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Il mito
delle foibe – di Stefano Scardicchia
A proposito
di un convegno poco convincente.
In
greco, mýthos è il racconto; e, infatti, ciò che
sappiamo del le foibe ci è stato raccontato, tramandato di
generazione in generazione, per non dimenticare; ma la memoria
spesso amplifica, distorce, livella, rimuove, rivelandosi
tutt’altro che obiettiva. Potrebbe essere accaduto anche per
le foibe? E’ quanto sostengono il ricercatore Sandi Volk,
Giorgio Pira del Collettivo Gramsci e il partigiano Gianni
Perghem, intervenuti, quali unici relatori, nel dibattito
"La menzogna dei martiri: il mito reazionario delle foibe"
a Sociologia il 27 aprile.
All’incontro avrebbero dovuto partecipare alcuni storici
dell’Ateneo di Trento, presumibilmente come ospiti dato che i
loro nomi non compaiono nel programma. La controparte, che
avrebbe garantito maggiore equilibrio se non imparzialità, era
però assente per via di un "imprevisto". Il preside della
Facoltà, il prof. Antonio Scaglia, ha annullato l’incontro,
negando l’utilizzo della capiente e confortevole aula 20 e
assumendosi "l’impegno di organizzare, quanto prima
possibile, una iniziativa di approfondimento e discussione sul
tema delle foibe e della loro rimozione dalla memoria
collettiva repubblicana". Ciò nella convinzione che non vi
fossero "le condizioni per lo svolgimento di un confronto
sereno e scientificamente fondato su un tema cruciale della
storia italiana recente" - così recita il comunicato
affisso nel pomeriggio dopo che lo stesso Scaglia aveva più
volte confermato (anche sul Trentino e fino a 8-9 ore
prima del convegno) che mai avrebbe preso provvedimenti
censori.
L’ordine
pubblico poteva essere salvaguardato diversamente, ad esempio
con l’intervento preventivo delle forze dell’ordine, come
proposto tra l’altro da Universitando, che tuttavia ha
appoggiato la scelta del preside.
La
"sospensione" ha pesato sul convegno, che s’è svolto
ugualmente ma in assenza dei docenti (ignari della determinata
presa di posizione del Collettivo) e per giunta nell’aula
caffè, non attrezzata per simili evenienze e fin troppo
disturbata da un costante viavai verso distributori di bibite
e cibarie. Sedie e panche, insufficienti, sono state
recuperate dalla sala lettura o dal giro scale, ed almeno una
ventina di persone ha assistito coraggiosamente in piedi per
la bellezza di due ore. Ma quali pericolose idee hanno spinto
a tale corsa ai ripari?
Per i
relatori è doveroso rivedere le cifre: non 300.000 infoibati
ma qualche centinaio, e poi bisogna verificare le biografie
delle vittime. I morti che ricorderemo ogni 10 febbraio a
partire da quest’anno sarebbero in minima parte civili
innocenti, partigiani, gente comune; gli altri -
repubblichini, squadristi, SS, membri della Croce Rossa
militarizzata e via dicendo - risulterebbero coinvolti in
rappresaglie, fucilazioni, pestaggi, persino nella Shoah.
Altri ancora sarebbero stati conteggiati per errore, non
sempre in buona fede, come le donne inserite due volte (col
cognome da nubile e da sposata) o gli 8 deportati nei lager
nazisti finiti inspiegabilmente nell’elenco; inoltre tra gli
infoibati ci sarebbero anche sloveni. Inesatto, dunque,
parlare di oltraggio all’italianità ed assurdo, di
conseguenza, realizzare monumenti in memoria dei nostri soli
morti. La falsificazione sarebbe opera di storici poco
credibili perché neofascisti e di parte.
Purtroppo il partigiano Perghem, che avrebbe dovuto
corroborare la tesi, è parso una figura di contorno, parlando
per ultimo giusto pochi minuti. Una testimonianza non
valorizzata e meno interessante degli interventi del pubblico.
Alla
fine, con la dispensa "Boicottiamo il "Giorno del ricordo""
distribuita gratis a chi la voleva, ci restano i dubbi e il
desiderio di conoscere più a fondo una realtà poco studiata.
Solo gli ultimi anni registrano un interesse "nazionale",
preceduto, andando molto indietro, dalle campagne demagogiche
di Almirante che attecchirono, non a caso, specie nella
Venezia Giulia. Forse anche a loro si deve lo sdegno di
parenti e amici delle vittime, offesi, magari a ragione, da
una lettura revisionista (non negazionista) che ridimensiona
drasticamente l’orrore e la ferita delle foibe: i sepolti vivi
sarebbero l’eccezione, non la regola.
Non
siamo degli storici né possediamo i dati della commissione
d’inchiesta italo-slovena sulla reale portata del fenomeno,
perciò evitiamo di trarre conclusioni in base a opinioni
personali e letture più o meno accreditate. L’importante è
confrontarsi senza ribattere cifra su cifra, alzare i toni,
censurare, opporre gli esempi di Poreè (Parenzo) e Trieste per
dimostrare l’una o l’altra teoria. Altrimenti, com’è accaduto
alla fine del convegno, ci si parla addosso o da soli.
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