I COMUNISTI E IL COMUNISMO NON SONO RIFORMABILI

E NON SONO NEMMENO EMENDABILI

Ecco la riunione pro-dittatura organizzata in una sede di partito per  Tarek Aziz nel 2003.

Dietro in piedi Rizzo - seduti da dx: Pecoraro Scanio,  Armando Cossutta e altri amichetti di partito

Di Liberto nel 2003, mentre promuove una manifestazione "pro pace" (quella che intendono questi figuri ovviamente)

Ma come fanno a pretendere di  essere riformisti???

 

14 novembre 2005

 

Dopo la visita del premier iracheno JalalTalabani, nascono inevitabilmente riflessioni e discussioni fra tutti coloro che lo hanno ricevuto, quello che però non dovrebbe mai succedere è che qualcuno si possa permettere di farsi beffe di un rappresentante legittimo di un altro paese, semplicemente per seguire le proprie ideologie e disegni politici.

 

Questo viene evidenziato dall’incontro che Talabani ha avuto con i 4 leader dell’opposizione, che sembravano tendenzialmente disposti a un ritiro, graduale e concordato con le forze irachene stesse, ma come sempre all’interno di questa incredibile quanto variegata associazione di forze politiche molto diverse fra loro, unite come ormai purtroppo tutti abbiamo dovuto constatare, solo dall’odio contro Berlusconi e contro gli USA, cominciano i primi screzi.

 

Chi convincerà l’irriducibile Fausto Bertinotti assieme agli altri di rifondazione e verdi che non accettano l’idea che gli iracheni si sentano liberati dalle forze di coalizione, ma pervicacente e proditoriamente insistono sull’aggressione e occupazione, che secondo il loro personale punto di vista l’Iraq avrebbe subito ?

 

Come riuscire a trovare con essi un compromesso che gli permetta di non perdere la faccia davanti al proprio elettorato, i cui umori e malumori hanno fino ad ora cavalcato oltre che esacerbato, fino alle forme più inaccettabili quali i vergognosi slogan gridati nelle piazze del genere "10 100 1000 Nassirya" seguite spesso da forme di protesta che dalle parole sono passate agli atti, fino al limite della guerra civile?

 

Credo che se vincerà la loro posizione oltranzista, che non vuole adeguarsi agli eventi, ma continua a mantenere come faro la “ritirata di zapateriana memoria” l’Italia purtroppo finirà per fare una brutta figura davanti al mondo intero, coniugandosi ad altre storie vergognose, che meritano di finire nella pattumiera della storia.

D'altra parte cosa aspettarsi di meglio da gente che nonostante abbia visto con i suoi occhi i disastri spaventosi, la crudeltà dei regimi comunisti, continua oggi a professarsi con orgoglio oltranzista: COMUNISTA

 

Eppure non sarebbe difficile ammettere che gli ideali non sono stati corrisposti e che le intenzioni buone sono state tradite, non in quanto manipolate da uomini che la storia ha ormai gettato via, ma dal fatto che quella ideologia è assolutamente inapplicabile per tutti i gravi pericoli che comporta e che si sono puntualmente verificati e che si verificheranno ancora, là dove quell'ideologia esiste e persiste.


Lisistrata

 

Normalmente pubblico articoli che provengono dalle agenzie: Androkronos o Ansa. Oppure elaborate da Corriere della Sera, Panorama, Libero, Il Foglio e anche La Repubblica, mai ho pubblicato un articolo di La Padania, ma questa volta concordo in pieno con l'analisi da loro fatta e quindi ve lo posto di seguito e più sotto due articoli pubblicati Su Il Giornale, e tanto per precisare ciò che penso: vi sembra accettabile che un certo Bertinotti che rappresenta una minoranza di Italiani e non una maggioranza, quindi parla solo ed esclusivamente a voce di una piccola fazione, possa permettersi di prendere letteralmente in giro un leader di una nazione che sta emergendo a fatica da anni di dittatura?  Ma d'altra perché stupirsi visto che Bertinotti adora le dittature?

A pochi mesi dalle elezioni l’unione è in guerra sulla politica estera

Ma i comunisti spaccano il fronte iracheno 
LA PADANIA 13 novembre 2005

 

Roma - Romano Prodi, Piero Fassino, Francesco Rutelli e Massimo D’Alema «mi hanno promesso che, in caso di una loro vittoria alle elezioni, il ritiro delle truppe italiane sarà graduale, programmato e concordato con il governo iracheno». Le dichiarazioni rilasciate dal presidente iracheno Jalal Talabani al termine dell’incontro con i quattro leader dell’Unione, divaricano il solco che divide i moderati dall’ala estrema della coalizione, quella, per intenderci, del ritiro immediato e del no alla guerra senza “se” e senza “ma”.
Mentre nella memoria di chi non cede alla pigrizia intellettuale dell’oblio, resiste l’oltraggio di un grido che invocava altre «dieci, cento, mille Nassyria», la sinistra italiana prova dunque a rifarsi una verginità cercando un punto d’equilibrio interno sulla questione irachena. La situazione, però, è complicata dalle pregiudiziali poste da Comunisti e Verdi, i quali hanno sempre interpretato l’intervento anglo-americano nel paese di Saddam Hussein come una vera e propria occupazione. Perciò, soprattutto ora che l’Onu ha prolungato il mandato alle truppe alleate, è lecito domandarsi che politica seguirà l’Italia sull’Iraq e come si rapporterà con la coalizione internazionale qualora le urne, grazie al sistema proporzionale, premiassero oltre il previsto questi partiti e la sinistra vincesse veramente le elezioni. Domande cui, a pochi mesi dalle elezioni, è ancora difficile, se non impossibile, rispondere.
Stando alle dichiarazioni dei suoi leader, infatti, la politica estera del centrosinistra non sembra avere trovato un minimo comune denominatore e, d’altro canto, non esiste allo stato attuale uno straccio di programma in grado di aiutarci nell’impresa di capire. Sappiano che nell’Unione tutti usano e abusano del vocabolo “ritiro” ma l’impressione è che la si adoperi più per accontentare la piazza che per una reale convinzione. Del resto quando si dice ritiro bisognerebbe anche dire quando e perchè. Insomma il ritiro dall’Iraq è stato trasformato in una sorta di parola d’ordine o, nei casi peggiori, in uno slogan che non sarà semplicissimo motivare di fronte all’altra metà dell’elettorato italiano e ai due alleati di riferimento: Stati Uniti e Gran Bretagna.

Intanto, dalle colonne del Corriere della Sera, Giuliano Amato provava giusto ieri a diffondere ottimismo, sostenendo che, «verdi e comunisti a parte, esistono nell’Unione fondamentali convergenze». L’Ulivo, per l’ex presidente del Consiglio, sarebbe quindi «unito nell’intenzione di far rientrare i militari, ma con un’attenzione al modo in cui questo accadrà e con una gradualità che lasci spazio a diverse ipotesi di calendario». Esperto nel dire e non dire, il Dottor Sottile è conscio di avere a che fare con gente che il contingente italiano in Iraq lo farebbe tornare a casa ancor più velocemente di quanto fece Zapatero. Uno di questi, ad esempio, è Fausto Bertinotti, notoriamente favorevole al ritiro immediato. Posizione non certo trascurabile o addomesticabile quella di Bertinotti, visto che è espressione della volontà ultra-compatta di un partito che, bruciando tutti sul tempo, ha già chiesto a Romano Prodi il Ministero degli Esteri. «A chi ha ancora il coraggio di parlare di guerra giusta - ribadisce il segretario di Rifondazione Comunista annunciando l’adesione del suo partito ai sit-in di Roma e Milano contro l’intervento in Iraq -noi consigliamo di dare uno sguardo alle immagini proiettate dai Rainews 24 nei giorni scorsi (quelle che documentano i bombardamenti su Falluja). Da quelle immagini non può che nascere un moto di indignazione che bene fanno i movimenti e le associazioni pacifiste a denunciare. Il nostro governo - conclude Bertinotti - farebbe bene a chiedere conto agli Stati Uniti delle bombe al fosforo, a riflettere sull’opportunità di aver abbracciato la dottrina Bush della guerra preventiva e permanente e a ritirare subito le truppe».
Se anche i Comunisti Italiani di Armando Cossutta e gli ambientalisti più rossi che verdi di Pecoraro Scanio vogliono riportare in patria le truppe che stanno operando fuori dai confini nazionali, la posizione dei partiti centristi e riformisti è molto più sfumata e realistica. Al di là delle rassicurazioni date al presidente Talabani, i moderati dell’Unione sanno però di essere sotto il ricatto dell’ala radicale che dispone dello strumento persuasivo (o dissuasivo) della piazza ed è pronta ad usarlo. È chiaro, tuttavia, che una scelta così determinante per gli equilibri diplomatici internazionali e per la lotta al terrorismo come la strategia da seguire in Iraq, deve essere sostenuta da una condivisione interna e da visioni politico-strategiche unitarie che la sinistra oggi non ha e che eventuali responsabilità di Governo, più che favorire, potrebbero definitivamente compromettere.

E per quelli che a sinistra avessero ancora dei dubbi il presidente Talabani ha definito “eroi della libertà” gli italiani caduti a Nassyria.    A.Mon.

 Il Giornale  14 novembre 2005

«Caro Prodi, sull’Irak basta giochi di parole»

Bertinotti: «Il ritiro da Nassirya è indiscutibile. Le promesse di Romano a Talabani? Formule di cortesia a un leader a sovranità limitata»
Onorevole Fausto Bertinotti, il ritiro dall'Irak sarà «graduale, programmato e concordato», hanno promesso Prodi, Fassino, D'Alema e Rutelli al presidente iracheno Talabani. L'Unione ci ripensa?
«Non credo proprio. La questione da tempo è approdata a un punto sicuro e fermo, il ritiro immediato delle truppe. Capisco che una scelta del genere abbia incorporato molte sofferenze e che settori di Margherita e Ds si siano considerati vinti. Ogni qualvolta gli Usa sembrano in procinto di ritirarsi prima del fallimento clamoroso in Irak, i moderati dell'Unione ci provano. Provano ad avvolgere la questione in un quadro diplomatico, a ridurre l'impatto politico della nostra parola d'ordine. Ma il ritiro è in-di-scu-ti-bi-le».
Lei ha già detto che Fassino ha «creato inutilmente molta confusione». Ma forse c'è di più: stanno giocando con le parole...
«Si gioca con le parole laddove invece bisognerebbe fare attenzione. Cercano di diluire l'impatto, ma tutti sanno che il ritiro è irrinunciabile. Non c'è possibilità di modificare la scelta già fatta, perché è un punto costitutivo e costruttivo dell'Unione. Prodi l'ha annunciato nel programma delle primarie...».
Una promessa come le altre...
«Guardi: il tema è stato portato avanti dalla sinistra alternativa, ma enorme è stata ed è l'influenza del movimento pacifista, del tavolo della pace, di tutto l'associazionismo cattolico... Dunque è nella natura stessa dell'Unione e della leadership prodiana. Chi ragiona sul terreno diplomatico pensa di poter agganciare il vagone Italia a un convoglio in uscita.

Non vogliono vedere le rovine della guerra e pensano di poter influenzare le scelte degli Usa. Ma io penso che non ci sia alcun convoglio in uscita e che sul convoglio accadano fatti intollerabili».
Lei stesso immagina un ritiro degli Usa prima di un nuovo Vietnam.
«Però le esperienze passate invitano a non fidarsi. Tutte le tentazioni di procedere a un'exit strategy sono state soppresse, negli Usa. Che restano forse condizionabili soltanto da una massa critica dell'intero continente europeo».

Il servizio di Rai News 24 sull'utilizzo del fosforo a Falluja ha rafforzato le sue convinzioni?
«Ciò che accade ogni giorno in Irak non consente ripensamenti di sorta: l'uso del fosforo documentato è un orrore. Dimostra che alla guerra si è sostituita la barbarie, che la guerra è una bestia che non si può addomesticare. L'effetto è paradossale: chi è andato in Irak per smantellare armi di distruzioni di massa ha constatato che non c'erano e, al contrario, le sta usando. E qui da noi c'è un silenzio pesante, anche nei mass-media. Ds e Dl dovrebbero farne una battaglia morale, indignarsi assieme a noi, gridare: “Adesso basta!”. Invece neppure partecipano ai sit-in di protesta organizzati per oggi...».
Intanto però il presidente Talabani ha chiesto di non abbandonare l'Irak. Un problema con il quale la sinistra dovrà confrontarsi.
«Certo. Però non dimentichiamo che è la parola di un leader che ha una rappresentanza dimezzata, una sovranità limitata. L'anatra zoppa di un paese in guerra civile: il fatto che non abbia neppure premesso di fermare la guerra ne depotenzia l'attendibilità. Va ascoltato lui, ma andrebbero ascoltate tutte le parti, eccetto i terroristi, che lui non rappresenta. Per questo, continuo a pensare che soltanto una vera Conferenza di pace, sotto l'egida dell'Onu, possa aiutare davvero l'Irak».
Insomma, quelle di Fassino, Prodi D'Alema e C. sono promesse di marinaio al signor Nessuno.
«Non dico questo e ho molto rispetto per Talabani. Capisco pure che se incontri una personalità straniera non gli metti le dita negli occhi».

Formule di cortesia.
«Formule di cortesia, ma non dobbiamo confondere la cortesia con la sostanza».
Qual è la sostanza?
«Che il ritiro è irrinunciabile e che, come ha fatto anche Zapatero, necessita di tempi tecnici».
Discuterete anche su questo.
«Sì, ma non possiamo fasciarci la testa prima. Ora l'importante è non far corrompere l'elemento guida del ritiro con diversità di vedute che esistono, sulle quali ci confronteremo».
Così sarà anche sul ritiro da Afghanistan e Kosovo, altro punto di divergenza.
«Se ognuno sta ai nastri di partenza, la situazione resta bloccata. Occorre ragionare su quelle aree di intervento. Propongo di fare una mappa della situazione per come è evoluta e discuterne. Per giungere a una linea nuova e unitaria dell'Unione».
Presto lei andrà in Cina: parlerà dei diritti umani a Pechino, magari in piazza Tien An Men?
«Con il dovuto rispetto, i problemi che vedo proverò a indicarli. In primo luogo i diritti dei lavoratori».
Arduo esportare il sindacato.

«Cerco di non essere presuntuoso, lei cerchi di non fare lo spiritoso».
A proposito della Cina, viene in mente la Tav in Val di Susa. Non servirebbe a veicolare le merci cinesi?
«L'entità di questo traffico è molto contestata. Mentre è indubbio che sono in gioco nuove politiche di sviluppo sostenibile. Domani faremo una conferenza stampa a Strasburgo, Sinistra europea assieme ai Verdi».
La Tav, ennesimo scontro futuro.
«Ma come si fa a pensare che la questione sia uno scontro tra Bertinotti e Rutelli, tra Pecoraro Scanio e Fassino? In Val di Susa c'è un'intera popolazione che dice no all'alta velocità: inefficace per lo sviluppo, dannosa per l'ambiente. Una questione che investe l'intera pratica della democrazia, altro che i partiti».
Non teme che si stiano ponendo le basi per isolare Prc, così da poterla sostituire alla prima occasione?
«Fino alle elezioni il quadro resterà immutato e queste tendenze sono destinate alla sconfitta. La domanda popolare di unità ha premiato tutti, il collante è la necessità di un cambio di politica.

Roberto Scafuri da Roma - 14 novembre 2005

Il Giornale 8 novembre 2005

Irak, dietrofront di Prodi: non copierò Zapatero

Un timido avanti marsch di Fassino, il contrordine della Margherita, l'indietro tutta del resto dell'Unione. E il leader Prodi che, intervistato da Newsweek International, rivela: «Se vinco, decideremo un'agenda per il ritiro delle nostre truppe dall'Irak. Ma lo decideremo la primavera prossima, perché forse non ci saranno più truppe italiane al momento delle elezioni. Sicuramente non farò colpi di teatro come ha fatto Zapatero... ».
Il leader dell'Unione confida dunque nello stellone della buona sorte, per scongiurare il disallineamento della sua coalizione. Nella quale Rifondazione, Pdci e verdi ribadiscono di intendere il ritiro «immediato» appunto come «immediato». Il ministro della Difesa, Antonio Martino, intanto tiene il passo e anche la posizione. Intervenendo a un convegno dei Ds, sembra offrire una sponda al segretario della Quercia, che per primo aveva evocato la possibilità di una «calendarizzazione del ritiro in collaborazione con gli Usa e la Gran Bretagna». «Governo e opposizione possono convergere su un'ipotesi di ritiro graduale», dice Martino. Prima che la mano si tenda oltre, il ministro precisa che «tra ritiro e fuga c'è una differenza, e quella differenza ha un nome: tradimento». A pagare le possibili conseguenze sarebbero «le genti di Nassirya e la credibilità del nostro Paese». Per essere ancora più chiaro, Martino spiega anche «non si tratta di un'apertura all'opposizione, questa è la nostra posizione ribadita più volte, anche se è giusto che governo e opposizione abbiano un dialogo... ».
Fassino pare volerci provare: «Se vinciamo le elezioni proporremo un calendario per il rientro del nostro contingente in Irak, che non è certo un ritiro immediato in 24 ore... ». Il segretario ds vede «in atto una transizione» che consentirebbe di far diventare «il 2006 l'anno in cui si accelera il passaggio dei poteri alle autorità irachene così da poter calendarizzare il ritiro delle nostre truppe». Parole in discontinuità rispetto a quanto stabilito in passato dall'Unione. Una linea che trova il plauso del socialista Boselli e di Mastella, ma non del rifondatore Giordano. Il quale ha buona memoria e ricorda le «parole inequivocabili di Prodi: vogliamo uscire dal pantano iracheno appena ci sarà un governo alternativo a quello di Berlusconi». Inutile fingere di non capirsi: il ritiro è immediato, dice la sinistra radicale. E il verde Pecoraro Scanio lo giudica «ancora più urgente alla luce delle notizie sull'utilizzo di fosforo bianco contro civili iracheni».
Anche la Margherita, in freddo con Fassino, non apprezza il dialogo. Il coordinatore Franceschini trova «straordinario come nel centrosinistra riusciamo a complicare anche le cose su cui siamo d'accordo.

Abbiamo votato più volte uniti in Parlamento per il ritiro immediato delle truppe. Non una fuga dall'Irak, ma una scelta chiara e responsabile, da confermare». D'Alema accorre in difesa di Fassino (anche per smentire disaccordi): «Non mi sembra che abbia cambiato linea, ha riproposto opportunamente la necessità di un calendario ragionevole...». E lo stesso segretario sostiene di non aver cambiato «il mio giudizio sulla guerra in Irak». Lo stesso afferma Prodi a Newsweek, ma forse si continua soltanto a giocare con le parole.

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