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GUERRA GLOBALE
ALLE DONNE
parte II° -
pagina 2
la violenza è il mezzo più
facile e per questo preferito del maschio, che si crede
appartenente a una specie superiore e non vuole accettare di
essere solo il rovescio della stessa medaglia. |
Barbari retaggi tribali e
nuovi integralismi religiosi, diventano una miscela peggiore
dell'acido che spesso viene usato per distruggere l'anima e la
personalità femminile, alla pretesa supremazia del maschio, che
riesce solo a dimostrare la sua insufficienza a ricorrere
all'uso dell'intelligenza e non della forza fisica, l'unico dono
che questi uomini hanno avuto dalla natura. Purtroppo sono
tantissimi e di fatto dimostrano la loro inferiorità. |
26 Novembre 2005
Questo dossier, realizzato con
i pochi mezzi che abbiamo a disposizione, vuole rappresentare
soltanto un'opera divulgativa, per portare alla conoscenza di chi
ancora non lo sapesse, un fenomeno quanto mai inquietante e non solo
per ciò che vedrete in questa pagina, ma per tutto ciò che
rappresenta la violenza, perpetrata contro la parte più fisicamente
debole, del genere umano.
Troppi uomini, dimenticano che siamo
della stessa razza e non siamo diverse, come dimenticano che i
bambini non sono di proprietà di chi li ha generati, e non me ne
vogliano i maschi se affermo che i figli non appartengono a loro,
che pur avendo partecipato alla loro nascita, rappresentano un
evento marginale, ma entrambi i genitori assumono nei loro confronti
l'impegno, entro i limiti delle loro possibilità, di garantirne la
crescita, nel modo più ottimale possibile e questo significa prima
di tutto nutrirli sia nel corpo che nello spirito, dando ai bimbi la
possibilità di un'infanzia il più serena possibile e che sia
protetta dalle brutture che su questo pianeta la razza umana
continua a generare.
Ma come può una madre che vive la
quotidiana violenza sulla sua carne e sulla sua anima, diventare una
buona madre? E come pretende un padre che perpetra ogni giorno
queste violenze pretendere di essere un buon padre?
E come potrà diventare quel figlio che
vive in quest'atmosfera di horror continuo, diventare un buon uomo?
Le fotografie che vedrete sono più
eloquenti di ogni parola e se siete di animo "sensibile" voltate
pure la faccia da un'altra parte, ma ciò non le renderà meno gravi
le cose che non vorrete vedere, non toglierà loro la realtà di
esistere, semmai sarà la vostra mente che si chiuderà ad una realtà
terribile, ma che tutti dobbiamo avere il coraggio di affrontare
altrimenti diventiamo conniventi di chi perpetra queste barbarie e
non c'è interesse politico, sociale, economico, religioso,
ideologico che giustifichi l'indifferenza.
Per vostra conoscenza ulteriore alcune
vivono in Bangladesh, altre in Pakistan e il fenomeno è paurosamente
in crescita, perché la polizia si rifiuta di intervenire in quanto
ritiene che siano episodi legati a dispute interfamigliari.
Comodo vero, per i signori maschi?
Lisistrata
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Queste ragazze
hanno avuto l'ardire di rifiutare l'uomo che le voleva impalmare
e per il maschio "superiore" un rifiuto è inaccettabile ed
emette una condanna contro la sua vittima ,che recita queste
parole silenti: non vuoi essere mia, e allora io ti condanno a
sofferenze inaudite e ad essere rifiutata da tutti gli altri
uomini a cui farai schifo. ( le foto sono state prese da
freethoughts ) |
di Efrem Fumagalli
Chi ha
deturpato il viso di queste donne aveva uno scopo preciso:
emarginarle, devastarle tanto da renderle repellenti allo
sguardo. Di
questa pratica violenta che va avanti dai primi anni ottanta, in
Italia si sapeva poco o nulla; così, la disperazione di queste
bambine distrutte fisicamente e psicologicamente è rimasta a lungo
sconosciuta. Poi, nel luglio del 1998 Renata Pisu scriveva su "D" di
Repubblica: ".. Non vogliono essere chiamate vittime ma
sopravvissute, sopravvissute alla violenza che intendono combattere
e denunciare. Non si nascondono, si mostrano. Ma quanto coraggio ci
vuole per mostrarsi...".
Questa
denuncia lanciata con l'inchiostro che vuole vincere sull'acido, ci
ha spinti ad intervenire in Bangladesh: ne è nato un progetto che
prevede attività sanitarie e psicosociali sia di carattere urgente
che a lungo termine.
Sfigurate
dagli acidi: Vivere senza volto
Gli acidi sono
liquidi corrosivi in grado di bruciare il legno e di consumare i
metalli. In Bangladesh sono venduti a poco prezzo: un bicchiere
costa meno di 10 centesimi, quanto basta per rovinare una vita.
Negli ultimi anni, tra gli uomini di questo
paese dilaga la "moda" di vendicarsi con gli acidi delle donne che
rifiutano una proposta di matrimonio o respingono la loro corte. Le
vittime, solitamente tra i 12 e i 25 anni, che ricevono un bicchiere
di acido in pieno volto non hanno alcuna possibilità di difendersi.
In pochi secondi, l'acido corrode la pelle, brucia le labbra, gli
occhi e le orecchie. Sempre più spesso, si ricorre a questo tipo di
attacco anche per risolvere le dispute famigliari o concludere
l'acquisto di un pezzo di terra. Se fino a cinque anni or sono si
contavano 80 casi l'anno, nel 1999 ne sono stati denunciati oltre
200, ma nessuno conosce effettivamente la vera portata del fenomeno.
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dal sito
dall'unicef |
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BANGLADESH - Le donne sfregiate con l'acido solforico -
da IL Giornale
15/02/2005
Un fenomeno in crescita che vede le
donne umiliate nel corpo e nell'anima - di Silvana Violi
Acid attak
non è il nome di un nuovo videogame.
È il nome
di una cosa terribile che alcuni uomini fanno in Bangladesh.
Paese di grandi bellezze naturali, di antica storia e di profonda
cultura, il Bangladesh è grande come metà Italia e popolato da più
di centoventi milioni di abitanti. Nella stagione che precede le
grandi piogge, la campagna è lucente per il verde delle risaie
cosparse di nasturzi d’acqua, azzurri come i nostri fiordalisi, i
villaggi sono manciate di case colorate circondate da banani e palme
da cocco. Le città sono quasi tutte dei luoghi infernali. La sola
Dhaka (la capitale) è una metropoli di 10 milioni di abitanti, è uno
dei tanti slums del pianeta, dove si respira un’aria pesante e
mefitica, una miscela di gas di scarico, acque stagnanti, scoli,
fogne a cielo aperto…
Il Bangladesh
è una nazione flagellata (oltre che dai cronici problemi di
sopravvivenza) da un recente fenomeno di violenza: quello delle
donne vittime dell’acido solforico. Questo tipo di violenza non è
un’antica usanza – esecrabile quanto si vuole – ma che affonda le
radici in un certo tipo di cultura (come per es. l’infibulazione).
Questo è un fenomeno recentissimo e molto moderno. Sconvolge le
coscienze e fa stringere lo stomaco a orientali e occidentali e,
nell’era della globalizzazione, è francamente molto difficile
chiamarsene fuori.
Come in altri paesi sulla via della modernizzazione, il Bangladesh
esprime una società complessa, dove a spinte modernizzatrici si
contrappongono rifiuti al rinnovamento socioculturale. Può succedere
che alcune tradizioni a carico delle donne vengano messe in
discussione o addirittura rifiutate (come avviene nei normali
processi di emancipazione). E questo può causare il venir meno di
privilegi e diritti acquisiti (dagli uomini). Spesso, l’incapacità
di adeguarsi al cambiamento fa sì che alcune persone optino per la
scelta dell’offesa e della violenza. In Bangladesh (e anche in
India) a donne che hanno cercato di superare i limiti imposti dalla
tradizione è stata inflitta una punizione atroce. Per le donne che
non osservano le regole, gli uomini possono usare contro di esse
terribili strumenti di ritorsione come il vetriolo.
Dal primo caso documentato, risalente al 1967, si è passati ai 47
casi del 1996, poi arrivati a 130 nel 1997 e a 200 nell’anno
seguente. Nel 2002 ben 485 donne sono state sfigurate dal vetriolo.
Il liquido è poco costoso e facilmente acquistabile in qualsiasi
bazar. Serve per le batterie delle automobili, ma si vende anche nei
villaggi dove non c’è nemmeno un’automobile. Gettato sulla pelle, ne
divora istantaneamente il tessuto, procura ferite e abrasioni simili
alle ustioni da fuoco. Le donne ne hanno il viso sfigurato per
sempre, spesso perdono la vista a uno o a entrambi gli occhi. Il
cuoio capelluto se colpito, rimane inerte per sempre. Il volto si
riga di cicatrici ipertrofiche e nodose, le ferite causano pesanti
danni funzionali, ad esempio a carico dei movimenti facciali e della
masticazione. Se gettato sulle gambe, può penetrare fino alle ossa,
ustionando le fibre dei muscoli e rendendo inabili le vittime. In
alcuni casi, se le cure non sono tempestive ed efficaci, la vittima
dell’attacco con l’acido può morire.
Un caso per tutti serve a raccontare l’inferno in cui precipitano
alcune giovani donne, quelle per le quali – a differenza di molte
loro coetanee di altri paesi – è una sfortuna essere avvenenti e
piacere a un uomo: Shelina, tredici anni, accecata e sfigurata
dall’acido da un ragazzo di diciotto anni al quale lei continuava a
dire di no. Una sera quando Shelina era alla fonte con le amiche a
prendere l’acqua, lui le ha gettato addosso l’acido. Il ragazzo si è
dato alla macchia, non pagherà mai per il suo misfatto e la gente
dice che se una donna offende l’orgoglio di un uomo, una punizione
se la deve aspettare. Shelina è oggi un fantasma vivente,
inguardabile, negata alla vita, innocente.
Il dolore
provato da queste donne è indescrivibile. È fisico, è psicologico.
L’’aggressione le trasforma in mostri, in maschere deformi, delle
quali è spesso difficile reggere la vista. Perdono per sempre la
loro identità di donne, la possibilità di essere spose, madri
(evento gravissimo in un paese in cui essere nubile è ancora una
vergogna per una giovane ragazza e per la sua famiglia). Queste
disgraziate donne diventano dei reietti della società, dei pesi
economici per le famiglie; creature che non osano più presentarsi al
mondo, escono di casa segregate nel burkha anche quando non sono di
fede islamica. Esse hanno come unico futuro un malinconico destino
di isolamento. In molte di loro sembra di vedere - di primo acchito
- dei volti sorridenti, fino a quando non ci si accorge che il
sorriso è dovuto solo ai tragici effetti dell’acido che ha mangiato
loro il labbro superiore, mettendo in mostra i denti bianchissimi.
L’unica soluzione è la chirurgia plastica, accompagnata da un
sostegno psicologico indispensabile per il reinserimento nella
società dopo la devastante esperienza.
Solo Dhaka ha un ospedale con un reparto per grandi ustionati in
grado di prestare cure a queste vittime della prevaricazione
maschile. Un trattamento lungo, costoso e doloroso. Nel caso delle
ustioni facciali occorrono per ogni paziente dalle sei alle sette
operazioni da compiersi nell’arco di un anno e mezzo. Se l’acido ha
colpito anche gli occhi, i danni alla vista sono quasi sempre
irrecuperabili. La chirurgia plastica è molto costosa e sono
pochissime le donne che possono permettersi di affrontare una spesa
così elevata. Gran parte degli acid attaks si verificano tra la
gente più povera, nelle bidonville o nei ghetti metropolitani dove è
una sfida quotidiana la sola sopravvivenza.
All’emergere del fenomeno, la “punizione” era diretta soltanto a
quelle giovani che rifiutavano di sposarsi con l’uomo scelto dai
genitori. Oggigiorno la situazione è peggiorata: in Bangladesh una
donna non può rifiutare le avances maschili senza che questo gesto
venga interpretato come un insulto alla famiglia dell’uomo. Vengono
sfigurate anche le donne che rifiutano le proposte sessuali di
parenti e persino di sconosciuti, le bambine di dieci anni che non
cedono alle pretese di uomini anziani, le mogli ripudiate e le
neo-spose che non hanno saldato il “debito” (la dote pattuita).
Gli acid
attaks colpiscono la totalità delle regioni del Bangladesh, che sono
quasi tutte sprovviste di strutture ospedaliere adeguate e troppo
lontane dalla capitale. È problematico poter mandare le vittime al
Medical College Hospital di Dhaka (dove i ricoveri d’emergenza sono
due-tre la settimana).
I sociologi sono in grave imbarazzo a spiegare come mai questa
usanza abbia preso piede così velocemente e soprattutto come mai -
invece di regredire - si sia invece rafforzata. Il fenomeno,
inoltre, sta uscendo dai confini dei conflitti di genere, e stanno
diversificandosi anche le motivazioni degli attacchi al vetriolo. In
alcuni casi si risolvono con l’acido solforico anche le dispute
sulle proprietà, le rivalità politiche ed economiche, i litigi tra
famiglie o le beghe con i vicini di casa.
Il governo,
allarmato per il propagarsi del fenomeno, ha tentato di adottare
misure speciali. La polizia di Dhaka ha promesso il pagamento di
taglie cospicue per segnalazioni che favoriscano l’arresto dei
colpevoli. Il parlamento sta cercando di perfezionare una legge del
1983 sulle violenze alle donne, che già prevedeva la pena capitale
per i reati più gravi. Nel 1999 sono stati condannati a morte
quattro giovani (lo spasimante e tre amici) , colpevoli di un
attacco ai danni di una diciottenne che aveva rifiutato una la
proposta di matrimonio. Tuttavia, negli ultimi anni, di condanne del
genere (peraltro non auspicabili) ce ne sono state soltanto dieci su
circa quattrocento casi denunciati. Nel 1979 il governo del
Bangladesh sottoscrisse la Convenzione Onu sulla eliminazione di
ogni forma discriminatoria contro le donne, ma a poco è servita. Né
è stato di aiuto il pacchetto di misure repressive, compresa la pena
di morte, contenute nel Women and Child Repression Control Act del
1995. Anche la strada dei salish, i tribunali tradizionali di
villaggio formati dagli anziani, adottata nelle zone rurali, ha
portato a scarsi risultati.
Vista l’impotenza delle istituzioni locali, alcune organizzazioni
internazionali si sono attivate nel tentativo di dare visibilità al
problema e sostegno concreto alle donne acidificate; donne
coraggiose - riunite in organizzazioni di sopravvissute agli
attacchi al vetriolo - hanno formato la Acid Survivors Foundation (Asf),
che ha ottenuto il sostegno del Fondo Onu per l’infanzia (Unicef).
Nello stesso Bangladesh è sorta un’organizzazione, la Naripokkho,
formata da volontarie che cercano, al fianco delle vittime, di
sensibilizzare l’opinione pubblica del paese. In Italia, la
sofferenza di queste donne è stata condivisa dalla Coopi,
un’associazione di volontariato che lavora nei paesi in via di
sviluppo. È attiva anche Smileagain, ente umanitario che si rivolge
alle autorità dello stato del Bangladesh affinché ponga fine a
questa indegna barbarie applicando leggi severe per tali delitti, e
perché influenzi positivamente la cultura della popolazione.
Silvana Violi
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PAKISTAN - A colpi d'ascia le donne cadono vittime del delitto
d'onore.
da Donne in viaggio del
25 luglio 2001
La situazione dei
diritti umani in Pakistan è senz'altro critica: situato in una zona
calda del pianeta, segnato da instabilità politica, questo Paese
sembra muoversi lungo due direzioni opposte, tra tentativi di
innovazione (ben due i governi
guidati da una
donna, Benazir Bhutto, in dieci anni) e forti
spinte in
senso conservatore (tentativi di "islamizzazione" in un'ottica
integralista).
Come spesso
accade in questi casi, le categorie più deboli sono i bambini e le
donne, quotidianamente sfruttati e maltrattati, nonostante il
Pakistan abbia ratificato sia la Convenzione delle Nazioni Unite sui
Diritti del Fanciullo (nel 1990) sia la Convenzione delle Nazioni
Unite sull'Eliminazione di Tutte le Forme di Discriminazione contro
le Donne (nel 1996).
A rendere estremamente complessa la situazione, concorrono diversi
fattori: lo status delle donne in Pakistan è stato infatti definito
come un gioco di codici tribali, leggi islamiche, tradizioni
giudiziarie indo-britanniche e tradizioni consolidate che hanno
creato un'atmosfera di oppressione, dove ogni vantaggio ed
opportunità offerta alle donne da una legge, viene immediatamente
cancellata da un'altra.
In un clima di
violenza generalizzata contro le donne, la giustificazione degli
abusi si basa su fattori sociali (la donna è percepita come "merce";
come una proprietà degli uomini della famiglia, di cui incarna
l'onore) e su alcune leggi dello Stato che risultano discriminatorie
(come la Legge di quisas e diyat, e la Legge di zina).
La prima (quisas e diyat), seguendo un criterio di
punizione-compensazione dell'offesa ricevuta, privilegia una
giustizia che mira a compensare il danno, ma senza portare alla luce
la verità e punire i colpevoli, instaurando un clima di diffusa
impunità nei confronti di molti crimini anche efferati.
La seconda (zina) definisce il reato di fornicazione, per il
quale sono previste pene severissime (anche la morte). Definisce
inoltre il reato di stupro come un rapporto sessuale senza il
consenso della vittima tra un uomo e una donna che non siano
legalmente sposati, per cui una violenza compiuta dal marito non è
un crimine. Se a ciò si aggiunge che l'onere della prova è a carico
della vittima, risulta evidente che anche subire violenza può
diventare un motivo di denuncia per zina, (significa:
adulterio, fornicazione, rapporti sessuali fuori dal matrimonio
ecc...) se la donna non riesce a dimostrare di essere stata
violentata.
I
maltrattamenti (subiti sia nella sfera privata sia in quella
pubblica: diffusissimi sono gli stupri durante la detenzione da
parte degli agenti di polizia) spesso sfociano nella morte, ma
l'effettiva possibilità di difendersi è quasi nulla: pochissimi sono
i crimini denunciati, ancor meno i colpevoli puniti.
Chi maltratta
o addirittura uccide una donna in Pakistan riesce facilmente a
rimanere impunito. Le donne vengono sfigurate con l'acido (come nel
vicino Bangladesh), e si registrano moltissimi casi di "rogo
delle mogli", compiuti simulando incidenti domestici: sono più di
1000 le donne morte lo scorso anno in "incidenti" di questo tipo.
Ogni
ventiquattro ore in Pakistan 8 donne vengono rapite, seviziate,
stuprate.
Tra gennaio e giugno dello scorso anno, circa 300 bambine sono state
vittime di molestie sessuali ed omicidi.
Più del 90%
della popolazione femminile è vittima di qualche forma di violenza
da parte dei familiari.
Infine, circa
tre donne vengono uccise ogni giorno per motivi legati all'onore:
i dati contenuti nel rapporto 2000 della Commissione sui Diritti
Umani del Pakistan parlano di 1000 omicidi d'onore denunciati nel
1999, il che fa supporre che il numero effettivo sia molto più alto,
poiché moltissimi crimini non vengono denunciati.
A questo punto è chiaro che il delitto d'onore è solo una, la
più grave e sistematica, delle violenze subite dalle donne
pakistane.
Questa pratica tradizionale continua a mietere vittime. Le modalità
variano parzialmente da zona a zona (nel Sindh si procede a colpi
d'ascia, altrove si preferisce uccidere a colpi d'arma da
fuoco), ma, in ogni caso, la pratica è estremamente diffusa in tutto
il Paese.
Per condurre a questo tipo di delitto è sufficiente anche una
semplice asserzione. Il comportamento femminile considerato come
disonorevole comprende relazioni extraconiugali presunte o reali, la
scelta di un marito contro il volere dei genitori, la richiesta di
divorzio.
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Nell'aprile del 1999, Samia Sarwar, una ventinovenne che
intendeva divorziare dopo molti anni di violenze domestiche,
è stata uccisa, nell'ufficio della sua avvocata a Lahore,
da un dipendente della famiglia. In seguito la legale
è stata accusata e pubblicamente minacciata di morte per aver
'fuorviato' la sua assistita.
(vedi su Indymedia)
Ancora,
il consenso della donna nell'azione considerata disonorevole è
irrilevante, così alcune donne hanno gettato il disonore sulla
loro comunità perché violentate. Così è accaduto a Jameela
Mandokhel, una sedicenne mentalmente ritardata, che è
stata ritenuta colpevole di aver disonorato la sua tribù
perché stuprata. È stata condannata a morte dal Consiglio
tribale ed uccisa senza che il Governo abbia intrapreso alcun
provvedimento. |
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Con il passare
del tempo, purtroppo, la percezione di cosa danneggia l'onore è
divenuta sempre più ampia; non conta l'età, né il livello di
istruzione, né la classe sociale e non c'è nessuna differenza tra
città e villaggi rurali. Non importa se il comportamento censurato è
un reato per le Leggi dello stato, oppure un diritto acquisito, come
il divorzio e la libera scelta del marito.
Sebbene il
Capo esecutivo, Mohammad Rafia Tarar abbia affermato, nell'aprile
del 2000, che "Uccidere in nome dell'onore è comunque un crimine e
va trattato come tale" e nonostante il fatto che, in agosto dello
stesso anno, sia stata istituita una Unità Governativa di Assistenza
Legislativa, si può affermare che non ci sia stata alcuna
consapevolezza pubblica, né tanto meno alcun impatto nei
comportamenti sociali. Anzi, le violenze contro le donne sono in
continuo aumento.
A ciò si deve
aggiungere che, spesso, gli agenti di polizia si comportano come
guardiani della tradizione e della moralità, piuttosto che come
imparziali difensori della Legge. Di conseguenza, i delitti d'onore
sono spesso perpetrati apertamente, poiché chi li compie non si deve
preoccupare delle conseguenze del proprio gesto.
Nel novembre del 2000 un uomo di Karachi ha fatto a pezzi con
un'accetta la figlia undicenne perché sospettava avesse una
relazione illecita. Quando sua madre e sua sorella hanno cercato
di proteggerla, ha ucciso anche loro. Dopodiché si è costituito
spontaneamente alla polizia, asserendo di non essere affatto pentito
del suo gesto, in quanto si era trattato "di una questione
d'onore".
Anche le Corti,
nella maggioranza dei casi, considerano tutta una serie di
attenuanti quando i reati si riconducono al delitto d'onore, mentre
per gli omicidi comuni le pene sono molto più severe. Questo
comporta dunque, un elevato numero di falsi delitti d'onore, dato il
favorevole trattamento legale.
Lisa Caputo
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Pakistan - i diritti delle donne sono inesistenti
Nel 2002
in Mukhtaran Bibi, in conseguenza a crimini commessi da suo
fratello, ha subito aggressione e violenza dai capi del
villaggio, che hanno deciso di punire lei al posto di lui. Bina
ha denunciato le violenze al tribunale e 6 di questi
stupratori sono stati condannati. Ma subito dopo sono stati
liberati, lasciando praticamente senza giustizia la vittima. Da
Amnestyusa |
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India - Violenze contro le donne del Goudjerate
Durante il
congresso Asiatico-Americano svolto dall’associazione dei
proprietari dell'hotel in Florida verso la fine di marzo 2002.
Il Ministro Narendra Modi di Gujarati ancora una volta ha
permesso che la Comunità internazionale evidenziasse la violenza
su grande scala nel Goudjerate in 2002, dove alcuni medici sono
stati segnalati per aver partecipato alla violenza contro i
membri della minoranza musulmana. Un rapporto ha dato la
dimostrazione dei ripetuti assalti sessuali perpetrati contro
alcune delle donne che avevano in cura. – da
amnestyusa |
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PAKISTAN - Le donne nelle madrassah condannate all'isolamento e
all'isteria da
Asianews -
4Ottobre 2005
-
di Qaiser
Felix
Dopo la visita
ad una scuola islamica, attivisti musulmani denunciano la condizione
delle studentesse: niente accesso a internet o Tv, le giovani
ignorano la realtà esterna e hanno bisogno di assistenza
psicologica; il loro destino è rimanere dipendenti dagli uomini e ai
margini della società.
Non hanno
accesso a radio, televisione o computer,
studiano materie obsolete e ignorano perfino l’esistenza di altri
luoghi al di fuori del posto in cui vivono. Sono le studentesse
delle madrassah (scuole islamiche) pakistane. AsiaNews ha
intervistato alcuni esperti musulmani che denunciano le gravi
condizioni psicologiche di queste ragazze, costrette ad un’esistenza
isolata e “claustrofobica”, condannate a rimanere ai margini della
società in cui vivono.
“Alle
studentesse – racconta – viene impartita un’educazione
esclusivamente religiosa, il tutto si svolge in un’atmosfera
soffocante e sono del tutto assenti non solo materie moderne, come
l’informatica, ma molte non sanno neppure se esistono altre città al
di fuori di quella in cui vivono. Non hanno – denuncia l’avvocato
-possibilità di accedere a radio, Tv o computer e conoscono solo il
posto dove sorge la madrassah e il loro villaggio d’origine che
visitano saltuariamente". "Mancano lezioni di lingua inglese, di
scienza, matematica e informatica". "Come conseguenza - aggiunge
l’attivista - molte ragazze soffrono di isterismo e hanno bisogno di
assistenza psicologica”.
“In questo modo - avverte Ahsan - le donne educate
nelle madrassah non potranno mai svolgere un ruolo attivo
all’interno della società, sebbene rappresentino la metà dell’intera
popolazione del Pakistan” (oltre 162 milioni di abitanti). Da
Asianews |
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Afghanistan.
Figlie vendute per ripagare i debiti - da
droghe.aduc.
Nella provincia di
Nangarhar indebitarsi e’ comune. Ogni autunno i mezzadri chiedono
prestiti ai trafficanti di droghe per comprare i semi di papavero,
ripagandoli con il raccolto successivamente raffinato in eroina.
Quest’anno, le eradicazioni hanno nettamente ridotto le coltivazioni
di papavero, ma i mezzadri continuano ad essere indebitati. E alcuni
ripagano i debiti con l’ultima risorsa rimasta: le figlie.
Non ci sono statistiche ufficiali su quante ragazze ne siano rimaste
vittime, ma alcune associazioni umanitarie e l’organizzazione
internazionale per l’immigrazione hanno le prove di qualche caso, e
anche alcuni contadini e anziani di Nangarhar hanno ammesso di avere
assistito a delle transazioni.
Tra gli afghani c’e’ una tradizione su come risolvere i conflitti.
Gli assassini, i ladri o i debitori insolventi sono costretti dagli
anziani del paese a consegnare la figlia o la sorella alla famiglia
della vittima. Questa pratica, per alcuni, e’ una tradizionale
“transazione matrimoniale”.
In una cultura dove i matrimoni sono combinati dalle famiglie, dove
il promesso sposo paga al padre della fidanzata l’equivalente di 2
mila ai 5 mila dollari, un uomo puo’ cancellare il suo debito
accordandosi con il proprietario terrerio o ad un suo familiare per
dargli in moglie la figlia. Questa pratica e’ aumentata
contemporaneamente all’incremento della lotta contro le droghe.
Lo scorso anno un rapporto dell’associazione internazionale per
l’immigrazione ha rivelato l’esistenza del traffico di persone in
Afghanistan, rimarcando la pratica di nascondere il pagamento dei
debiti sotto l’apparenza di unione matrimoniale.
L’agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale ha stanziato
18 milioni di dollari per il 2005 per finanziare colture alternative
per i contadini di Nangarhar, denaro che pero’ non e’ sufficiente
per ripagare i debiti gia’ contratti.
I trafficanti riescono a guadagnare il doppio o anche il triplo se
non sono ripagati entro un anno, ma ci sono stati anche casi di
contadini ammazzati.
Un rapporto dell’Unodc (Ufficio antidroghe e crimine dell’Onu) ha
stimato che i programmi di eradicazione hanno ridotto del 21% le
coltivazioni illegali, e nella provincia di Nangarhar del 96%. |
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Pakistan - L'amore costa a ragazza pakistana i suoi piedi -
da
onlypunjab - 28/11/2005
Un uomo ha
fatto a pezzi i piedi di sua sorella di 20 anni,
tagliandoglieli, perché aveva sposato un uomo di sua scelta,
nella provincia del Punjab del Pakistan.
Bibi, la
ragazza, era nei campi a lavorare assieme al marito Saeed Ahmed,
quando suo fratello più anziano, assieme ad altri abitanti del
suo villaggio li hanno attaccati e le hanno tagliato i piedi.
Ora si trova in fin di vita all’ospedale di Bahawal Victoria, a
causa dell’enorme perdita di sangue. Secondo la polizia è stata
colpa di un impulso di rabbia incontenibile. E' evidente invece
che è stato organizzato, infatti erano in gruppo. |
Egitto - manifestanti
scatenati contro il cambiamento previsto per limitare
l’abuso fisico e sessuale contro le donne.
Una massa
di dimostranti scatenati che vogliono boicottare il referendum
sulla riforma costituzionale in Egitto ha assalito i
giornalisti, accanendosi soprattutto verso la giornalista
femmina. Le violenze si sono scatenate davanti all’ufficio del
sindacato dei giornalisti, alla presenza di poliziotti, che non
sono intervenuti motivando che lo hanno fatto per proteggere gli
assaliti da
amnestyusa |
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GIUSTIZIA
PAKISTANA - da
politicalpakistan
In Pakistan le donne che si rivolgono alla giustizia per far
rispettare i loro diritti, che in quel paese sono già pochi o
quasi nulli, anziché ottenere "udienza" ottengono vilipendio,
disprezzo e la cosa peggiore è quando queste donne vengono
addirittura sequestrate e sottoposte a violenza fisica e queste
violenze non si limitano alle botte, ma a stupri di gruppo.
E' quello che è accaduto a Sonia Naz, che si è permessa di
denunciare la sparizione del marito ed anche se aveva pagato
alla polizia una cifra considerevole, il marito non è stato
rilasciato.
Per il semplice fatto di essersi permessa di chiedere
giustizia, Sonia è stata rapita da alcuni poliziotti, che
l'hanno portata in una casa privata, tenuta segregata per
alcuni giorni, l'hanno picchiata e violentata in gruppo,
arrivando addirittura ad azioni di disprezzo, come urinarle in
bocca. Dopodiché l'hanno ricaricata in macchina e l'hanno
scaraventata di fronte a casa sua, intimandole di tacere
altrimenti avrebbe dovuto pagare ben di più. |
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Pakistan - 24 aprile 2005
Per festeggiare la
ricorrenza del compleanno di Maometto un pakistano uccide moglie e 4
figli. Ora qualcuno mi venga pure a raccontare che sono fatti
isolati, resta il fatto che c'è sempre di mezzo una sottocultura
pseudo-religiosa fanatica. dal
Dailytimes |
AUSTRALIA -
15 aprile 2005
Un
iman predica che le sole responsabili delle violenze sessuali subite
dalle donne, sono le donne stesse, peccato che non faccia
riferimento ai bambini o alle bambine che sono le prime vittime
della violenza sessuale, chissà quali colpe questi bimbi avrebbero
per questo becero iman. leggi su
Freethoughts |
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Francia - Parigi - da
Telegraph
Il 13 novembre scorso,
Chahrazad
Belayni, una giovane di
origine marocchina, è stata aggredita in pieno giorno, vicino alla
sua casa a Neuilly-sur-Marne nel sobborgo
nord-orientale del Senna-San-Seine-Saint-Denis, da un suo ex collega
di lavoro di origine pakistano che assieme ad un complice le hanno
dato fuoco, incendiandola con la benzina, solo perché aveva osato
rifiutare l’offerta di
matrimonio che il ragazzo le aveva rivolto.
Ora la ragazza si trova in ospedale, mantenuta in coma artificiale ,
poiché le ustioni sono così gravi da averle devastato il 60% del
corpo.
Qualche centinaio di persone hanno marciato insieme alla famiglia e
agli amici della ragazza, con il ritratto di
Chahrazad
sorridente, quando ancora era una ragazza molto bella, piena di vita
e di allegria,hanno raggiunto il Municipio con una bandiera che
chiedeva “giustizia, libertà, rispetto”.
Il fratello Abdelaziz ha criticato la mancanza di partecipazione
pubblica dopo l’aggressione e ha dichiarato che non erano andati fin
lì per chiedere vendetta, ma perché venisse fatta giustizia.
Volevano denunciare la continua violenza contro le donne, alle quali
è impedito di scegliere, mentre dovrebbero poter dire sì o no.
Tutto è stato
organizzato da un'associazione che si sta occupando della crescente
violenza, in aumento contro le donne, principalmente nelle periferie
francesi.
Fadela Amara,
fondatrice e presidente dell'associazione, ha detto di aver voluto
essere presente, per far sentire ai genitori di Chahrazad, che non
sono soli in questa lotta, che non è un problema di famiglia, ma un
problema che riguarda tutta la Francia.
Sabato
l’organizzazione ha tenuto un’altra manifestazione silenziosa, per
ricordare la memoria di Nadia, probabilmente uccisa dal marito, nel
sobborgo parigino del sud dell’Oise di Val, avvenuto un anno fa e il
cui corpo non è stato mai ritrovato.
Questa
organizzazione ha più di 6.000 membri e 60 comitati locali, che
fanno una campagna contro la repressione delle ragazze negli
insediamenti in gran parte musulmani, in cui non esiste la
possibilità di scegliere, ma vi è l’obbligatorietà di seguire dei
codici di comportamento, che altrimenti fanno sì che la persona
venga considerata come priva di morale e finisce per cadere vittima
del maschilismo.
Le richieste
d’aiuto a questa organizzazione, per donne che soffrono per la
violenza di unioni forzate ed altro, è enorme e non riesce a farne
fronte, per cui ha chiesto a sua volta aiuto al governo per offrire
opportunità concrete anche attraverso campagne di informazione nelle
scuole.
Il ministro
francese della coesione sociale e l'uguaglianza sessuale, Catherine
Vautrin, ha descritto l'attacco a Chahrazad come "illustrazione
horrible" della violenza maschile contro le donne. In Francia tra
il 2003 e il 2004, ben 163 donne hanno perso la vita proprio ad
opera dei maschi. |
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Pakistan - orrori quotidiani dal mondo islamico - 24 giugno 2005
Il teatro del macabro episodio
è Mohammad pur, villaggio pachistano.
I protagonisti una famiglia come tante.
La coppia è separata e come da usanze islamiche
la figlia resta in affidamento al padre, per cui la moglie si
reca in visita per trovarla.
Subito viene aggredita dal suocero, dal marito,
dal fratello e da un paio di altri uomini, che la incatenano,
poi durante la notte la portano in riva al fiume e lì le
infliggono la punizione che dovrebbe servire a "lavare l'onore"
del marito, poiché si ritiene che la donna viva in promiscuità,
con altri uomini.
Su denuncia della famiglia di lei la polizia
svolge indagini e la trovano così mutilata in casa dell'ex
marito, che le aveva inferto la macabra e terribile punizione.
Le autorità assicurano che lui non la passerà liscia, perché non
si può trattare così una donna.
Le donne pachistane vantano un primato,
possiedono uno dei più alti tassi di suicidi e li attuano
dandosi fuoco, per sfuggire all'orribile sorte che tocca loro in
vita, accompagnandosi a uomini che sanno che le renderanno
schiave, trattate peggio degli animali di laboratorio. |
Kurdistan Iraniano 30.8.2005 -
Portare il chador non è una scelta libera delle donne
La triste storia di una ragazzina curdo-iraniana, raccontata dal
fratello, che ora vive in Inghilterra: "Mia
sorella si è data fuoco perché non voleva indossare il velo"
. Come si sa, nella Persia di Ciro e Dario governano un
gruppo di fanatici islamici, i quali obbligano TUTTE le donne (
anche le straniere, o le turiste ) ad indossare il velo. Questa
coraggiosa ragazzina di 14 anni non lo voleva indossare, ma
siccome sapeva a cosa andava incontro, ha preferito darsi fuoco.
Il velo è considerato dalla stragrande maggioranza delle
iraniane, come un simbolo di oppressione e di schiavitù. Molte
lo hanno addirittura bruciato durante manifestazioni contro il
regime. |
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Pakistan –
27.4.2005
Nazish Bhatti
di
17 anni, è stata rapita e violentata da un branco di uomini. Si
è recata all'ufficio di polizia per denunciare la violenza ed è
stata nuovamente violentata dai poliziotti. Per lei l?unica via
d'uscita dal suo dramma appare il suicidio. E'difficile che
questa ragazza possa ottenere giustizia e non esista
un'alternativa accettabile Notizia tratta da
BBC.NEWS |
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Pakistan – 28.3.2005
AsimTanveer
è diventata il simbolo della rivendicazione e dell'emancipazione
femminile in Pakistan. Violentata da un gruppo di uomini, tutti
assolti dal tribunale islamico. Ha dichiarato che non si darà
pace, e continuerà a lotta per tutte le donne.
Da
Newsweek |
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