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Ottobre 2004
di Tony Capuozzo -
Questo
servizio è andato in onda a CAN5 nell’edizione del settimanale
“Terra” di sabato 2 ottobre 2004,
dopo la liberazione di
Simona Pari e Simona Torretta
- L'originale
è pubblicato su
TG5 -Terra
Il
ritorno a casa, a volte, è un sollievo amaro.
No, non per quello che dichiarano le due Simona. Su questo
bisognerebbe essere chiari: hanno il diritto di dire quello che
vogliono, ed è persino piacevole sapere che sono tornate a essere
quelle di prima, che il sequestro non le ha piegate, non ha cambiato
il loro modo di vedere il mondo, o che sono riuscite a sfuggire ai
fantasmi aggrappandosi alle vecchie abitudini, come per un riflesso
automatico: sono sempre io, le stesse di sempre.
Non è questione di gratitudine, o di quel mediocre senso
dell’opportunità che spinge persino gli eroi della partita, la
domenica, a dire che il merito è di tutta la squadra, a ringraziare
il mister e l’assist, e l’importanza del risultato.
No, dobbiamo essere contenti che siano così, di nuovo, e ripetere,
aggiustandola all’occasione, la vecchia frase: non sono d’accordo
con quello che dici, ma mi batterò fino in fondo perché tu abbia il
diritto di dirlo.
A volte, quando parliamo, parliamo di cose diverse: il loro islam
non è il nostro islam, la loro resistenza non è la nostra
resistenza, la loro occupazione americana non è la nostra
occupazione americana, e perfino le loro donne e i loro bambini non
sono le nostre stesse donne e i nostri stessi bambini: quando noi
sentiamo la parola islam ci scappa di pensare a una sacralità della
vita individuale che in quel gorgo di passioni si è persa e sarebbe
sleale nei loro confronti non ricordarglielo, non imputargli le loro
sviste, non pretendere che si assumano le proprie responsabilità,
che riscattino se stessi e il loro mondo.
Quando loro parlano di resistenza,
noi abbiamo in mente Kenneth Bigley in gabbia.
Quando loro parlano di occupazione americana noi
abbiamo in mente che quel paese va aiutato a farcela da solo, e se
gli americani andassero via sarebbe un macello peggiore.
Quando loro parlano di donne, noi abbiamo in mente
l’umiliazione della donna come un segnale, a tutti, dell’umiliazione
dei diritti, delle diversità, della dignità.
Quando loro parlano di bambini,
noi abbiamo in mente le caramelle e le autobombe.
Ma non è a loro che dobbiamo chiedere di essere normali, o speciali,
o rimproverare a loro l’affetto e la pena che abbiamo provato per
loro, chiedendole di continuare a essere chissà che cosa.
Sono state, per poco più di venti giorni, due figlie d’Italia, e ai
figli si finisce per perdonare tutto, e non si può chiedere loro di
assomigliarci troppo: alla fine, vanno sempre per la loro strada, e
dobbiamo voler loro bene per quello che sono, non per quello che
vorremmo che fossero.
Sono altri, quelli che sbagliano. Sono altri, che sotto i faretti
delle telecamere rivelano smagliature etiche che si sciolgono come
un trucco precario.
La loro organizzazione, ad esempio
Non erano campioni di libertà prima. Avevano ingoiato senza
fastidio, e con una buona dose di relativismo morale, tutti gli
orrori del regime di Saddam Hussein.
Passavano davanti ad Abu Ghraib e guardavano dall’altra parte.
Vedevano gli sfarzi della corte e i miserabili tornaconti dei
funzionari internazionali, eppure era solo contro l’embargo che
puntavano il dito.
Scendevano i gradini di un abisso morale, tacendo, e salivano quelli
della nomenclatura: distribuivano visti, e mettevano a tacere la
propria coscienza scavando un pozzo per la povera gente, facendo un
doposcuola, portando medicine: più o meno, come aprire un pronto
soccorso in un lager nazista, infermieri buoni e ciechi e sordomuti.
Un patto sordido, su cui l’informazione italiana stendeva un velo,
in cambio di visti, o con il solo ammiccamento di un sentire comune:
l’odio per l’America, più forte di quello per Saddam, piccolo
Saladino delle resistenze.
E come si fa, quando il tuo passato è questo a dire, che so: hanno
tirato dei colpi di mortaio contro la nostra sede, facciamo tornare
a casa le ragazze. Era solo un incidente di percorso, via.
E nel concordato amichevole ci sta tutto: dire che le ong restano in
Iraq, armiamoci e partite.
Dire che il sequestro è anomalo, vuoi vedere che c’è lo zampino
dell’America, un compagno resistente non può averlo fatto.
Dire molte cose, ma dette tutte da Roma, lascia che in Iraq ci vada
Scelli, e ci restino i ventiquattro della Croce rossa, che non è una
organizzazione non governativa, che non è un piccolo partito
mascherato di bontà, che non ha ideologie, e solo tante piccole
competenze professionali, e buona volontà di gente comune, medici
napoletani e analisti milanesi, che votano ognuno per conto loro, e
non fanno manifestazioni, o le fanno come singoli, gente senza
striscioni e con una sola, banale bandiera, un tricolore così, solo
per dire siamo italiani.
E’ normale, allora, che alla fine della constatazione amichevole
scappi detto, nell’ora della gloria: “Sono libere, adesso
torni a casa il contingente italiano”.
Non una parola per gli altri ostaggi, non una parola per il
ricordo di Nassiriyah, non una parola per Fabrizio Quattrocchi, non
una parola per Enzo Baldoni, non una parola per chi resta in gabbia.
C’è da aver paura di gente che vuole
fare il bene e nutre così tanti rancori, e tutta l’umanità di cui
sono capaci è di tornare alle parole d’ordine, alla politica, alla
trincea.
C’è da capire che quegli occhi socchiusi:
sulle tragedie dei curdi uccisi con i gas,
sull’inferno delle prigioni, sui fedayn di Saddam che
allora impararono a usare il coltello sul collo della gente,
sui massacri degli sciiti,
quegli occhi hanno imparato a guardare altrove come
un mestiere.
Non vogliamo fare grandi discorsi, e le storie lievi a volte sono
meglio.
C’è un bambino che a scuola, nelle scuole di Saddam raccontò una
barzelletta: l’aveva sentita da altri, da qualche adulto.
Dunque Saddam decide di liberalizzare i visti di uscita dal paese, e
subito si crea una grande coda. Allora Saddam dice, ci vado anch’io,
voglio anch’io il mio visto. Arriva, e tutti se ne vanno.
Ma perché, chiede Saddam.
Se vai via tu, allora possiamo restare noi, dicono tutti.
Non fa molto ridere, ma ha riso una sola volta il bambino che la
raccontò: è scomparso per sempre, e i missionari armati di bandiere
non hanno avuto modo di aiutarlo.
Insomma, prima dei misteri dei venti giorni del sequestro, c’è il
mistero di dieci anni di relativismo morale.
Appunto, il sequestro. Che purtroppo non era opera della Cia, né di
comodi criminali comuni. Ma della resistenza.
Una resistenza sospettosa e pronta al colpo alla nuca.
Ma se tu li convinci, e se non ti sfiorano, e se ti chiedono perfino
perdono, e ti assolvono, ecco che perfino il ghigno del terrore, del
sequestro delle libertà, diventa un sorriso.
E i fantasmi di Quattrocchi e di Baldoni, e degli americani che non
destano pietà sono ombre sullo sfondo:
qualcosa che assomiglia alla devozione perduta di quei comunisti che
finivano davanti ai plotoni di Stalin, e benedicevano il comunismo,
e l’abiezione dell’ideologia li portavano qualche volta a confessare
colpe non commesse, a fare nomi di compagni di sventura, a morire
come si accetta un castigo meritato;
chi
non lo faceva impazziva, e il regime esigeva le confessioni non per
dare una morte che sarebbe venuta comunque, ma per dominare i cuori
e le anime, prima che i corpi.
Volevano ucciderle, un fuoco
amico perché le spie vanno uccise.
I camionisti turchi,
gente che non va all’estero per salvare il mondo ma per dare da
mangiare a una famiglia, gente senza faretti di telecamere e che
per bandiera hanno pance da autisti e pantaloni sporchi di diesel,
sono stati uccisi nel numero di trenta, finora, senza constatazione
amichevole: e senza pietà, non hanno regalato loro neanche una
paginetta del Corano, né dolci, né scuse.
Ma quelli sono altri incidenti, che non fanno statistica, o forse
collaboravano con l’occupazione, anche la pietà ha i suoi confini.
I sequestratori non volevano soldi, volevano giustizia, a modo loro.
E siccome gli sfuggiva che l’argomento riscatto è un dolcetto per le
polemiche italiane, si sono arrabbiati con i mediatori, quando la
storia è saltata fuori, sospettando un’avidità che stonava con la
severità del loro tribunale da inquisizione, con la loro feroce
purezza, chiedono scusa anche se solo ti sfiorano una gamba.
Tant’è che hanno gestito a modo loro la liberazione, firmandola con
la consegna di una pistola, perché i mediatori hanno portafogli, non
pistole.
Portafogli vuoti, perché la resistenza non si vende, e pistole
scariche, perché si uccidono solo le spie, o solo gli ostaggi
cattivi, o solo nepalesi e turchi, che non commuovono neanche il
cappellano del quartiere.
I segreti non sono nel sequestro, che è perfino una storia piccola,
con qualche casualità, e troppi padri nella vittoria, quando la
sconfitta di Baldoni non ebbe neppure una madre.
I segreti stanno dopo, in quel mondo che appare semplice, allo
sguardo abbagliato di chi solleva il velo, ma anche allo sguardo
storto di chi il velo non lo ha mai messo, tocca sempre agli altri,
o alle altre.
Il segreto è una parola d’ordine, una giaculatoria di appartenenza,
come quelle frasi che sono il cemento delle sette, americane oppure
orientali, qui non importa.
Dice
la formuletta: terrorismo no, resistenza sì.
Nel
bollettino di guerra forse vuol dire:
autobomba contro il convoglio americano, ok, il
prezzo è giusto,
autobomba contro le reclute in fila,
insomma vediamo,
autobomba contro i bambini e le caramelle, errore,
forse succede,
sequestro di Quattrocchi, bè se l’erano cercata,
sequestro di civili: se sei innocente ti liberano,
certo il sequestro di civili non va.
Ora se uno pensa che i terroristi siano quattro gatti, o Zarqawi e
altri tre, si sbaglia.
Il terrore gode simpatie, in Iraq. Appoggi, complicità. Il
terrorismo paga, funziona, vince le sue battaglie.
Tu uccidi gli interpreti, e io mi guardo bene dal fare
l’interprete.
Un solo esempio storico, per i più giovani, tanto per capire come
il terrorismo funzioni, e come diventi una maledizione, se lo
abbracci come una tattica usa e getta, e invece torna fuori perché
il terrorismo è una metastasi che corrompe anche le ragioni
comprensibili, che si ribella a essere un mezzo, che diventa un
fine, e fine a se stesso.
Come credete voi che
Arafat sia arrivato al Nobel per la pace?
I
palestinesi, dimenticati dal mondo, scelsero il terrorismo, quando
voi non eravate neanche nati.
Uccisero atleti alle olimpiadi, dirottarono aerei, uno dopo
l’altro. E imposero il loro problema, vero e reale, al mondo.
Diventarono qualcos’altro: un popolo in esilio a casa
sua, una causa rispettabile, palchi e sedie ai convegni, e una
rivolta, ragazzino con le pietre contro i blindati, che suscitava la
tenerezza che si prova per i ragazzi della via Pal – ma anche quello
è un libro d’altri tempi.
E dunque,
Nobel e kefiah.
Poi
è tornato fuori, il terrorismo, come un fiume carsico, a dannare e
sporcare le ragioni dei palestinesi, perché le condanne del sangue
nei bar dei ragazzi, nelle discoteche di Israele, erano condanne di
opportunità, e relative: e i nostri bambini, e i nostri profughi, e
l’occupazione?
Se uno pensa che le radici del terrorismo siano solo nelle cause,
nella povertà o nell’assenza di diritti, e che questo in qualche
modo lo legittimi, salvo incidenti di percorso disdicevoli, allora
uno ha il velo davanti agli occhi.
Perché non si rende conto che una volta che hai sacrificato al fine,
nobile e bello, ogni mezzo possibile, hai venduto l’anima, sei
perso.
Se hai
ucciso un camionista qualunque oggi, quale mondo migliore costruirai
domani?
Se fai strage di ragazzini con la mano tesa alle caramelle,
che scuole farai nel mondo migliore?
Allora
accettare la distinzione tra terrorismo e resistenza è un
suicidio: la resistenza che accetta il terrorismo è morta, o
assassina, che fa lo stesso.
Ma
se si chiudono gli occhi sulle barbarie di Saddam, si possono anche
chiudere gli occhi su altre barbarie, e rifugiarsi nelle certezze
sgranate come un rosario.
Ma voi, voi che non
avete bisogno di eroi e di eroine, voi che non smaniate per fare del
bene, né per andare in Iraq, voi che vi augurate sì che i vostri
coetanei di Nassiriyah tornino tutti, dal primo all’ultimo a casa,
ma con la soddisfazione di un lavoro compiuto, non con la vergogna
di essere stati complici di chissà cosa, voi provate a immaginare,
come se fosse un videoclip, come se fosse una pubblicità, che in una
piazza di Baghdad, in un tempo futuro che sa di passato, provate a
immaginare un vecchio uomo che parla alla folla, iracheni qualunque,
che dice che ognuno ha diritto a pensarla a modo suo, e ci si può
contare nel voto, e le elezioni sono un modo leale di dirimere le
questioni, e di rispettarsi l’un l’altro, chi ama il velo e chi se
ne infastidisce, e d’altronde, che altro si può fare, non c’è
un’altra scelta.
- Sì,
è un’immagine scippata o sequestrata alla pubblicità, sempre meglio
che appropriarsi della parola resistenza per mettere una medaglia al
petto dei nazisti dei giorni nostri:
Dio è con noi, gli
ebrei e i capitalisti di Wall Street governano il mondo.
La purezza del velo e i versetti del Corano valgono adesso come gli
occhi azzurri e i capelli biondi.
Tony Capuozzo
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