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ARCIPELAGHI
DELLA PAURA -
PANORAMA
scritto da
Giovanni Porzio 15.5.2005
Cacciati
dall'Afghanistan, braccati in Pakistan e in Iraq, i seguaci di Bin
Laden hanno riorganizzato la rete di Al Qaeda in Asia. Con lo stesso
obiettivo: scatenare la guerra santa.
Jolo,
arcipelago di Sulu. Il «molo cinese» è una gettata di cemento fra le
miserabili palafitte di un villaggio sfiancato dai monsoni e dal
sole dei Tropici: quando la nave accosta, la banchina si riempie di
tricicli a motore, venditrici di frutta e di pesce secco, furgoni
che scaricano sacchi di copra. E dalle camionette blindate saltano a
terra decine di militari delle forze speciali in tenuta da
combattimento. Circondano la zona, controllano i documenti e i
bagagli dei passeggeri, si appostano agli incroci con i mitra
spianati e le radio sintonizzate sulle frequenze degli elicotteri
che sorvolano il porto. Perché Jolo, isola sperduta nel mare di
Sulu, nell'estremo sud delle Filippine, è il secondo fronte della
guerra planetaria al terrorismo islamico: la roccaforte di
Abu Sayyaf, gli spietati «portatori della spada», figli
spirituali di Osama Bin Laden.
Dal 2002 il Pentagono mantiene nell'area una squadra navale con
1.200 uomini pronti a intervenire. La Casa Bianca ha accordato
al presidente filippino Gloria Macapagal-Arroyo 356 milioni
di dollari in aiuti militari. Consiglieri americani addestrano
nell'intelligence, nelle comunicazioni e nelle tecniche
antiterrorismo le forze locali, che a Jolo schierano tre brigate
dell'esercito e tre battaglioni di marines. Ma i risultati sono
deludenti e il livello dello scontro continua ad alzarsi. Nato nel
'91 da una scissione del Fronte nazionale di liberazione Moro,
storico movimento indipendentista musulmano di Mindanao, Abu Sayyaf
ha ricevuto in passato armi e finanziamenti attraverso l'International
islamic relief organization, i cui uffici di Manila erano diretti da
un genero di Bin Laden, Mohammed Jamal Khalifa.
Il suo fondatore, Abduragak Janjalani (ucciso nel '98 in
un'imboscata), aveva combattuto in Afghanistan al fianco dei
mujaheddin del miliardario saudita. E negli ultimi cinque anni
il leader attuale, Khadafy Janjalani, fratello di Abduragak, ha
intascato oltre 30 milioni di dollari dai governi di Francia,
Germania, Malaysia e Libia in cambio del rilascio di decine di
ostaggi: 21 turisti rapiti nell'aprile 2000 in Malaysia e tenuti in
ostaggio a Jolo; 20 villeggianti, tra i quali due missionari
americani, catturati nel 2001 sull'isola di Palawan. Molti
prigionieri sono stati decapitati.
«La
violenza non conosce tregua» dice padre Romy Villanueva, che
accompagna l'inviato di Panorama con la sua auto e due
poliziotti armati.
«Siamo tutti nel mirino: impossibile girare senza scorta. Durante il
Ramadan ci sono stati almeno 20 omicidi. Tre mesi fa un fotografo
filippino, Gene Boyd Rodriguez, è stato ammazzato al molo
cinese. Un sacerdote, Ruel Andan, è stato ucciso al mercato.
La scorsa settimana è stato rapito un commerciante cristiano. Ieri
due soldati sono saltati su una mina. Vogliono cacciare
dall'arcipelago tutti gli infedeli».
L'esercito usa la mano pesante. In febbraio, in un raid contro
sospetti militanti di Abu Sayyaf, un ragazzino di 14 anni e una
donna incinta sono stati uccisi: i miliziani di un altro gruppo
musulmano guidato dal comandante Ustadz Habier Malik hanno
deciso di reagire. Il bilancio della battaglia, durata tre giorni, è
stato di 50 vittime e oltre 74 mila sfollati. Nel cortile della
scuola elementare di Tagbak sono ancora accampate 140 famiglie. Su
fuochi di legna, in pentolini anneriti, cuociono le scarse razioni
di riso distribuite dalla Croce rossa. «Le nostre case sono state
incendiate e distrutte» racconta Paulina Mammah, circondata
da una nidiata di bambini. «Abbiamo paura dei ribelli, ma anche dei
soldati. Sulle strade ci sono i posti di blocco. Nei campi e in
foresta è in agguato Abu Sayyaf».
È una guerra che non può avere una soluzione militare.
L'esercito filippino ha di fronte un nemico invisibile, una
popolazione ostile, un territorio coperto di paludi e di giungla.
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NELLA GIUNGLA A CACCIA DEI TAGLIATORI DI TESTE
Le forze speciali filippine vogliono schiacciare la
ribellione. Con l'aiuto del Pentagono
Il generale Nehemias Pajarito, comandante della
Centoquattresima brigata di fanteria Sultan, è il cacciatore
di teste che da un anno insegue i terroristi di Abu Sayyaf
nella giungla di Jolo. Panorama lo ha incontrato nel
suo quartier generale a Camp Asturias.
Come sta andando la guerra ad Abu Sayyaf?
Non è una guerra, è un'operazione di polizia contro gruppi di
spietati criminali organizzati. Abbiamo i nomi e le foto dei
terroristi e dei rapitori: li spazzeremo via.
Con quali metodi conducete le operazioni militari?
Ci muoviamo con mezzi blindati, ma preferibilmente a piedi. Il
terreno è accidentato ma praticabile, soprattutto nelle
piantagioni di cocco.
Gli americani vi danno una mano?
Sull'isola di Basilan ci sono consiglieri militari
specializzati nell'antiguerriglia che lavorano con la nostra
unità addestrata nella caccia ai terroristi di Al Qaeda e
della Jemaa Islamiya. Ma qui a Jolo abbiamo sufficienti
capacità, non ci serve il supporto esterno.
Come operano i terroristi di Abu Sayyaf?
Usano radio, messaggeri e telefoni cellulari. Hanno campi di
addestramento, sono in grado di fabbricare esplosivi e hanno
stretto un'alleanza tattica con la Jemaa Islamiya. La nostra
priorità è l'intelligence: non conduciamo più interventi di
search and destroy; localizziamo le cellule e andiamo a colpo
sicuro sull'obiettivo individuato. |
I
ribelli si spostano di notte, su imbarcazioni velocissime, lungo lo
sterminato arco di isole, isolotti corallini e banchi di sabbia che
da Mindanao si estende fino al Borneo malese e, più a sud, fino a
Sulawesi, in Indonesia. Un'autostrada del mare che nel XIV secolo fu
la rotta di penetrazione dell'Islam e che ora è la principale
direttrice della diffusione nel Sud-Est asiatico del fondamentalismo
wahhabita: una zona grigia che i vetusti mezzi della guardia
costiera non sono in grado di pattugliare, un far west senza legge,
infestato da pirati, contrabbandieri, trafficanti d'armi e di «shabu»,
la cocaina dei poveri.
I popoli Tausug di Jolo e Tawi Tawi, i primi ad abbracciare l'Islam,
hanno resistito per tre secoli alla colonizzazione spagnola e alla
successiva dominazione americana: la dimensione religiosa del
conflitto nasconde una realtà più complessa. A Jolo come a Mindanao
i musulmani si sentono defraudati dalle multinazionali americane
della gomma e delle banane che hanno occupato le loro terre e
dai coloni cristiani che controllano l'economia e difendono i loro
privilegi con milizie private. Il risentimento nei confronti del
governo di Manila è palpabile, anche tra chi condanna il terrorismo.
Saukhani Simba, imam della grande moschea Bus Bus di Jolo,
sostiene che Abu Sayyaf «è stato creato dai militari al fine di
perpetuare il dominio economico e strategico di Manila». Ma poi
ammette che «tra i giovani il richiamo del jihad è molto forte» e
auspica «un fronte unito di cristiani e musulmani contro
l'occupazione americana del mondo». L'imam conferma anche la
presenza nell'arcipelago di numerosi stranieri che predicano la
guerra santa. E Tuan Jamal Hanani, vicemufti di Jolo e
direttore della biblioteca islamica, rivela che «da una decina
d'anni riceviamo dall'Arabia Saudita borse di studio per corsi di
aggiornamento religioso a Medina, al Cairo e in Pakistan. Qui tutti
gli imam e gli ulema sono wahhabiti». Anche la locale madrasa, che
ospita 500 studenti e l'Istituto di guida islamica, è stata
finanziata da Riad: gli insegnanti hanno studiato in Arabia Saudita.
A
preoccupare il Pentagono è soprattutto la trasformazione di Abu
Sayyaf da banda di sequestratori in braccio armato del terrorismo
internazionale,
con cellule in numerose città filippine e collegamenti sempre più
evidenti con Jemaa Islamiya, la filiale indonesiana di Al Qaeda,
responsabile della strage dell'ottobre 2002 alla discoteca di Bali.
Abu Sayyaf ha dimostrato la propria capacità operativa con
l'attentato del 26 febbraio 2004 al Superferry 14 nella baia di
Manila (116 morti), che ha messo in luce un elemento inaspettato:
Redondo Cain Dellosa, alias Arnulfo Alvarado, il passeggero
della cuccetta 51 che ha portato a bordo l'esplosivo, un televisore
imbottito di tritolo, è un «balik islam», un cristiano convertito.
Dellosa ha confessato di avere frequentato i campi di addestramento
di Abu Sayyaf, del Milf (Fronte islamico Moro) e della Jemaa
Islamiya a Jolo e a Mindanao e di far parte di una nuova
organizzazione specializzata nelle operazioni in ambiente urbano: il
Movimento Rajah Solaiman.
L'uccisione in marzo, in un tentativo di evasione da un carcere di
Manila, di tre leader di Abu Sayyaf (i comandanti «Robot», «Kosovo»
e «Global») non sembra avere inibito le attività del gruppo:
nelle ultime settimane l'intelligence ha sventato una decina di
attentati e la polizia ha sequestrato quintali di esplosivo. È
uno scenario che allarma gli investigatori e gli esperti di
terrorismo asiatico.
«L'influenza di Al Qaeda in Asia» avverte Zachary Abuza,
autore del saggio I tentacoli del terrore, «cresce di giorno
in giorno. Dopo la distruzione delle basi in Afghanistan e l'arresto
di numerosi capicellula in Pakistan, la rete di Bin Laden si è
rapidamente riorganizzata in Indonesia, Malaysia e Filippine,
infiltrando i movimenti islamici locali e spostando ingenti capitali
nelle banche di Singapore e di Bangkok».
I riscontri sono impressionanti. Quasi tutti gli attentati di Al
Qaeda rivelano collegamenti con il network asiatico,
dall'esplosione del 1993 alle Torri gemelle all'attacco dell'11
settembre 2001, dalle bombe alle ambasciate americane in Kenya e
Tanzania al massacro di Bali, dall'assalto alla Uss Cole in Yemen
alla serie di omicidi e attentati a Giacarta e Manila. Dalle
indagini risulta che le riunioni segrete, la pianificazione e
l'addestramento degli esecutori materiali si sono svolti in
Malaysia, a Sulawesi e nelle Filippine. E che Ayman al-Zawahiri,
il braccio destro di Bin Laden, è stato due volte in Indonesia con
il preciso incarico di spostare nel Sud-Est asiatico la base
logistica e operativa di Al Qaeda.
Mentre la guerra al terrorismo si combatte in Iraq e in Afghanistan,
centinaia di adepti dell'Islam più radicale attraversano lo Stretto
di Malacca e scompaiono negli arcipelaghi asiatici. Nelle foreste di
Jolo, sulle montagne di Mindanao, nelle paludi delle Molucche, si
preparano al martirio. |
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L'articolo
che leggerete qui sotto, letto a distanza di 12 giorni, ci
dovrebbe far riflettere e capire che è possibile prevedere la
strategia islamica di conquista, resa tanto più facile in quanto
intelligentemente semplice. Io provo a semplificarla, sicura di
esserci andata molto vicina:
Immigrazione
selvaggia - islamizzazione con conversione – crescita
esponenziale attraverso i matrimoni misti e proliferare
dei figli per diventare maggioranza – pretesa d'indipendenza che
si estremizza fino a prenderla con le armi.
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Dopo averla ottenuta, si ricomincia con la prossima nazione, o
la parte rimasta separata da quella resa autonoma e così via...
Il mondo sta diventando islamico attraverso un processo di
conquista ignobile, ma non per motivi religiosi, anche se
così viene fatta passare questa guerra terroristica, ma la cui
finalità reale è diventarne padroni assoluti del mondo per pura
sete di potere e megalomania in un mixer di pretesa superiorità
ideologica. |
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Al
Qaeda mira direttamente alla Thailandia
Legno storto -
21 Settembre 2005
Circa 1000 persone sono state uccise nelle tre
province separatiste del sud della Thailandia nel 2005.
Narathiwat, Pattani e Yala sono le tre
province thailandesi che vogliono l’indipendenza dalla Thailandia. A
differenza del resto della nazione prevalentemente buddista, in
queste province il 90% degli abitanti e di religione mussulmana.
È stato fondata dagli anni '60 una un’organizzazione dal nome
“Pattani United Liberation Organization” (PULO) che cerca di
riportare le tre province all’antica indipendenza: i membri di
questa organizzazione vengono chiamati ribelli dal Governo centrale
di Bangkok.
Da anni PULO svolge una intensa attività di propaganda e di
informazione nella vicina Malesia, diffondendo comunicati su quello
che accade nella vicina Thailandia alle popolazioni mussulmane e
gettando le basi per l’arruolamento di volontari per combattere la
politica restrittiva di Bangkok.
In questo ultimo mese un centinaio di mussulmani thailandesi sono
entrati illegalmente in Malesia, chiedendo asilo politico perché
ricercati dalle forze di polizia tailandesi.
Ormai da anni il PULO non prende le armi, ma non sarebbe da scartare
la possibilità che presto migliaia di mussulmani affiliati a questo
gruppo attacchino in forze le tre province del sud della Thailandia
e i centri vitali del paese.
La lotta armata degli appartenenti a PULO sembrava essersi fermata
negli anni '70, quando il Governo di Bangkok rilasciò diversi membri
di questa organizzazione detenuti nelle carceri. Inoltre agli inizi
degli anni '80 per decreto reale fu concessa una amnistia a tutti i
membri conosciuti di questa organizzazione.
Le cose non andarono secondo le previsioni del Governo thailandese,
il PULO è rimasto per tutto questo tempo attivo ma nascosto,
organizzando e pianificando gli attacchi contro le forze di
sicurezza del Governo di Bangkok. Potrebbero venir preparati ora
diversi attacchi terroristici rivolti contro le attività economiche
tailandesi, e non sarebbero neanche da scartare attacchi contro la
capitale Bangkok.
Ciò che fa presagire attentati da parte del Pulo contro la
Thailandia è la incredibile massa di parenti dei membri di questa
organizzazione che si sta ammassando presso il confine con la vicina
Malesia: anche loro stanno cercando di entrare in questo paese con
ogni mezzo possibile.
Nei mesi scorsi gli appartenenti ai gruppi ribelli attaccarono
diverse caserme militari del sud della Tailandia, e non solo i
monasteri buddisti e le scuole, in questi attacchi diversi militari.
Monaci ed insegnanti persero la vita tanto da costringere le
autorità thailandesi ad evacuare gli insegnanti sostituendoli con
dei volontari armati ed istruiti all’autodifesa dalle forze speciali
di questo paese.
C’è una grossa probabilità che in mezzo agli appartenenti alla
Pattani Organization si siano inseriti anche mussulmani appartenenti
ad Al Qaeda; è dato supporre questo perché Pulo adesso ha armi e
tecnologie militari avanzate, ed anche il modus operandi
dell’organizzazione ribelle assomiglia fin troppo a quello di Al
Quaeda.
Molti leader del Pulo sono stati istruiti nelle scuole coraniche
pakistane e diversi di questi personaggi insegnano o hanno insegnato
nelle Madrasas, mentre altri hanno fondato scuole di questo tipo in
Malesia e nel sud della Tailandia.
La previsione non è delle più rosee, da una attenta analisi della
situazione i ribelli potrebbero attaccare le strutture turistiche, i
principali aeroporti ed anche le città di maggiore importanza
gettando il terrore tra i turisti e la popolazione, e colpendo così
il paese del sorriso nelle sue primarie fonti economiche.
Daniele Cantucci |