoltativa. Inoltre è una scuola aperta abusivamente da circa 10 anni ed è solo dall'anno scorso che insegnano l'italiano, quanti anni debbono ancora passare, prima che si decidano a rispettare totalmente le nostre leggi? Inoltre Ali Sharif vive in Italia già da 30 anni, e il fatto che non abbia ancora capito quali sono i suoi doveri, fa veramente pensare... ma fa pensare ancora di più la continua rivendicazione di diritti, che vanno contro la Costituzione italiana e le leggi.

 

*4 Vogliamo creare una scuola paritaria.

Benissimo, nessuno glielo impedisce, ma prima la debbono realizzare nel rispetto delle nostre leggi, sottoporla al vaglio di chi è preposto alle verifiche e poi possono mandarci i loro ragazzi o chiunque voglia accedervi, anche se non egiziano o arabo e non musulmano, perché le leggi non possono variare da ospite ad ospite, ma sono quelle dello stato Italiano e debbono valere anche per loro, per cui le scuole private sono aperte a tutti coloro che desiderano accedervi e non solo a chi vogliono loro.

 

*5 - I bambini sanno due lingue ed è un bene: se tornano in Egitto, è una capacità in più; se rimangono qui non hanno perso le loro radici.

Sbagliato nuovamente, così i bambini conoscono solo una delle lingue obbligatorie nella nostra scuola, nessuno vuole impedire loro di apprendere la lingua araba, proprio come hanno fatto altre comunità, quelle armene per esempio che hanno mandato i figli nelle scuole italiane, si sono preoccupati di insegnare anche la lingua armena, così come gli ebrei insegnano l'Iddish, e i musulmani  in virtù di quale diritto superiore a quello italiano, pretendono di essere diversi e privilegiati rispetto ogni altra comunità ospite?

 

*6 E' un doppio vantaggio, anche per l'Italia.

E chi lo stabilirebbe quali sono i nostri vantaggi? Loro forse?  E nuovamente: in virtù di quale diritto deciderebbero loro quali siano i nostri vantaggi? Cosa credono di possedere: una superiorità etica e decisionale, un diritto di arbitrato nei nostri confronti?  A noi che importa se conoscono o non conoscono l’arabo? Se lo conoscono è bene esclusivamente per loro. Ciò detto nessuno di noi vuole impedire che lo apprendano. Resta il fatto che avviene a danno dell’insegnamento italiano, a danno dell’integrazione e soprattutto a danno dei ragazzi, che non ricevono un'istruzione qualificata idonea a introdurli nel mondo del lavoro.

 

*7Vogliamo contribuire a costruire una società multietnica e multiculturale

E come vogliono contribuire? Ghettizzandosi e ghettizzando noi?  Separando i loro ragazzi dai nostri e creando classi separate fra maschi e femmine, rendendo di fatto impossibile alle femmine godere degli stessi diritti che hanno i cittadini maschi? 

E’ una chiara discriminazione multipla, e una mancanza di rispetto delle leggi  italiane, che si traduce in pratica in un reato.

 

*8 Non si può chiudere la scuola. Dove possiamo andare? Su una strada?

Tanto per cominciare non dovevano nemmeno sognarsi di aprirla questa scuola, e male hanno fatto le autorità cittadine a permetterglielo fino ad oggi, ma gli errori si possono e si debbono correggere.

Dove possono mandare i loro ragazzi lo sanno benissimo, gli piaccia o no, nessuno vuole mettere i loro ragazzi in mezzo a una strada, quindi evitino di continuare ad atteggiarsi a vittime, perché non lo sono.

Invece che mantenere i loro figli in una comunità chiusa e ristretta agli islamici, che sembra costituita da famiglie che risiedono in molti rioni delle città e persino della provincia, li iscrivano e li portino tranquillamente nelle nostre scuole, oltre che a trovarne di comode vicine a casa propria, nessuno di noi li discriminerà.

Al contrario troveranno accoglienza, come è sempre accaduto, tanté che spesso ci siamo sforzati di adattare i nostri costumi ai loro, a volte facendo persino scelte assurde e contestabili, per andare incontro alle loro esigenze.

 

Ora cosa vogliono di più?  Ci stanno imponendo i loro usi e costumi, rifiutando vergognosamente i  nostri come se li ritenessero indegni di loro, i quali per alcuni  versi sono illegali in Italia, motivo per cui non è giusto continuare a perseguire una politica razzista nei nostri confronti, solo per il fatto che abbiamo cercato di comprenderli.

 

A questo punto, dopo tutto quanto è stato fatto e si è permesso loro di fare, se non sono d’accordo, nel riconoscere la validità delle nostre leggi e derlle nostre regole, che hanno l'obbligo di rispettare, nessuno li trattiene.  Sono liberi di scegliere, se rimanere e adeguarsi o se  tornare da dove sono venuti, la loro libertà non deve costare la nostra, ma deve trovare un punto di INTEGRAZIONE!!! O potrebbe finire in un vero scontro di civiltà.

Lisistrata

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