L'ISLAM ALLA CONQUISTA DEL MONDO

 Una conquista incompleta - l'Asia è terra di frontiera

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la Jihad islamica indonesiana

Al Qaeda alla ricerca di un nuovo "stato" da occupare

Una riunione della Jihad islamica indonesiana, uno dei più agguerriti gruppi fondamentalisti attivi nel Sud-Est asiatico.

3 Ottobre 2005

 

L'Asia non entra spesso nelle cronache del terrorismo, siamo troppo occupati a casa nostra e abbiamo gli occhi dei media che sembrano preferire altri teatri:  il medioriente, l'Iraq.  Perché lo fanno?  Forse si lasciano ammaliare dagli stessi specchietti in cui si riflettono le allodole canterine?

Ci siamo già quasi dimenticati dell'Afghanistan, se non fosse per qualche sporadica notizia di attentati, fortunatamente di lieve entità, se rapportati ai numeri spaventosi dei  massacri di civili in Iraq o in Darfur, che è bene ricordare sono fatti ad opera di integralisti islamici.  Sì anche i Janjaweed, le feroci e famigerate truppe cammellate, che con una strategia spaventosa massacrano la popolazione del Darfur, completamente indifesa, sono composte da islamici.

Ma perché continuare a fingere di non vedere cosa sta succedendo?  Forse chiudere gli occhi davanti alla verità ci renderà immuni da futuri attacchi terroristici e tentativi di conquista? 

L'Asia rientra in quei settori che fanno poca o nessuna notizia, tranne quando accade un attentato che ci obbliga ad accorgerci che c'è "del marcio in Asia". Leggere per credere.

 

ARCIPELAGHI DELLA PAURA   -  PANORAMA 

scritto da Giovanni Porzio 15.5.2005

 

Cacciati dall'Afghanistan, braccati in Pakistan e in Iraq, i seguaci di Bin Laden hanno riorganizzato la rete di Al Qaeda in Asia. Con lo stesso obiettivo: scatenare la guerra santa.
 

Jolo, arcipelago di Sulu. Il «molo cinese» è una gettata di cemento fra le miserabili palafitte di un villaggio sfiancato dai monsoni e dal sole dei Tropici: quando la nave accosta, la banchina si riempie di tricicli a motore, venditrici di frutta e di pesce secco, furgoni che scaricano sacchi di copra. E dalle camionette blindate saltano a terra decine di militari delle forze speciali in tenuta da combattimento. Circondano la zona, controllano i documenti e i bagagli dei passeggeri, si appostano agli incroci con i mitra spianati e le radio sintonizzate sulle frequenze degli elicotteri che sorvolano il porto. Perché Jolo, isola sperduta nel mare di Sulu, nell'estremo sud delle Filippine, è il secondo fronte della guerra planetaria al terrorismo islamico: la roccaforte di Abu Sayyaf, gli spietati «portatori della spada», figli spirituali di Osama Bin Laden.

Dal 2002 il Pentagono mantiene nell'area una squadra navale con 1.200 uomini pronti a intervenire. La Casa Bianca ha accordato al presidente filippino Gloria Macapagal-Arroyo 356 milioni di dollari in aiuti militari. Consiglieri americani addestrano nell'intelligence, nelle comunicazioni e nelle tecniche antiterrorismo le forze locali, che a Jolo schierano tre brigate dell'esercito e tre battaglioni di marines. Ma i risultati sono deludenti e il livello dello scontro continua ad alzarsi. Nato nel '91 da una scissione del Fronte nazionale di liberazione Moro, storico movimento indipendentista musulmano di Mindanao, Abu Sayyaf ha ricevuto in passato armi e finanziamenti attraverso l'International islamic relief organization, i cui uffici di Manila erano diretti da un genero di Bin Laden, Mohammed Jamal Khalifa.

Il suo fondatore, Abduragak Janjalani (ucciso nel '98 in un'imboscata), aveva combattuto in Afghanistan al fianco dei mujaheddin del miliardario saudita. E negli ultimi cinque anni il leader attuale, Khadafy Janjalani, fratello di Abduragak, ha intascato oltre 30 milioni di dollari dai governi di Francia, Germania, Malaysia e Libia in cambio del rilascio di decine di ostaggi: 21 turisti rapiti nell'aprile 2000 in Malaysia e tenuti in ostaggio a Jolo; 20 villeggianti, tra i quali due missionari americani, catturati nel 2001 sull'isola di Palawan. Molti prigionieri sono stati decapitati.

 

«La violenza non conosce tregua» dice padre Romy Villanueva, che accompagna l'inviato di Panorama con la sua auto e due poliziotti armati. «Siamo tutti nel mirino: impossibile girare senza scorta. Durante il Ramadan ci sono stati almeno 20 omicidi. Tre mesi fa un fotografo filippino, Gene Boyd Rodriguez, è stato ammazzato al molo cinese. Un sacerdote, Ruel Andan, è stato ucciso al mercato. La scorsa settimana è stato rapito un commerciante cristiano. Ieri due soldati sono saltati su una mina. Vogliono cacciare dall'arcipelago tutti gli infedeli».

L'esercito usa la mano pesante. In febbraio, in un raid contro sospetti militanti di Abu Sayyaf, un ragazzino di 14 anni e una donna incinta sono stati uccisi: i miliziani di un altro gruppo musulmano guidato dal comandante Ustadz Habier Malik hanno deciso di reagire. Il bilancio della battaglia, durata tre giorni, è stato di 50 vittime e oltre 74 mila sfollati. Nel cortile della scuola elementare di Tagbak sono ancora accampate 140 famiglie. Su fuochi di legna, in pentolini anneriti, cuociono le scarse razioni di riso distribuite dalla Croce rossa. «Le nostre case sono state incendiate e distrutte» racconta Paulina Mammah, circondata da una nidiata di bambini. «Abbiamo paura dei ribelli, ma anche dei soldati. Sulle strade ci sono i posti di blocco. Nei campi e in foresta è in agguato Abu Sayyaf».

È una guerra che non può avere una soluzione militare. L'esercito filippino ha di fronte un nemico invisibile, una popolazione ostile, un territorio coperto di paludi e di giungla.

NELLA GIUNGLA A CACCIA DEI TAGLIATORI DI TESTE

Le forze speciali filippine vogliono schiacciare la ribellione. Con l'aiuto del Pentagono

Il generale Nehemias Pajarito, comandante della Centoquattresima brigata di fanteria Sultan, è il cacciatore di teste che da un anno insegue i terroristi di Abu Sayyaf nella giungla di Jolo. Panorama lo ha incontrato nel suo quartier generale a Camp Asturias.

Come sta andando la guerra ad Abu Sayyaf?
Non è una guerra, è un'operazione di polizia contro gruppi di spietati criminali organizzati. Abbiamo i nomi e le foto dei terroristi e dei rapitori: li spazzeremo via.

Con quali metodi conducete le operazioni militari?
Ci muoviamo con mezzi blindati, ma preferibilmente a piedi. Il terreno è accidentato ma praticabile, soprattutto nelle piantagioni di cocco.

Gli americani vi danno una mano?
Sull'isola di Basilan ci sono consiglieri militari specializzati nell'antiguerriglia che lavorano con la nostra unità addestrata nella caccia ai terroristi di Al Qaeda e della Jemaa Islamiya. Ma qui a Jolo abbiamo sufficienti capacità, non ci serve il supporto esterno.

Come operano i terroristi di Abu Sayyaf?
Usano radio, messaggeri e telefoni cellulari. Hanno campi di addestramento, sono in grado di fabbricare esplosivi e hanno stretto un'alleanza tattica con la Jemaa Islamiya. La nostra priorità è l'intelligence: non conduciamo più interventi di search and destroy; localizziamo le cellule e andiamo a colpo sicuro sull'obiettivo individuato.

 

I ribelli si spostano di notte, su imbarcazioni velocissime, lungo lo sterminato arco di isole, isolotti corallini e banchi di sabbia che da Mindanao si estende fino al Borneo malese e, più a sud, fino a Sulawesi, in Indonesia. Un'autostrada del mare che nel XIV secolo fu la rotta di penetrazione dell'Islam e che ora è la principale direttrice della diffusione nel Sud-Est asiatico del fondamentalismo wahhabita: una zona grigia che i vetusti mezzi della guardia costiera non sono in grado di pattugliare, un far west senza legge, infestato da pirati, contrabbandieri, trafficanti d'armi e di «shabu», la cocaina dei poveri.

I popoli Tausug di Jolo e Tawi Tawi, i primi ad abbracciare l'Islam, hanno resistito per tre secoli alla colonizzazione spagnola e alla successiva dominazione americana: la dimensione religiosa del conflitto nasconde una realtà più complessa. A Jolo come a Mindanao i musulmani si sentono defraudati dalle multinazionali americane della gomma e delle banane che hanno occupato le loro terre e dai coloni cristiani che controllano l'economia e difendono i loro privilegi con milizie private. Il risentimento nei confronti del governo di Manila è palpabile, anche tra chi condanna il terrorismo.

Saukhani Simba, imam della grande moschea Bus Bus di Jolo, sostiene che Abu Sayyaf «è stato creato dai militari al fine di perpetuare il dominio economico e strategico di Manila». Ma poi ammette che «tra i giovani il richiamo del jihad è molto forte» e auspica «un fronte unito di cristiani e musulmani contro l'occupazione americana del mondo». L'imam conferma anche la presenza nell'arcipelago di numerosi stranieri che predicano la guerra santa. E Tuan Jamal Hanani, vicemufti di Jolo e direttore della biblioteca islamica, rivela che «da una decina d'anni riceviamo dall'Arabia Saudita borse di studio per corsi di aggiornamento religioso a Medina, al Cairo e in Pakistan. Qui tutti gli imam e gli ulema sono wahhabiti». Anche la locale madrasa, che ospita 500 studenti e l'Istituto di guida islamica, è stata finanziata da Riad: gli insegnanti hanno studiato in Arabia Saudita.

 

A preoccupare il Pentagono è soprattutto la trasformazione di Abu Sayyaf da banda di sequestratori in braccio armato del terrorismo internazionale, con cellule in numerose città filippine e collegamenti sempre più evidenti con Jemaa Islamiya, la filiale indonesiana di Al Qaeda, responsabile della strage dell'ottobre 2002 alla discoteca di Bali. Abu Sayyaf ha dimostrato la propria capacità operativa con l'attentato del 26 febbraio 2004 al Superferry 14 nella baia di Manila (116 morti), che ha messo in luce un elemento inaspettato: Redondo Cain Dellosa, alias Arnulfo Alvarado, il passeggero della cuccetta 51 che ha portato a bordo l'esplosivo, un televisore imbottito di tritolo, è un «balik islam», un cristiano convertito. Dellosa ha confessato di avere frequentato i campi di addestramento di Abu Sayyaf, del Milf (Fronte islamico Moro) e della Jemaa Islamiya a Jolo e a Mindanao e di far parte di una nuova organizzazione specializzata nelle operazioni in ambiente urbano: il Movimento Rajah Solaiman.

L'uccisione in marzo, in un tentativo di evasione da un carcere di Manila, di tre leader di Abu Sayyaf (i comandanti «Robot», «Kosovo» e «Global») non sembra avere inibito le attività del gruppo: nelle ultime settimane l'intelligence ha sventato una decina di attentati e la polizia ha sequestrato quintali di esplosivo. È uno scenario che allarma gli investigatori e gli esperti di terrorismo asiatico.
«L'influenza di Al Qaeda in Asia» avverte Zachary Abuza, autore del saggio I tentacoli del terrore, «cresce di giorno in giorno. Dopo la distruzione delle basi in Afghanistan e l'arresto di numerosi capicellula in Pakistan, la rete di Bin Laden si è rapidamente riorganizzata in Indonesia, Malaysia e Filippine, infiltrando i movimenti islamici locali e spostando ingenti capitali nelle banche di Singapore e di Bangkok».

I riscontri sono impressionanti. Quasi tutti gli attentati di Al Qaeda rivelano collegamenti con il network asiatico, dall'esplosione del 1993 alle Torri gemelle all'attacco dell'11 settembre 2001, dalle bombe alle ambasciate americane in Kenya e Tanzania al massacro di Bali, dall'assalto alla Uss Cole in Yemen alla serie di omicidi e attentati a Giacarta e Manila. Dalle indagini risulta che le riunioni segrete, la pianificazione e l'addestramento degli esecutori materiali si sono svolti in Malaysia, a Sulawesi e nelle Filippine. E che Ayman al-Zawahiri, il braccio destro di Bin Laden, è stato due volte in Indonesia con il preciso incarico di spostare nel Sud-Est asiatico la base logistica e operativa di Al Qaeda.
Mentre la guerra al terrorismo si combatte in Iraq e in Afghanistan, centinaia di adepti dell'Islam più radicale attraversano lo Stretto di Malacca e scompaiono negli arcipelaghi asiatici. Nelle foreste di Jolo, sulle montagne di Mindanao, nelle paludi delle Molucche, si preparano al martirio.

La planimetria mette in evidenza la posizione strategica che riveste nel sud est asiatico l'Indonesia.

 

Notate come è vicina l'Australia, sarà il prossimo continente da conquistare?

 

Oppure è già entrata nel mirino dell'integralismo islamico e nel futuro prossimo dovremo occuparci anche di capire cosa accade in questo continente?

Mindanao, spina islamica nel fianco di Manila  - 9/11/2004

 

L'isola più meridionale dell'arcipelago delle Filippine, è il cuore di una regione a maggioranza musulmana nell'unico Paese cristiano dell'Asia. Dal 1971 è in corso una rivolta armata di gruppi islamici per ottenere l'indipendenza da Manila che ha già fatto 150mila morti.

 

Panorama

 

 

Mindanao, l'isola più meridionale dell'arcipelago delle Filippine, è il cuore di una regione a maggioranza musulmana nell'unico Paese cristiano dell'Asia.
Dal 1971 è in corso una rivolta armata di gruppi islamici per ottenere l'indipendenza da Manila che ha già fatto 150mila morti.

La ribellione è stata portata avanti dapprima dal Fronte nazionale di liberazione dei Moro (Bangsamoro, la terra dei Moro o musulmani, è come gli islamici chiamano il sud delle Filippine), che nel 1987 aveva accettato l'offerta per un'autonomia limitata.
Ma una costola del movimento, il Fronte islamico di liberazione dei Moro (Milf), ha continuato a rivendicare l'indipendenza e dopo la rottura del cessate il fuoco nel 2000 ha ripreso a compiere attentati e rapimenti.

Due anni fa è stata firmata una nuova tregua con la presidente filippina Gloria Arroyo e a fine mese dovrebbe ripartire il negoziato di pace tra Manila e il Milf, forte attualmente di 15mila uomini.
La trattativa è però osteggiata dal nuovo gruppo armato islamico Abu Sayyaf, vicino ad Al Qaeda e in guerra con il governo filippino e l'Occidente.

A Mindanao agiscono anche movimenti politici di estrema sinistra come il Nuovo esercito popolare-Partito comunista filippino.
Movimondo, la Ong presso cui lavorava l'agronomo fiorentino di 29 anni rapito a scopo di estorsione, esercitava presso la zona di Lanao del Norte, Isola di Mindanao, ocupandosi del processo di integrazione socio-economica delle comunità di contadini sfollati.

 

L'articolo che leggerete qui sotto, letto a distanza di 12 giorni, ci dovrebbe far riflettere e capire che è possibile prevedere la strategia islamica di conquista, resa tanto più facile in quanto intelligentemente semplice. Io provo a semplificarla, sicura di esserci andata molto vicina:

Immigrazione selvaggia - islamizzazione con conversione – crescita esponenziale attraverso i matrimoni misti e  proliferare dei figli per diventare maggioranza – pretesa d'indipendenza che si estremizza fino a prenderla  con le armi.  - Dopo averla ottenuta, si ricomincia con la prossima nazione, o la parte rimasta separata da quella resa autonoma e così via...  Il mondo sta diventando islamico attraverso un processo di conquista ignobile,  ma non per motivi religiosi, anche se così viene fatta passare questa guerra terroristica, ma la cui finalità reale è diventarne padroni assoluti del mondo per pura sete di potere e megalomania in un mixer di pretesa superiorità ideologica.

Al Qaeda mira direttamente alla Thailandia

Legno storto - 22 Settembre 2005

Circa 1000 persone sono state uccise nelle tre province separatiste del sud della Thailandia nel 2005. Narathiwat, Pattani e Yala sono le tre province thailandesi che vogliono l’indipendenza dalla Thailandia. A differenza del resto della nazione prevalentemente buddista, in queste province il 90% degli abitanti e di religione mussulmana.
È stato fondata dagli anni '60 una un’organizzazione dal nome “Pattani United Liberation Organization” (PULO) che cerca di riportare le tre province all’antica indipendenza: i membri di questa organizzazione vengono chiamati ribelli dal Governo centrale di Bangkok.
Da anni PULO svolge una intensa attività di propaganda e di informazione nella vicina Malesia, diffondendo comunicati su quello che accade nella vicina Thailandia alle popolazioni mussulmane e gettando le basi per l’arruolamento di volontari per combattere la politica restrittiva di Bangkok.

In questo ultimo mese un centinaio di mussulmani thailandesi sono entrati illegalmente in Malesia, chiedendo asilo politico perché ricercati dalle forze di polizia tailandesi.
Ormai da anni il PULO non prende le armi, ma non sarebbe da scartare la possibilità che presto migliaia di mussulmani affiliati a questo gruppo attacchino in forze le tre province del sud della Thailandia e i centri vitali del paese.
La lotta armata degli appartenenti a PULO sembrava essersi fermata negli anni '70, quando il Governo di Bangkok rilasciò diversi membri di questa organizzazione detenuti nelle carceri. Inoltre agli inizi degli anni '80 per decreto reale fu concessa una amnistia a tutti i membri conosciuti di questa organizzazione.
Le cose non andarono secondo le previsioni del Governo thailandese, il PULO è rimasto per tutto questo tempo attivo ma nascosto, organizzando e pianificando gli attacchi contro le forze di sicurezza del Governo di Bangkok. Potrebbero venir preparati ora diversi attacchi terroristici rivolti contro le attività economiche tailandesi, e non sarebbero neanche da scartare attacchi contro la capitale Bangkok.
Ciò che fa presagire attentati da parte del Pulo contro la Thailandia è la incredibile massa di parenti dei membri di questa organizzazione che si sta ammassando presso il confine con la vicina Malesia: anche loro stanno cercando di entrare in questo paese con ogni mezzo possibile.

Nei mesi scorsi gli appartenenti ai gruppi ribelli attaccarono diverse caserme militari del sud della Tailandia, e non solo i monasteri buddisti e le scuole, in questi attacchi diversi militari. Monaci ed insegnanti persero la vita tanto da costringere le autorità thailandesi ad evacuare gli insegnanti sostituendoli con dei volontari armati ed istruiti all’autodifesa dalle forze speciali di questo paese.
C’è una grossa probabilità che in mezzo agli appartenenti alla Pattani Organization si siano inseriti anche mussulmani appartenenti ad Al Qaeda; è dato supporre questo perché Pulo adesso ha armi e tecnologie militari avanzate, ed anche il modus operandi dell’organizzazione ribelle assomiglia fin troppo a quello di Al Quaeda.

Molti leader del Pulo sono stati istruiti nelle scuole coraniche pakistane e diversi di questi personaggi insegnano o hanno insegnato nelle Madrasas, mentre altri hanno fondato scuole di questo tipo in Malesia e nel sud della Tailandia.
La previsione non è delle più rosee, da una attenta analisi della situazione i ribelli potrebbero attaccare le strutture turistiche, i principali aeroporti ed anche le città di maggiore importanza gettando il terrore tra i turisti e la popolazione, e colpendo così il paese del sorriso nelle sue primarie fonti economiche.

Daniele Cantucci

L'attentato di Bali dell'1.10.2005  che riesce a fare 30 vittime e più di 100 feriti, è l'ennesima prova, qualora ce ne fosse bisogno, che ci si trova di fronte a una strategia "globale di conquista mondiale" e d'altra parte se i traditori di casa nostra vogliono a tutti costi trovare giustificazioni agli attentati operati contro l'occidente, in quale collocazione vogliono porre la strategia del terrore condotta sulla pelle di stati e popolazioni con le quali si sono già innestati i meccanismi dell'islamizzazione forzata? Questa non è solo una dimostrazione, ma la prova inequivocabile  che non vogliono convivere e integrarsi, ma possedere

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