11 Settembre
2004
Noi abbiamo paura.
Abbiamo paura di guardare negli occhi il terrore, tre anni dopo. Di
guardare questa flotta di aerei piccoli che si abbatte su
grattacieli minuscoli come le vite delle persone, nella cronaca
quotidiana dell’Iraq. Noi, che abbiamo negli occhi lo stupore di
quell’impatto che entrò nelle nostre case, noi che non riusciamo a
dimenticare la traiettoria silenziosa di quei corpi che si
lanciavano nel vuoto, noi fatichiamo a riconoscere la stessa tragica
spettacolarità nelle autobombe che aggiungono distruzione a uno
scenario già distrutto, noi fatichiamo a chiederci cosa faremmo, se
i sequestratori ci si presentassero con la loro promessa di odio, di
umiliazione fatta di video e proclami, con le loro esecuzioni in
punta di coltello: non ci lanceremmo piuttosto nel vuoto, anche noi,
sagome sottili e disarticolate che abbandonano la vita che brucia ?
Noi abbiamo paura, per una ingenua convinzione che gli occhi
socchiusi tengano lontano l’orrore, per risparmiare a noi stessi le
verità. Noi che contavamo sulla simpatia e sulla umanità di Enzo
Baldoni – saprà convincerli, scrivevano sui blog - noi, ci siamo
chiesti come è stato ucciso Enzo Baldoni ? Lo sappiamo, noi, che un
imam che si è limitato a chiederne la restituzione del corpo, è
stato minacciato di morte?
Ci chiediamo come le
stanno trattando ? Noi ci illudiamo: pensiamo che il sequestro di
Simona Torretta e Simona Pari sia quasi uno scambio di persona, uno
sbaglio, e siccome ricordiamo che sono buone e hanno aiutato i più
deboli, questo le aiuterà. Stentiamo a riconoscere nella scelta di
sequestrare loro la lucida volontà di tagliare i ponti – alla
lettera, stavolta- con tutto ciò che è occidente, ciò che è scelta
individuale, ciò che è coraggio femminile, ciò che fornisce, agli
occhi degli iracheni, una delle tante sfumature, diverse tra loro,
del mondo degli infedeli. E’ la logica del terrore, sempre, come fu
persino a casa nostra: uccidevano i Walter Tobagi e gli Aldo Moro,
uccidono i Marco Biagi, prima che i nemici in divisa: non c’è spazio
per alcuna neutralità, non si calca la terra di nessuno.
Di chi è la terra
irachena, oggi, a un anno e mezzo dalla fine della guerra ? C’è un
governo nominato per consultazioni e dall’alto, ci sono gruppi vasti
e popolari, come gli sciti di Moqtada, che vi si oppongono in armi,
che sono riluttanti a entrare nella partita che conduce- che forse
condurrà alle elezioni di gennaio. C’è una galassia di gruppi
terroristi, locali e stranieri, e in molte città – Falluja è il
modello – godono di sostegno e appoggio, per simpatia e per paura. E
c’è una maggioranza di iracheni che sta a guardare, che si lamenta
per l’insicurezza, per la metastasi dei sequestri , per la lentezza
della ricostruzione, per la disoccupazione, per la presenza sul
terreno, di un’ America in divisa spesso dura, implacabile, e
comunque più capace di rispondere colpo su colpo – bombardamenti su
Falluja – che di mediare, convincere, come è successo a Samarra:
truppe americane nel centro della città, dopo trattative con la
guerriglia. Ora noi possiamo guardare al passato in molti modi:
dire, eccolo il risultato della guerra, la soluzione del problema si
è rivelata peggio del problema, e accontentarci del fatto che il
tempo ci abbia dato ragione. Oppure dire: ecco, questo è l’Iraq che
sì, non aveva armi di distruzione di massa, che non fosse la
distruzione di massa della sua propria gente, ma adesso quel che è
in gioco è la costruzione di un paese dove a decidere è il voto, la
costruzione di un paese che non sia un vespaio di terrore, e di
umiliazione della sua gente. C’è qualcuno, che a cose fatte, ha
qualcosa da proporre meglio di un’elezione ? C’è, e si chiama
l’abbandono del ring, il rintanarci a casa propria, lamentando il
prezzo che stiamo pagando per scelte altrui, come ha fatto Zapatero,
e come cerca di fare una parte dell’Europa. E’ una condanna certa
per l’Iraq, e una salvezza illusoria per noi. Perché quello che sta
succedendo, questo 11 settembre iracheno, è figlio, più che della
guerra, del vuoto di potere che le è seguito, e che ha offerto un
nuovo campo di battagli al fondamentalismo.
Ancora oggi gli
iracheni non lamentano la guerra, lamentano le scelte successive.
Dicono le cifre, sempre incerte, che a Baghdad siano morte duemila
persone, durante la guerra a Saddam. Ne sono morte diecimila, nel
dopoguerra. E allora possiamo guardare al presente, e al breve
futuro dell’Iraq in molti modi : il governo è un fantoccio, oppure
un disastro di impotenza, oppure è un decente passo di transizione,
e forse l’unico. Anche qui, contano, abbastanza, le cifre:
cinquemila iracheni in divisa – poliziotti o militari- sono morti,
in quest’anno e mezzo, per difendere l’idea di un paese da
ricostruire. Sono abbastanza per indurci a diffidare della parola
occupazione. Forse è guerra civile, almeno, di un paese diviso, e
una platea immensa che soffre. Allora bisognerà scegliere da che
parte stare, a meno non si voglia lasciarli al loro massacro, e al
contagio nei paesi vicini, e alla tentazione, una volta che ci si
sia dimostrati impauriti e deboli, di venirci a colpire a casa
nostra. Certo, si può anche parlare di resistenza – se si vuole
sporcare la parola- o parlare genericamente di pace, di buona
volontà, e magari di ragione e ragionevolezza. Lo si può fare, a
patto di chiudere gli occhi davanti alla natura del terrorismo. E
restare sorpresi se uccidono un uomo buono, come Baldoni, e
sequestrano due ragazze coraggiose, come le due Simona. Restare
sorpresi perché in fondo si è creduto che questa chissà, è una
lotta antimperialista, o anticoloniale, e si crede che tutto è
cominciato con la guerra e non, di nuovo, con l’11 settembre delle
due torri. Si resta sorpresi se si è accettato che in fondo il
sequestro di quattro italiani che facevano le guardie private faceva
parte del gioco, era qualcosa che si erano cercati, e a noi spettava
solo di cercare se davvero Quattrocchi avesse detto proprio quelle
come ultime parole, e se la loro liberazione non fosse strana. Non
ci chiedevamo invece, se quei metodi, quei colpi alla nuca, fossero
diventati, invece che un mezzo riprovevole e distante, il fine e la
natura stessa del terrorismo.
Abbiamo visto una
manifestazione, a Roma, grande e colorata, inneggiare alla
resistenza irachena. Abbiamo sentito invocare dieci cento o mille
Nassirya, ed eccola la Nassirya che ci è toccata. Abbiamo visto i
consiglieri comunali incappucciati come ad Abu Graib, ed eccola la
prigionia che ci è stata riservata. Non ci dev’essere sorpresa,
perché ritroviamo, adesso, dopo Quattrocchi e Baldoni, la stessa
incapacità a capire, le stesse melense illusioni. A cominciare dai
desideri pii, dal buonismo che trasuda arrendevolezza, che sacrifica
i diritti degli individui all’idea che il mondo sia buono come una
pubblicità di maglioni. Ci accontentiamo di questo pensiero
augurale, e ci basta la preghiera corale di una decina di religiosi
per sentirci migliori.
No, finchè non ci sarà
rottura, dura e dolorosa, dentro l’Islam, non ci sarà pace. Finché
gli ulema continueranno a fare i dottori Sottili, distinguendo tra
sequestri inaccettabili e sequestri che in fondo si possono capire,
non ci sarà pace. Finché non ci sarà impegno vero – e i meno
giovani capiranno se facciamo il nome di Guido Rossa- non ci sarà
tregua. E siamo destinati a perdere, per sconfitta demografica e
politica e militare, se non capiamo che tutta questa ferocia viene
da lontano, non dalle bombe sui palazzi di Saddam. Viene dai
pasdaran iraniani, viene dai kamikaze palestinesi, viene dalle
predicazione delle moschee e da inadeguatezze culturali ma viene
anche, per quel che ci riguarda, dai silenzi, dalle cecità, dalla
scelta, nel mondo, di pensare che il male viene sempre da Bush e da
Putin, e l’odio, la crudeltà del terrorismo non hanno la dignità di
essere considerati un nemico da combattere, sono solo il frutto
maligno di una politica sbagliata.
Le hanno sequestrate,
e non è stato un incidente di percorso: è stata una scelta coerente
con le prediche, con le bandiere bruciate, con una cultura di odio e
di morte, che ha perso il fine – quale mondo nuovo vogliono
costruire ? – che sopravvive nei mezzi – le decapitazioni - e che
una parte di noi si ostina a considerare con gli strumenti culturali
vecchi, cancellati dal tempo: non è anticolonialismo, è la negazione
totale dell’individuo, della singolarità insopprimibile dei suoi
pensieri e dei suoi diritti – i valori dell’occidente. E’ la persona
– sei francese, sei italiano, sei nepalese - ridotta a carne morta.
E questo, dobbiamo avere il coraggio di dirlo, ha a che vedere con
il cuore di una religione che vuol dire sottomissione. A Dio, si
vorrebbe, ma in assenza di dio, alla sua spada malintesa,
millantata, tradita. E’ questo che esprimono i video:l a riduzione
in cattività, l’umiliazione di volti spauriti o che nascondono la
paura, l’azzeramento della dignità. Lo abbiamo fatto anche noi, ad
Abu Graib: ma non era un programma, era un tradimento del programma.
Non era qualcosa che veniva diffuso per reclutare, un’esibizione di
forza tracotante, era qualcosa che le maglie della libera
informazione facevano trapelare, e che ci faceva vergognare. Abbiamo
lasciato che l’odio crescesse come una metastasi, e adesso ci
culliamo nell’illusione che sia benigna, che tocchi sempre ad altri,
e che riguardi poche persone, un complotto da due soldi.
Stand up
Non illudiamoci:
trascurare la natura di questa rivoluzione cupa e sanguinaria,
questa mutazione genetica non prevista dal globalismo e dall’antiglobalismo
sarebbe due volte sbagliato, adesso. Lo sbaglio, l’unico e fatale,
nelle scelte delle due Simona. E’ duro dire, adesso, con loro
ostaggio, che la loro visione dell’Iraq era candida e buona come
sono loro: per loro contavano i sorrisi, la disponibilità della
gente comune, le corse dei bambini, l’illusione che i colpi di
mortaio non erano diretti a loro, perché loro avevano fatto solo del
bene. Non abbiamo davanti a noi dei resistenti che sbagliano, dei
resistenti che presi dalla lotta contro il responsabile di tutti i
mali, l’America, non trovano il tempo di restituire il corpo di Enzo
Baldoni. Abbiamo combattenti vili e feroci, che vanno affrontati con
intelligenza. Senza dichiarazioni di principio, che adesso non
servono. Certo, la partecipazione dell’Italia alla coalizione è un
ostacolo, ma la questione va riportata alla innocenza dei singoli,
alla autonomia degli individui, alla singolarità dei meriti e delle
colpe.
E’ su questo che
devono pronunciarsi i musulmani d’Italia e di Sarajevo, e perfino
della Cecenia, dove Intersos aveva fatto del bene e sofferto, in
cambio,i sequestri. Su questo deve pronunciarsi Arafat inondato di
soldi europei. E’ su questo che si combatte il terrorismo e si salva
la vita delle due Simona, su un concetto, quello dell’individuo,
duro ad accettare per l’Islam. Duro, specie se noi ci ubriachiamo di
una formuletta magica – il dialogo, il dialogo - se sussiegosi
pensiamo che convinceremo tutti, a patto di far finta che non
mettano le bombe davanti alle chiese cristiane, come la notte
scorsa, a patto di far finta che se uccidono Baldoni deve esserci
uno sbaglio, perché il nemico da biasimare è Bush, qualcosa non
torna. Poi, se come speriamo e preghiamo e aspettiamo, tutto andrà
bene, liberi di dividerci di nuovo, con una piccola, amara
consapevolezza: i tremila che morirono nelle due torri, schiacciati
o soffocati, lanciati nel vuoto o scomparsi, forse non avevano fatto
del bene a nessuno. Forse erano solo operatori finanziari, e vigili
del fuoco e cuochi e segretarie. Non risulta che avessero fatto del
male, del resto, se non il fatto di essere americani: individui,
ricordati a uno a uno, una Spoon River pietosa che abbiamo presto
dimenticato. Lo abbiamo dimenticato perché stentiamo a riconoscere
la natura del terrore, e abbiamo fiducia nella ragione, e imitiamo
maldestramente San Francesco, parlando ai lupi ceceni e iracheni e
rampognando i mercanti di Washington, litanie che non cambiano,
anche se il mondo cambia. E invece eccolo, lo abbiamo anche noi il
nostro piccolo 11 settembre, incarnato in due piccole donne
coraggiose, irripetibili. Stavolta non c’è nessuno a spiegarci che
in fondo Daniel Pearl era sì ebreo ma anche americano, o che non
bisogna ascoltare l’urlo di Nicholas Berg. Lo hanno fatto, e abbiamo
conosciuto l’abisso che separava la mitezza di Baldoni e il
disprezzo dei suoi assassini. Stavolta non c’è nessun francese a
spiegarci che dietro le stragi c’è la Cia o il Mossad, stavolta non
c’è nessun mistero su un convoglio attaccato sulla strada da Najaf,
stavolta c’è il tempo, e la fretta, di salvarle. Stavolta – il paese
è unito - non c’è la rincorsa miserabile alle responsabilità e
nessuno si chiede chi non ha dato l’ordine di rientro alla
generosità delle due ragazze, dopo i mortai del 2 settembre, dopo
l’avvertimento: non c’è lotta politica, adesso, nessun Scelli da
bombardare. Stavolta non c’è campagna elettorale: dipendesse da noi
pagheremmo qualunque riscatto per riaverle. Faremmo qualunque cosa,
tranne rinunciare a lottare contro il terrorismo, tranne rinunciare
a impedire che si ripeta in un grattacielo, in una stazione, in una
scuola, nella sede di un’organizzazione umanitaria.
Lo si faccia, con una
speranza che non dev’essere alimentata da candele ma da pessimismo,
non da tolleranza verso l’intolleranza ma da determinazione a
difenderci, non da illusioni, ma da caparbietà, non da slogan, ma da
preghiere e abilità mediatrice, non da remissività ma da orgoglio,
non da miopia rassicurante, ma da disperata fermezza nel tentare
quel che sembra impossibile: restituirle a quell’Italia delle liti
da cortile e dei sogni, delle guerre piccine e degli odi
resistenti, quel paese che guardiamo impallidire, adesso, davanti
all’odio, alla promessa dell’orrore vero.
Tony Capuozzo
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