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DOSSIER STRAGE NEL DARFOUR? NO:
GENOCIDIO
Dal 2002 al 2005 - i fatti e le
omissioni - Si allunga l'ombra nera dell'Islam
la passività colpevole dell'ONU
di chi se ne lava le mani
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14
Febbraio 2005
Ho
scelto di dedicare molta attenzione a una tragedia in atto, che
purtroppo temo stia volgendo al termine.
Sono convinta che ci troviamo di fronte ad un'altra epocale
catastrofe umana. Ciò che sta avvenendo nel Sudan e soprattutto nel
Darfur, è un genocidio vero a proprio, non esistono altri termini
per definire quello che sta subendo la popolazione civile da quasi 3
anni. I morti sono incalcolabili, le donne violentate, gli
sfollati raggiungono ormai i quasi 2.000.000 di persone, le loro
terre, sono state bombardate, devastate, persino bruciate, i
raccolti distrutti, le abitazioni rase al suolo. E' un genocidio
questo un vero genocidio; ed ancora una volta l'O.N.U. si rifiuta di
riconoscerlo e tradisce il suo mandato, deludendo le aspettative di
ogni uomo di buona volontà.
Più passa il tempo più questa organizzazione (l'O.N.U.) che dovrebbe difendere
le minoranze o almeno le popolazioni inermi e fare rispettare le
diversità, volge vigliaccamente il capo dall'altra parte, perché? Qual'è lo scopo di tali comportamento? A cosa serve ormai
questa elefantiaca organizzazione, se non tiene conto nemmeno dei più
elementari diritti alla sopravvivenza?
Sono una giornalista, ma non una reporter, non ho mai fatto
reportage in paesi fuori dalla mia portata, purtroppo mi sono sempre
occupata d'arte, di cultura, di filosofia e psicologia, ma negli
ultimi anni, anche se nessuno me lo ha comandato e nessuno mi paga,
nel mio piccolo scavo, cerco, scopro e con le mie poche forze
trasmetto quello che riesco a trovare, per aumentare la visibilità e
l'informazione di cose che vengono passate quasi sotto silenzio dai
media, perché politicamente non offrono vantaggi e per troppi
contraddicono la loro vantata obiettività.
Dove sono le voci dei pacifisti? Dove quelle dei no global? Dove
quelli della rifondazione comunista, perché non fanno una grande
manifestazione, con le loro bandiere colorate, con il Che Guevara in
bella mostra e non gridano: Annan uguale Hitler?
Non vogliatemene perciò se le informazioni
sono di seconda mano, non possono essere di prima perché non ho i
mezzi economici e nemmeno quelli fisici per ottenerli, ma ciò che vi
trasmetto è il più possibile attenente alla realtà e soprattutto non
è dalla parte di nessun partito politico, ma dalla parte delle
vittime di cui a nessuno sembra importare, se non fa loro gioco di
parte.
Questa realtà, io cercherò di interpretarla criticamente secondo
l'etica di vita che ritengo giusta: il diritto ed i doveri
inalienabili degli uomini.
Di
seguito le informazioni come le ho reperite, con annessi link per
verificarli ed approfondirli.
Vi
auguro buona lettura e spero che non vogliate anche voi, voltare la
faccia dall'altra parte, spero veramente che alzerete la vostra
voce in difesa di questi popoli sfortunati, del cui destino sembra
non importi a nessuno e per la cui salvezza forse un giorno si
interverrà, se mai si interverrà, perché è una popolazione ormai in via
d'estinzione, mi auguro che non accada quello a cui la storia ci ha
già purtroppo abituati a vedere, con gli armeni, i curdi, gli ebrei, e
tanti altri, passati sotto silenzio solo perché i propri interessi
personali non coincidevano o forse coincidevano proprio nel senso
del genocidio.
Oggi stiamo assistendo a una guerra mondiale di conquista del
mondo, ad opera delle popolazioni islamiche più radicali, che
guidate dai loro ideologi, e motivati falsamente dal
“jihad” guerra santa in nome di cui
tutto viene giustificato, hanno da molti anni
iniziato a islamizzare l'Africa, utilizzando la forza e la
coercizione e là dove hanno incontrato le popolazioni nere, da loro
purtroppo, giudicate inferiori razzialmente, hanno seguito metodi
che l'Europa ha visto in funzione con l'Olocausto degli ebrei e con i
genocidi contro altre popolazioni.
Le informazioni prima non ci
arrivavano o ci arrivavano a fatti avvenuti e sotto mentite
informazioni, ad opera dei vincitori che si guardavano bene dal
confessare le proprie nefandezze, ma oggi i mezzi di informazione
sono tali che non possiamo più fingere di non vedere ciò che sta
ancora accadendo in gran parte del mondo.
Basta prendere in mano una
cartina Africana e verificare da soli l'espansionismo nazislamista in
quel continente che non è mai stato islamico, ma ogni popolazione
viveva la propria religiosità animista, ma non invasiva verso le
altre popolazioni o culture.
Se è stato giusto rimproverare i
nostri missionari, lo è ancora di più farlo con le popolazioni
arabe, che non sono missionarie e la loro missione non si limita
all'indottrinamento, ma all'invasione violenta e alla cancellazione
dei popoli e della loro memoria storica e culturale, con annessione
indiretta dei territori e delle ricchezze in essi contenuti.
L'Africa è ricchissima di giacimento preziosissimi, come le miniere
di diamanti, e altre pietre preziose, minerali come l'uranio,
petrolio e gas naturali.
Ricordate che la storia alla fine non ha potuto nascondere le ignominie, non
facciamoci condannare anche noi dalle generazioni future, non lasciamo ai nostri figli questa
macchia e questa
pesante eredità di vergogna e di vigliaccheria.
Lisistrata
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IL GOVERNO SUDANESE DIETRO LA STRAGE IN DARFUR
Dopo
mesi di incertezze dovute alla volontà di no turbare il timido
riavvicinamento del Sudan all’Occidente, gli Stati Uniti hanno
denunciato il sostegno diretto delle forze regolari di Khartum
ai miliziani Janjaweed, guerriglieri islamici responsabili
dell’espulsione di oltre un milione di neri cristiani oltre i
confini occidentali con il Ciad e dell’uccisione di almeno
30.000 civili nella regione del Darfur. Le due delegazioni
statunitensi inviate in Sudan alla fine di giugno hanno
stilato rapporti che evidenziano in modo inconfutabile il
supporto in armi, munizioni e addestramento fornito dalle
forze armate regolari sudanesi ai guerriglieri musulmani
impegnati nella pulizia etnica. Secondo le testimonianze di
alcuni esponenti del Congresso di Washington l’aeronautica
sudanese ha ripetutamente bombardato villaggi con elicotteri
da attacco basati nell’aeroporto di Geneina che hanno
appoggiato gli assalti condotti da terra da guerriglieri a
cavallo e a bordo di veicoli fuoristrada. La denuncia
ufficiale statunitense sconfessa di fatto la posizione
ufficiale del governo sudanese che ha sempre negato il proprio
ruolo in una vicenda minimizzata da Khartum come semplice
contrasto etnico. L’Amministrazione Bush sta valutando la
possibilità di inasprire le sanzioni economiche già attive nei
confronti del Sudan a causa del supporto offerto dal regime di
Bechir al terrorismo islamico. ( A.D.)
- L'articolo originale
a questo link |
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nelle foto: la
popolazione civile vittima obbligata a fuggire dal Darfur |
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Sudan: Khartoum
fa pace col sud, ma in Darfur e’ pulizia etnica
Da più
di un anno nell’ovest sudanese è in corso una campagna di
pulizia etnica che rievoca ricordi del genocidio ruandese.
Forse, questa volta, la comunità internazionale non sarà
passiva come nel 1994. Nel frattempo, gli storici accordi
firmati a Naivasha chiudono due decadi di guerra civile
costate due milioni di vite.
(Massimiliano Zanghì)
Per
motivi di spazio ogni capitolo è solo accennato, ma voi potete
leggerlo interamente sul
sito Equilibri
Le radici della crisi del
Darfur
L’origine del conflitto si può
collocare cronologicamente durante il decennio 1980-90, quando
l’atavica siccità costrinse le comunità d’origine araba,
fondamentalmente pastorizie, a migrare verso sud. Venute in
contatto con le comunità agricole nere dei Fur, Dinka, Zaghawa
e Massalit, la contesa per l’acqua e la terra ha cominciato a
minare la pace nella regione. Spesso le diatribe sono state
risolte con mezzi pacifici, ma quelle che all’inizio erano
sporadiche scaramucce, complice il proliferare delle armi
leggere, si sono trasformate in scontri sempre più sanguinosi.
A queste dispute di carattere tribale, lo strapotere
dell’etnia Fur nell’amministrazione locale ha contribuito ad
aumentare la tensione con la comunità araba.
Il premier di allora, Sadiq al-Mahadi, arabo appoggiato dagli
islamici radicali, avviò una politica volta all’impiego di
milizie irregolari contro le popolazioni nere delle aree sotto
controllo dei ribelli del People’s Liberation Movement/Army (SPLM/A).
Simili a quelli dispiegati
oggigiorno, i volontari e carcerati arruolati tra gli
irregolari filogovernativi compivano liberamente i loro
saccheggi, anche sulla base di una chiamata alla “jihad”
contro le popolazioni non musulmane. Sebbene i nativi del
Darfur siano di religione islamica, ciò non li ha protetti da
un’analoga tattica.......(segue)
L’inferno nel Darfur
Attualmente, in Darfur sono
stimati circa un milione di sfollati, mentre i rifugiati nel
vicino Ciad ammontano a più di 120.000 persone. Quello che si
presenta agli occhi del mondo è la più grave crisi umanitaria
del pianeta: già 30.000 civili inermi sono morti di stenti,
malattie o per le violenze dei Janjaweed, i quali
sistematicamente radono al suolo villaggi, compiono stragi,
mutilazioni e stupri al fine di spopolare il territorio dalle
comunità nere. Soprattutto per effetto della perdurante
carestia, si stima che 350.000 persone non sopravviveranno ai
prossimi mesi.
Il contesto è stato aggravato dalla recalcitranza delle
autorità sudanesi a concedere agli operatori umanitari le
autorizzazioni a raggiungere la regione, ostacolando inoltre
l’Ufficio di Coordinamento degli Affari Umanitari delle
Nazioni Unite (OCHA) nella distribuzione di beni di prima
necessità agli sfollati in fuga ed in balia del territorio
pressoché desertico.
Kofi Annan, Segretario Generale
dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), ha accennato
poche settimane fa all’opportunità di un intervento, anche
militare, per porre un freno alla pulizia etnica in corso nel Darfur, sortendo un molteplice effetto........(segue)
L’ambasciatore sudanese ha sprezzantemente smentito il flusso
di “esagerate” notizie proveniente dal Darfur e ironizzato
sulla reazione americana, che versa “lacrime di coccodrillo”
proprio mentre il suo esercito è coinvolto in violazioni dei
diritti umani in Iraq. Approssimatamene la stessa linea è
stata seguita nel recente meeting della Lega Araba.
Lo stato dell’insurrezione
In Darfur dovrebbe vigere da
più di sei settimane la terza tregua dall’inizio delle
ostilità. In realtà i combattimenti non sono mai stati
interrotti, così come le crudeltà contro la popolazione.
Da aprile esiste una commissione congiunta di monitoraggio del
cessate-il-fuoco, ma per ora essa ha potuto solo mestamente
registrare violazioni dell’intesa e dei diritti umani.......(segue)
I risvolti internazionali
Per quanto riguarda la comunità
internazionale e la sua arena per definizione, l’ONU, è
inequivocabile il disagio che sta vivendo. A dieci anni dal
genocidio ruandese e dall’inerzia del mondo, i fantasmi di un
nuovo possibile genocidio tornano a visitare i palazzi della
“global governance”.
Da un anno a questa parte, il Sudan è riconoscibile
nell’identikit elaborato in un rapporto 2001 dalla Commissione
Internazionale sulla Sovranità Statale e l’Intervento,
patrocinata dall’ONU........(segue)
In conclusione, presupposto per
un qualsiasi intervento dovrebbe essere una risoluzione del
Consiglio di Sicurezza, dove tuttavia attualmente siedono
Angola e Benin, difficilmente convincibili ad appoggiare una
tale presa di posizione; Francia e Germania, che già si sono
mostrate poco inclini, se non contrarie, ad un invio di loro
soldati in Darfur; USA, Gran Bretagna e Russia, già
sufficientemente “impantanati” in Iraq e Cecenia.
Guardando agli effetti
regionali della rivolta nel Sudan occidentale, è necessario
aprire un discorso particolare per il Ciad, il quale ospita un
numero consistente di rifugiati e la cui popolazione di
frontiera appartiene alle stesse etnie di quelle in lotta in
Darfur........(segue)
La guerra tra nord e sud è
finita
La guerra civile tra
settentrione arabo islamista e meridione africano
cristiano-animista, iniziata nel 1983 con la sollevazione
guidata dal colonnello John Garang, comandante del SPLM/A, s’è
conclusa il 26 maggio con la firma di sei protocolli a
Naivasha, sede keniota dei negoziati di pace, epilogo di un
percorso lungo un biennio.
I sei accordi riguardano la risoluzione delle ultime materie
di contrasto tra le parti: quella del sistema di condivisione
del potere e quelle delle tre province centrali, ricche di
petrolio e acqua, rivendicate sia dal vicepresidente sudanese
Ali Osman Taha che da Garang.
Innanzitutto, al sud sono
accordati sei anni di autogoverno, frutto di un forte
trasferimento di poteri da parte del governo di Khartoum. Alla
fine di tale periodo dovrà tenersi un referendum nel sud
sull’indipendenza, fermo restando che la Sharia sarà imposta
solo nel settentrione islamico e comunque inapplicabile ai non
musulmani.........(segue)
Conclusioni
Il mondo s’è unito alle
manifestazioni di giubilo del popolo sudanese, ma in pochi
hanno evitato di sollevare la questione del Darfur, tassello
indispensabile al mosaico di una durevole pace.
Oltre ai riferimenti alle terribili notizie che arrivano dalle
regioni occidentali, altre voci escono dal coro delle
esultanze: una è quella dell’ex premier Saadiq al-Mahadi, il
quale critica le eccessive concessioni riconosciute ai
ribelli, a suo avviso quasi un invito alla secessione; le
altre giungono dalle file oltranziste dell’SPLM/A, scettiche
sull’implementazione degli accordi senza una minacciosa
“azione radicale”.
Infine, preoccupazione
sull’esito del processo di pace giungono dal Sudan orientale,
dove il popolo Beja, musulmani sufi da gennaio alleati del SLM/A,
è in lotta con l’autorità centrale. Un altro “piccolo Darfur”
è in corso invece nella regione sud-orientale di Upper Nile,
dove in seguito a un vuoto di potere causato da divisioni
interne al SPLM/A, milizie irregolari appoggiate da forze di
sicurezza governative stanno tentando di ristabilire il loro
controllo sull’area al costo di 70.000 sfollati. All’estremo
meridione del Paese, infine, la presenza destabilizzante del
Lord's Resistance Army (LRA), gruppo ribelle ugandese,
giocherà un ruolo pesante nella formulazione di un giudizio
sull’ormai prossimo governo autonomista
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Il Paese
è dilaniato da una guerra che oppone il Nord islamico al Sud
cristiano, di cui ora si intravede la fine. Ma c'è anche
un'altra, meno nota area di crisi: il Darfur, regione sotto
attacco perché ricca di risorse. Qui i profughi sono un
milione. Nel silenzio dell'Occidente.
[Dossier a cura di Joshua Massarenti]
vedi il servizio sul
sito Vita.it |
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PER CRIMINI IN DARFUR
GOVERNO NON VUOLE TRIBUNALE PENALE INTERNAZIONALE
Peace/Justice,
Brief -
[EB]
Fonte: Misna
- L'articolo
originale è pubblicato sul sito
CampagnaSudan
Le autorità del Sudan respingono l’ipotesi
chiedono che le persone sospettate di crimini di guerra nella
regione occidentale del Darfur – teatro da quasi due anni di
un conflitto che coinvolge anche le truppe governative – siano
dalla Corte penale internazionale (Cpi), come chiesto da una
commissione di inchiesta dell’Onu. Il governo di Khartoum,
contestando la proposta di deferire alla Cpi i casi denunciati
nel dossier , propone invece l’istituzione di un apposito
tribunale nazionale per i crimini di guerra: “Non ci sono
sufficienti garanzie per portare all’estero le persone
sospettate” ha detto il vicepresidente sudanese Osmal Ali Taha
a New York, dove si è svolta una sessione del Consiglio di
sicurezza delle Nazioni Unite dedicata al Darfur. Taha – come
scrive oggi anche il ‘New York Times’ – ha ribadito che
sistema giudiziario sudanese “è competente abbastanza e capace
di garantire giustizia”. Nel rapporto di 177 pagine dell’Onu
si sostiene l’esatto contrario: i magistrati di Khartoum non
vengono considerati in grado di giudicare i sospettati per i
crimini in Darfur, una cinquantina di persone indicate nel
dossier, tra cui anche esponenti del governo. La commissione
d’inchiesta indipendente – guidata dal giurista italiano
Antonio Cassese – ha stabilito che nel Darfur “sono stati
commessi crimini contro l’umanità con una dimensione etnica”,
precisando che “appare mancante l’elemento cruciale del
genocidio”. |
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DARFUR: KHARTOUM RIFIUTA CORTE
INTERNAZIONALE E ANNUNCIA RITIRO BOMBARDIERI
Politics/Economy, Standard
Il governo sudanese non permetterà che propri concittadini,
sospettati di aver commesso crimini di guerra in Darfur,
vengano giudicati all'estero. Lo ha detto ieri il vice
presidente del Sudan, Ali Ohman Mohammed Taha, durante un
comizio tenuto a El Fasher, capitale dello Stato del Nord
Darfur durante una delle tappe della sua visita ufficiale
nella vasta regione occidentale sudanese, teatro da due anni
di scontri e violenze che hanno causato una grave crisi
umanitaria. Citato dall'agenzia di stampa nazionale, Suna,
Taha ha sottolineato che "il Sudan è dotato di ottime
strutture giudiziarie e per questo il governo non accetterà
mai un giudizio esterno". La commissione d'inchiesta voluta
dalle Nazioni Unite per far luce sulle violenze commesse in
Darfur, e chiarire se nella vasta e remota regione sudanese
fosse in atto o meno un 'Genocidio', ha consegnato la scorsa
settimana al Consiglio di Sicurezza una busta sigillata
contenente i nomi di 51 persone - ribelli, miliziani arabi
(noti col nome di Janjaweed), ma anche alti dirigenti dello
Stato e dell'esercito -
l’articolo prosegue a nel sito
CampagnaSudan a questo link |
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