4 Ottobre 2004
Sono passati
venti giorni, in un’altalena crudele di sgomento, di falsi
comunicati, lunghi silenzi, precari sollievi. Due ragazze, che ormai
tutti abbiamo imparato a conoscere, sono ancora perse e non sappiamo
come stanno. Non sappiamo come vengano trattate, non sappiamo cosa
pensino, come pensino a noi e a se stesse, non sappiamo cosa pensino
prima di addormentarsi e che cosa sognino nella lunga notte. Non
sappiamo nulla, se non che mancano da venti giorni.
Sappiamo di noi stessi o crediamo di sapere. Ci siamo comportati
bene, compunti come una scolaresca il giorno dell’esame: il governo
ha fatto le sue mosse, l’opposizione ha fatto la sua parte, il
presidente della Repubblica è stato come il padre di una famiglia
meno rissosa del solito. I musulmani d’Italia hanno contribuito a
dimostrare che con i permessi di soggiorno vengono distribuiti anche
principi comuni, più forti di ogni multiculturalismo, o almeno il
minimo sindacale: si liberino le due Simona.
E’ servito finora più a noi che a loro due. Certo non potevano
mancare le analisi a buon mercato e l’esercizio estenuato delle
ipotesi, il lavorio giornalistico ai fianchi delle famiglie con le
postazioni sotto casa. L’ultima ricostruzione italiana del sequestro
di cui abbiamo avuto notizia qui, sostiene che gli americani,
arrivati sul luogo dopo pochi minuti, si sono guardati bene
dall’inseguire i sequestratori, come a voler dimostrare ancora una
volta la mano del perfido Allawi, del perfido Negroponte, e
spacciare l’eterno teorema di Bush colpevole di tutto, della
Cia dietro a ogni misfatto: sono loro i responsabili di tutto il
male del mondo.
Guardiamo da qui all’Italia come al nostro paese lontano, e a volte
poco nostro, infagottato di correttezza politica e miopia. Metti un
esempio banale: vediamo su un palazzo di Milano, ma immaginiamo
anche altrove, le grandi foto delle due Simona. Tra molte
hanno scelto proprio quelle in cui il capo è coperto dal velo, si
chiede la loro liberazione mostrandole meno libere che in altre
immagini.
E’ vero, ci sono donne, e giornaliste, che si inchinano al rito con
una civettuola sottomissione e persino esibiscono con gusto il dazio
pagato, non al rispetto degli usi altrui, ma all’inciviltà
dell’intolleranza. Le donne cristiane a Baghdad non portano il velo,
hanno il coraggio difficile della diversità. Costa fatica guardare i
fatti, terribili nella loro semplicità.
La morte di Enzo Baldoni è già stata dimenticata dai
suoi stessi compagni di strada nella lezione feroce che impartì:
siamo tutti colpevoli agli occhi del terrorismo. E nessuno si è mai
chiesto quanti pacifisti, o magari solo persone per cui il baseball
era tutto nella vita, morirono nelle Due Torri.
Erano tutti colpevoli per Atta e bin Laden, erano tutti americani o
servi della globalizzazione, per chi volle vedere in quel giorno non
l’inizio di una guerra, ma la conseguenza cercata, magari non
meritata in quella forma…ma comunque non è un problema nostro,
chiamiamoci fuori. Guardiamo all’Italia da lontano, abbiamo scorto
nelle manifestazioni le bandiere palestinesi, non il ritratto di
Baldoni. E’ stato ucciso da un fuoco amico?
E’ vero, tanti figli di mamme italiane portano con levità morale la
kefiah, il fazzolettone bianco e rosso, o nero, e non sappiamo cosa
pensino le loro mamme quando gliele lavano, e si accorgerebbero che
è la stessa kefiah che copre il volto del boia se non fossero
protette da chi certe cose non le mostra perché si fa il gioco del
terrorismo. Meglio parlare d’altro. I fatti hanno il potere agli
occhi degli onesti, di rovesciare i pregiudizi.
Metti i colpi di mortaio contro la sede di “Un Ponte per …” la notte
fra il 2 e il 3 settembre, quattro giorni prima del sequestro.
Perché se ne parla poco, perché la dimenticano anche le
ricostruzioni più accurate? Perché contrasta con le teorie del
sequestro anomalo, dei servizi torbidi, o solo perché apre il
capitolo delle responsabilità di chi non richiamò in patria le
ragazze, qualcuno che avesse il coraggio di guardare in faccia la
realtà, i fatti, gli avvertimenti, nel classico stile della
guerriglia antiamericana e antirachena?
E noi siamo invece un paese dei balocchi, illuso che la bontà dei
singoli, o la loro correttezza politica sia un lasciapassare, un
salvacondotto. Ci illudiamo noi europei che le lacrime di una
vecchia madre inglese commuovano. No, gonfiano il petto dei boia di
orgoglio, di soddisfazione per il lavoro ben fatto. Sono il bis
gratuito del lamento di Kenneth Bigley davanti alla
morte. Se lo conosceste il nemico, sapreste che il nostro pianto ,
nei casi migliori, viene considerato una redistribuzione del dolore:
“Dopo le madri palestinesi e irachene, tocca a voi così provate”.
Questo dicono.
Noi ci illudiamo che il mondo sia a nostra immagine e somiglianza,
“piccoli principi” e piccole “Alice” che ogni tanto s’imbattono
nell’orrore, e scambiano i loro pii desideri, che non sono altro che
un ingenuo tentativo di schermarci dall’orrore, per la realtà. Noi
ci abbeveriamo alla furbizia degli ulema: mentre uno di loro chiede
di liberare le due Simona per non sporcare il volto della
resistenza, l’altro, nello stesso giorno davanti ad Abu Ghraib,
perde il suo tono mellifluo e invita la polizia irachena, il povero
esercito iracheno, a ribellarsi agli americani.
Avete mai sentito una parola, una sola parola forte, contro i
sequestri, contro le decapitazioni, contro l’umiliazione
dell’umanità? No, solo sfuggenti considerazioni di opportunità,
d’immagine, distinzione tra le ragazze buone e Quattrocchi
cattivo, e Baldoni è passato inosservato. Ecco dove l’islam
nelle moschee manca di ribellione morale, perde lo scatto che separa
i sofismi dall’indignazione.
Ma noi, politicamente corretti, siamo capaci di passare sopra i
sondaggi di al Jazeera, sopra le vendite record di cd con il meglio
delle decapitazioni, sopra i nostri stessi principi, mendicando il
sogno di un mondo migliore colorato come una bandiera di pace,
ottimista e per bene. Noi che facciamo gli antropologi, intenti al
girotondo attorno al buon selvaggio, e sussultiamo: “il vero islam
non tratterebbe mai le donne così”.
Certo, neanche il vero comunismo avrebbe mai partorito il gulag e
Stalin, Pol Pot e la rivoluzione culturale, Milosevic e Castro.
Chiedete a Zeynep Tugrul, l’ostaggio turco, chiedete a lei come è
stata trattata. O scovate nella memoria distratta al ricordo
dell’adultera palestinese trasformata in kamikaze, o chiedete quante
irachene sono state uccise per aver lavorato come interpreti. Certo,
non c’è nessuno in Italia che dica che il terrorismo non vada
combattuto, ma chi vi dice come? Va combattuto nei nostri cuori,
negli ordini del giorno dei consigli comunali, nelle fiaccolate?
A noi, qui, a noi che non amiamo le armi, e non solo amiamo la vita
più che la morte, ma abbiamo molta paura della morte e vergogna
della morte, quando siamo noi a infliggerla, sembra che almeno
bisognerebbe stare ai fatti. Stare ai fatti che ci mostrano come
l’islam nel suo insieme provi oggi un odio nei nostri confronti che
lascia senza fiato chi è abituato agli odii da corteo, da stadio o
da reality show. Va fronteggiato guardando in faccia la realtà.
C’è una parte dell’islam che non ci odia per convenienza, oligarchie
conservatrici, potentati economici. C’è una parte dell’islam che non
ci odia perché spera di provare la democrazia e, senza perdere
l’anima e la fede, prendere parte alla festa mobile la scia dei
consumi, dei telefonini, dei master e delle olimpiadi. Cinquemila
iracheni in divisa sono morti per poter votare un giorno e avere una
briciola di quello che abbiamo noi.
Ma noi dall’alto diciamo che Allawi è un burattino, l’elezioni una
truffa, e in cuor nostro continuiamo a chiederci, e del resto lo
fanno anche gli imperturbabili inglesi, “ma chi ce lo ha fatto
fare?”. Nostalgici di un otto settembre sempre a portata di mano e
sempre dalla parte giusta, o anche solo nostalgici dell’infanzia
felice dell’andreottismo, amata da tutti, dei missili nelle corsie
romane e degli assassini di Klinghoffer liberi. Come era bella la
nostra condizione di paese della pizza e di Paolo Rossi, amati da
tutti, inoffensivi e simpatici.
Non c’era allora questa guerra sorda e sordida e potevano guardare
allo specchio provando mille trucchi, beati di tanti volti diversi.
Adesso lo specchio è rotto, infranto in mille pezzi, come una
vetrata delle Twin Towers. Una parte del nostro paese, cerchiamo di
essere sinceri con noi stessi, per favore, ha creduto fino all’altro
giorno di essere risparmiata.
Quattrocchi in fondo aveva il tesserino della coalizione, e
aveva confessato in punto di morte, come si spettegolava in Italia,
di essere un camerata. E la liberazione degli altri tre? Era in
campagna elettorale. E i morti di Nassiriyah erano morti in divisa,
e che al Zarqawi abbia lasciato degli orfani in Italia è stato un
dettaglio dimenticato.
Le anime belle del nostro paese che guardiamo da lontano, hanno
discusso attorno al diritto di un politico, tanto esile quanto
coraggioso, Piero Fassino, a prendere parte a una manifestazione
romana dove, certo, oltraggiosamente si inneggiò alle cento Nassirya,
e, certo inopportunamente, uno striscione inneggiava alla resistenza
irachena. Se le anime belle del nostro paese avessero guardato negli
occhi la realtà, avrebbero dovuto discutere del diritto di scappare
da quella manifestazione, da quella sola parola d’ordine, da quel
solo striscione.
Non lo hanno fatto le anime belle, e adesso abbiamo elaborato in
fretta il lutto per Enzo Baldoni, come se fosse stato
uno sbaglio da dimenticare, un fatto che cozza contro una visione
del mondo, un’eccezione deplorabile. Per seppellirlo, in attesa che
si ricordino di restituire il corpo, abbiamo passato al microscopio
il convoglio della Croce rossa, abbiamo setacciato lettere e
sporcato il ricordo del buon autista Ghareb e non abbiamo avuto il
coraggio di guardare all’unico fatto che conta, chi l’ha ucciso e
perché.
Non illudiamoci, per favore, i terroristi non sono gruppi sparuti e
invisibili, interi villaggi e città sono sotto il loro controllo e
li circondano di consenso. E questo è il prodotto della sola guerra
o ha a che vedere, piuttosto, con la storia politica, con i
privilegi goduti dal “triangolo sunnita” sotto Saddam, ma anche con
le idee che circolano nelle moschee, con un patrimonio di pensiero e
di odio che sono merce comune?
Certo contano anche gli sbagli della coalizione, dallo scioglimento
dell’esercito alle difficoltà a bilanciare fermezza e mediazione, e
contano perfino i limiti antropologici e culturali a maneggiare la
diversità. Questo ha a che vedere con le vergogne di cui siamo stati
capaci, Abu Grhaib, rispetto alle quali qui non vale la consolazione
di averle scoperte noi, processate noi, di averle considerate una
pugnalata di noi stessi a noi stessi.
Questo ha a che vedere con la distanza di parte dell’Europa che ha
preferito non sporcarsi le mani, non mettere i piedi nel fango, dopo
che un altro aveva sparso l’acqua e pensa adesso di poter essere
semplicemente un’Europa che guarda, perché finora le è riuscito
bene. I disastri dei Balcani, risolti grossolanamente dagli Stati
Uniti, ci hanno visto spettatori per cinque anni senza troppe
complicazioni etiche.
Stavolta è diverso perché questo campo di battaglia se vinto può
aprire un circolo virtuoso, se perso diventerà contagio, diventerà
un trampolino di lancio di al Qaida verso l’Europa. Questa palude,
in cui i terroristi si muovono come rettili anfibi a loro agio, è
teatro di una guerra sporca. Ogni volta che i comandi americani
comunicano di aver centrato un covo a Fallujah, le telecamere ci
mostrano donne e bambini, vittime inermi. I terroristi non hanno
caserme, vivono in mezzo ai civili.
La sequestrata turca, che lavorava per un giornale canadese,
racconta che temeva anche i bambini nel covo in cui era tenuta
prigioniera. Combatterli dal basso vorrebbe dire avere più uomini,
più disponibilità a morire, più reparti iracheni, più rivolta morale
degli abitanti. Non c’è nulla di tutto questo. A meno che non si
aspetti il ritorno delle Nazioni Unite, che lasciarono a Baghdad uno
degli uomini migliori, Viera de Mello, e predicano adesso da
lontano.
I massacri del Ruanda, della Somalia, di Srebrenica, Kofi Annan li
vide da vicino , a braccia conserte e senza scrupoli legali. A meno
che non si aspetti l’impossibile, non c’è altra via che aiutare gli
iracheni a vincere se stessi, senza precipitare in una guerra civile
e a misurarsi nelle elezioni possibili.
Dicono del contingente italiano, che fortunatamente non fa notizia
adesso, in questi giorni a Nassiriyah, che se ne sta in trincea. A
noi risulta che abbia garantito le elezioni municipali a Nassiriyah,
e che la linea del confronto fermo ma flessibile con i
sottoproletari di Moqtada sia stato un fatto positivo, un piccolo
aiuto: abbiamo fatto la nostra parte. Se qualcuno ha altre
soluzioni, benvenuto. Ma non ci si inganni sulla natura del terrore,
non ci si illuda sui suoi confini limitati o sulla sua influenza
perfino culturale.
Guardate questa fotografia (la fotografia di cui parla Capuozzo
raffigura alcuni uomini in ginocchio legati e bendati, con alle
spalle, in piedi, poliziotti incappucciati e armati) su un giornale
iracheno: i poliziotti sono mascherati per evitare vendette, l’onda
limacciosa dello stile dei sequestri arriva fino in commissariato. E
se si mostra una gola tagliata, se si esibisce l’orrore che noi
pensiamo destinato solo a noi, che cosa si semina nella società
irachena?
L’idea della forza crudele come idea della ragione trionfante,
l’idea della carne nemica come uno scempio da esibire, la
legittimazione dell’orrore. Nel primo giorno in cui questo cd è
finito in vendita (cominciano a scorrere le sequenze tratte dal cd
in cui sono state raccolte le immagini di una serie di decapitazioni
e altre uccisioni avvenute negli ultimi mesi, ndr) nelle bancarelle
di Baghdad, un solo venditore ne ha vendute 650 copie.
Noi vogliamo che lo vediate mondato dalle sue scene peggiori, anche
se tutto il resto, anche quello, è insopportabile. Vogliamo che lo
guardiate sapendo che è quello che si conserva con gelosia in almeno
650 case di Baghdad, sì sono poche, anche se per un solo
bancarellaro in un solo giorno di vendita, ma sono infinitamente di
più delle case di coloro che manifestarono per le due Simona,
che le pietose menzogne dei mezzi d’informazione italiani
trasformarono in centinaia.
Si guardi in quelle case le migliori decapitazioni della lunga
estate irachena, le morti più spettacolari. Non guarderemo l’atto
finale, insopportabile, empio, ma dobbiamo guardare il volto di chi
sta per morire e udire le voci degli psicopatici che decidono la
morte in nome di un dio, ma non hanno il coraggio di mostrarsi in
volto.
C’è qualcuno che ha avuto il coraggio di chiamarla resistenza
irachena, e resistenza in Italia ha un senso, un significato, anche
al di fuori di ogni retorica. Ansar al Zawahiri: noi lo traduciamo i
sostenitori di al Zawahiri, non i partigiani di al Zawahiri: E
allora se proprio dovessimo usarla questa parola, dovremmo usarla a
proposito dei volti che vediamo andare alla morte, volti dei
condannati a morte di una resistenza all’odio, alla superbia, alla
ferocia, volti di una resistenza a volte persino inconsapevole e
sempre involontaria.
Ma se c’è una traccia di umanità in questa guerra sta nelle lacrime
di Bigley, sta nell’urlo disperato del sudcoreano, sta nella
rassegnazione impaurita dei nepalesi, sta anche nei volti che ci
sfuggono di centinaia di volontari che muoiono davanti ai centri di
reclutamento. Cosa sono questi iracheni sconosciuti, i servi di
Bush, i cosacchi dell’America? O non sono invece i segni muti di
una disperata richiesta d’aiuto, di una caparbia voglia di
normalità?
Sono volti che il nostro paese di dietrologi farebbe bene a guardare
in faccia, davanti, per capire dove sta il nazismo e dove la
resistenza, e ricordarlo, e cercare di non perdere la bussola. E non
perdere una guerra che è anche una guerra di valori, che potremo
anche non combattere, ma che possiamo perdere comunque.
Ecco la musica che penetra nelle orecchie come una nenia del terrore
i simboli di “monoteismo e guerra santa” (Capuozzo si
riferisce alla colonna sonora e al logo che accompagnano i video dei
terroristi, e comincia a commentare le immagini delle esecuzioni,
ndr). Eccola la tuta arancione di Nicholas Berg e quella sua
dichiarazione di generalità che è l’aggrapparsi a tutto quello che
resta, alla sola umanità possibile: mia madre si chiama Susanna, mio
padre Michael, i miei due fratelli Sarah e David.
Eccolo il proclama: Abu Ghraib e Pakistan, e la condanna a morte.
Eccole le urla del sudcoreano, “voglio vivere”, faceva l’interprete,
“castigheremo le spie, per voi c’è solo la morte” dicono. L’orologio
segna le 8,15 del mattino. Alle 8,22 il boia estrae il coltello.
Eccolo l’ostaggio turco: “Vogliamo bene ai musulmani di tutto il
mondo – dicono – ma voi insistete a lavorare con gli occupatori.
Vi abbiamo risparmiato altre volte, adesso non più”. Gli danno una
pacca sulla spalla, nella regia che lo avverte che adesso è il suo
turno nelle ultime parole. E applicano il giudizio di dio sul
camionista turco. Eccolo il bulgaro. “Taglieremo la testa a lui e
aspetteremo ventiquattro ore per darvi il tempo di abbandonare
l’Iraq, altrimenti taglieremo la testa anche al secondo”.
Sentitelo il respiro affannoso del boia. Ventiquattro ore dopo il
secondo bulgaro. Ecco l’egiziano accusato di essere una spia. Ed
ecco i nepalesi venuti da un paese che non conta nulla sulla scena
dei poteri del mondo, venuti a guadagnarsi due soldi. Ed eccolo il
centro di accoglienza dell’orrore.
La fatica della decapitazione spetterà a un solo boia. Per gli altri
un colpo alla nuca. Eccoli i campi del silenzio che continuiamo a
ignorare, che non illuminano veglie di preghiera, che non indignano,
che non fanno appendere ai balconi del nostro paese lontano nessuna
bandiera, che non trovano rivolta, rabbia, che scivolano
distrattamente: uomini uccisi due volte. Sono questi i campi
dell’orrore di questo nuovo secolo, campi su cui nessuno appoggia un
fiore, né margherite né crisantemi, campi che non meritano fosse
comuni.
Possiamo vergognarci per Abu Ghraib e
Guantanamo, sono le case dei nostri sbagli, delle nostre
debolezze. Ma questa è la casa dell’orrore e questo è il cd che
raccoglie il meglio dell’orrore. E lo guardiamo con pensiero grato e
fiero rivolto a Fabrizio Quattrocchi, che vi si
sottrasse con uno scatto d’orgoglio. Adesso sappiamo perché non lo
hanno fatto vedere.
E forse possiamo pensare che anche Enzo Baldoni, alla
fine, si è guadagnato con un gesto o una parola, o un sorriso o
qualcosa che non sappiamo, il diritto a non entrare nel manifesto
della morte su uomini indeboliti e persi come lo saremmo noi. Noi
non vogliamo incitare all’odio, odiamo l’odio. Noi vogliamo che non
si chiudano gli occhi, che non si parta dalle idee per spiegare il
mondo, ma dai fatti per crearsi delle idee.
E vogliamo che la voglia di pace, di tolleranza, di rispetto, di
quieta diversità, si armi della conoscenza non delle illusioni, o
peggio, dell’inganno. Perché non succeda, in questa Vermicino di
tanti anni dopo, che i riflettori accesi sul pozzo illividiscano
all’alba, lasciandoci amari, sorpresi, inermi, mentre le anime
belle, sul campo sparso di caduti, spiegheranno ancora una volta di
chi è la colpa. Invariabilmente nostra.
Tony Capuozzo
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