RECENSIONE-RIASSUNTO: LA CHIUSURA DELLA MENTE MUSULMANA (I° parte)
Written on 16/09/11 at 12:08:18 GMT by pvmantel
Islam nel mondo LA CHIUSURA DELLA MENTE MUSULMANA
(The Closing of the Muslim Mind) di Robert Reilly

Recensione-Riassunto di Paolo Mantellini (I° parte)


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PRESENTAZIONE

Dopo aver letto "THE CLOSING OF THE MUSLIM MIND (La chiusura della mente musulmana)" di Robert Reilly, di cui avevo pubblicato nel Gennaio scorso la traduzione di una interessante intervista, ho ritenuto utile preparare, più che una recensione, un breve riassunto, per illustrare gli argomenti esposti nel libro anche a chi non conosce l'inglese e non lo può leggere.

Il libro di Reilly descrive la feroce lotta teologica (e non solo) avvenuta all'inizio della storia islamica tra razionalisti e tradizionalisti, conclusasi  nel XII secolo con la totale disfatta dei razionalisti, il rogo dei libri di Averroè nella piazza di Cordova e la chiusura delle porte dell'Ijtihad.

La vittoria dei tradizionalisti della scuola Asharita, resa definitiva e irreversibile da al-Ghazali, fu una tragedia per il mondo islamico che, contrariamente all'Europa, rifiutò, con la filosofia greca, anche il principio di causalità, abbandonando la razionalità e compiendo quello che Fazl-ur Rahman, uno dei massimi pensatori musulmani contemporanei, ha definito "un suicidio dell'intelletto".

Il suicidio culturale dell'islàm, dovuto alla sua de-ellenizzazione e all'abbandono della ragione, è alla radice della sua crisi attuale e della sua incapacità di gestirla e superarla: l'islàm non ha i mezzi culturali per comprenderla e risolverla e ricorre a violenza e terrorismo.

Che fare? Il libro conclude con un auspicio: la speranza che gli intellettuali musulmani riescano a riscoprire la razionalità, riprendendo il cammino culturale interrotto da oltre dieci secoli. Questo miracolo non può essere compiuto da altri se non dagli stessi musulmani. Se riusciranno a compierlo, la convivenza pacifica tra Occidente e Oriente sarà assicurata. Ma se falliranno, la catastrofe travolgerà tutti.

Riuscirà l'islàm a rivalutare la ragione?



ROBERT R. REILLY, Senior Fellow, American Foreign  Policy Council. Già Direttore di  "the Voice of America"
(CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)


INTRODUZIONE
Il suicidio dell'intelletto


E' corretto dire che la mente musulmana è chiusa?
Purtroppo si, perché, dopo averla incontrata, ha rinunciato alla filosofia greca (la de-ellenizzazione dell'islàm) e questa rinuncia ha provocato  la distruzione della relazione "causa-effetto", realizzando quello che l'intellettuale musulmano del ventesimo secolo, Fazl-ur Rahman, definisce "suicidio intellettuale".
L'autore non si interroga tanto sul "cosa" è andato storto (parafrasando il titolo di un celebre saggio di Bernard Lewis), ma sul "perché" è andato storto.
Mentre la definizione Cristiana di Dio è basata su "Giustizia e Ragione" quella musulmana, dopo una feroce lotta tra razionalisti e tradizionalisti si cristallizzò in una visione di Dio esclusivamente come "Volontà e Potere".
Questa concezione di Dio sostenuta dalla scuola Asharita, tradizionalista, eliminò ogni concezione alternativa, in particolare facendo completamente scomparire la scuola razionalista mu'tazilita, e imponendo il dogma della irrazionalità del creato, della incapacità della ragione di conoscere la realtà, della inesistenza del libero arbitrio, sostenendo la assoluta predestinazione di ogni azione umana.
In sintesi, per gli Ashariti, la ragione è incapace di raggiungere la conoscenza, ma se pure lo fosse non c'è nulla da conoscere, perché la realtà è inconoscibile.



CAPITOLO 1
L'inizio: L'islàm scopre il pensiero greco


La comunità islamica plasmata da Maometto e lanciata in una guerra totale di conquista degli infedeli, ebbe un imprevedibile e assoluto successo. Una minoranza di predoni Arabi si trovò di colpo padrona di numerosi popoli dotati di una civiltà molto più avanzata dei loro conquistatori. L'esposizione alla cultura dei popoli conquistati interessò i musulmani, affascinati dalle competenze scientifiche e tecniche che i loro nuovi sudditi mettevano a loro disposizione. L'attenzione prevalente fu riposta sulle scienze che potevano avere un risvolto utilitaristico, la medicina, l'agricoltura, la matematica, ma, col passar del tempo si scoprirono la filosofia e la teologia. A questo riguardo fu molto importante l'apporto dato dai chi, tra gli sconfitti, si convertì all'islàm, arricchendolo della cultura di provenienza.

Dopo questo arricchimento culturale, si cominciò ad interrogarsi sulla fede islamica, utilizzando gli stessi strumenti logici utilizzati dai popoli conquistati, in particolare le nozioni filosofiche derivate dalla cultura classica. Subito iniziò una contesa tra chi sosteneva il libero arbitrio, i "qadariti" (da qadr, potere) e chi lo negava, i "jabariti" (da jabr, predestinazione). Sia gli uni che gli altri sostenevano la propria posizione con citazioni scritturali (Corano e ahadith), Tuttavia la questione non era esclusivamente teologica, anche il potere politico intervenne nella diatriba, utilizzando ora una scuola ora l'altra a sostegno della legittimità del proprio potere. Nel VIII secolo i Califfi Omayyadi sostennero la scuola jabarita e la predestinazione per giustificare i loro misfatti, imputandone la responsabilità al fatto che erano stati stabiliti da Dio.

Gli Abbasidi appoggiarono la scuola qadarita, in opposizione alla precedente, in modo che, sostenendo il libero arbitrio, potevano legittimare il rovesciamento degli Omayyadi e la loro presa del potere. Sotto gli Abbasidi la scuola qadarita si sviluppò e diede origine alla scuola razionalista più celebre dell'islàm, la scuola mu'tazilita (مُعتَزِلة) che, per giustificare il libero arbitrio dell'uomo, sosteneva l'importanza della ragione ('aql), come mezzo per conoscere la realtà e interpretare la rivelazione.

La reazione dei tradizionalisti non si fece attendere: negando la possibilità che la ragione umana potesse scoprire la verità (cosa che avrebbe reso inutile la rivelazione), sostenevano che l'unico modo per raggiungere la verità era tramite la rivelazione e la fede tradizionale (naql) derivata dal Profeta e dai suoi compagni. Appartenevano a questa scuola i raccoglitori delle tradizioni del Profeta, gli "ahadith" (singolare: hadith) e i fondatori delle scuole di Fiqh, la Giurisprudenza islamica.

I mu'taziliti sostenevano invece il primato della ragione rispetto all'accettazione acritica e letterale del testo rivelato. Il testo rivelato doveva essere interpretato razionalmente, usando l'interpretazione allegorica per spiegare le discrepanze, contrariamente ai tradizionalisti che sostenevano l'obbedienza assoluta alla lettera della rivelazione senza chiedersi il come e senza allegorie (bila khaifa wala tashbih). Per i mu'taziliti anche la morale dipendeva dalla ragione, che consentiva all'uomo di distinguere tra bene e male e di scegliere il bene. Da qui l'ammissione del libero arbitrio: senza libero arbitrio non è concepibile un comportamento morale o amorale. Ogni comportamento sarebbe, infatti, moralmente neutro.

Se l'uomo doveva scegliere il bene significava che anche Dio doveva essere buono e giusto e quindi non poteva fare il male e commettere ingiustizie, anche se questo era negato dai tradizionalisti come attentato alla onnipotenza divina. La bontà e la giustizia di Dio scatenarono una polemica metafisica sugli attributi di Dio (i 99 nomi): erano parte della natura di Dio o a lui estranei? In altre parole l'attributo "il giusto" significava che la giustizia era una caratteristica della natura divina, per cui Dio non poteva agire ingiustamente, o era una caratteristica esterna, posseduta da Dio che la poteva utilizzare se e quando voleva, ma la poteva pure trascurare e utilizzare magari la "vendetta", dato che uno degli attributi era anche "il vendicatore"; quindi Dio era assolutamente libero di agire secondo giustizia, o secondo vendetta, o secondo misericordia o non agire affatto. Le risposte delle due scuole erano quindi del tutto opposte e se i mu'taziliti spiegavano le loro interpretazioni con la logica della ragione, i tradizionalisti invece sostenevano che la verità è quanto rivelato dal Corano e, se qualcosa non si capisce, significa che non si può capire. Solo Allah lo sa.

Tutta questa diatriba si polarizzò sulla questione della natura del Corano. Per i tradizionalisti il Corano era non-creato, coeterno con Dio, mentre tutto il resto, inclusi gli uomini e le loro azioni, era creato direttamente da Dio; discutere su questi problemi e seminare dubbi era eresia. Per i mu'taziliti invece il Corano doveva essere stato creato da Dio nel tempo per due motivi fondamentali.
Primo: se il Corano non era stato creato ed esisteva fin dall'eternità, si metteva a rischio l'unità di Dio e il monoteismo.
Secondo: se il Corano esisteva fin dall'eternità significa che tutte le azioni e gli avvenimenti a cui si riferisce sono stati predeterminati fin dall'eternità e questo distrugge la libertà e il libero arbitrio e quindi il merito e il demerito, requisiti che conducono rispettivamente al paradiso e all'inferno.

La scuola mu'tazilita ebbe un notevole successo fino alla metà del IX secolo durante il primo periodo del califfato Abbaside, raggiungendo il suo apice durante il regno di Al-Ma'mun (813-833), appassionato di filosofia e realizzatore della "casa della saggezza" (bait al hikma). Durante il suo regno tutti i giudici dovevano appartenere alla scuola mu'tazilita e giurare che il Corano era creato. In proposito era stata organizzata una specie di inquisizione, la "mihna", incaricata di accertare le reali convinzioni delle persone. I sostenitori del Corano non-creato venivano giustiziati o incarcerati fino a quando non ritrattavano.



CAPITOLO 2
Il rovesciamento dei mu'taziliti: la chiusura comincia


Con il Califfo Jafar al Mutawakkil (847-861), l'atmosfera cambiò radicalmente. La mihna e la casa della saggezza furono chiuse, i mu'taziliti furono posti fuori legge, i loro libri bruciati, il Califfato abbracciava ufficialmente la teoria teologica del Corano increato.

Pur di fronte ad una disfatta così totale, il mu'tazilismo non scomparve completamente. Anche se notevolmente ridimensionato, si mantenne ancora per qualche tempo, producendo figure di spicco come al-Farabi, Avicenna e Averroè, per estinguersi totalmente nel XII secolo sotto i colpi della scuola Asharita e dopo la definitiva stroncatura inferta da al-Ghazali.

I tradizionalisti si preoccuparono di trarre dalla rivelazione (Corano e Sunna) un dettagliato codice di comportamento per i credenti, consono a quanto stabilito dalla rivelazione. Avendo del tutto abbandonato l'analisi razionale dei testi, avendo negato l'utilità della ragione e avendo negato il libero arbitrio e quindi la capacità di valutare e scegliere il comportamento da adottare, non rimaneva che trarre dalla rivelazione il giusto codice di comportamento per ogni azione della vita. Nacque la shari'a, derivata dagli insegnamenti di 4 scuole classiche di giurisprudenza islamica.

Nel XII secolo si decise che ormai tutto lo "sforzo interpretativo" della rivelazione (Ijtihad) era stato compiuto dai 4 grandi caposcuola e dai loro allievi e che quindi tutto era stato correttamente identificato e valutato e che d'ora in avanti nessuno era autorizzato a uno sforzo interpretativo personale, ma ci si doveva limitare ad una analisi di quanto già stabilito e ad una valutazione per analogia (taqlid) ad imitazione di quanto stabilito dai maestri.  Ogni innovazione (bida'a) doveva essere considerata eresia. Con queste decisioni stabilite dal consenso (Ijma'a) degli ulema, le porte dell'ijtihad furono definitivamente chiuse.

La scuola che determinò la sconfitta e la sparizione dei razionalisti fu la scuola Asharita, fondata da Hasan al Ashari, un mu'tazilita che, a 40 anni si pentì e cambiò idea, diventando il caposcuola dei più acerrimi nemici dei razionalisti. Partendo dal principio del primato della Volontà di Dio, arrivò a negarne la razionalità. Dato che la volontà dii Dio è assoluta, nulla la può limitare, neppure la ragione. Se Dio è pura volontà, tanto da non essere sottoposto neppure alla ragione, quindi non essendo razionale, non può neppure essere conosciuto. Dio è inconoscibile anche perché la sua trascendenza è assoluta, la distanza tra Dio e le sue creature è incolmabile. L'uomo non è immagine di Dio, ma solo creatura. Non lo può conoscere, quindi la rivelazione non è Dio che si rivela all'uomo, ma il Corano rivela esclusivamente le regole che l'uomo deve seguire.

Compare qui una insanabile differenza tra islàm e Cristianesimo.  Anche se nel Cristianesimo ci sono state tentazioni di "Volontarismo" in merito all'onnipotenza di Dio, furono sempre sconfitte da riferimenti scritturali, in particolare il Vangelo di Giovanni, che ci rivela il Logos, la Parola di Dio. Il Logos non è la volontà, ma la Ragione, è tramite il Logos che tutto è stato creato, ed è perché il Logos è Ragione e l'uomo è razionale che l'uomo è stato creato ad immagine e somiglianza di Dio, è perché è stato creato dal Logos che il mondo è razionale e quindi può essere conosciuto. Non solo, il Logos è coesistente e coeterno con Dio, ma essendo Ragione, anche Dio è Ragione e non può agire in modo contrario alla sua natura. Agendo in modo razionale deve agire anche in modo giusto. In sintesi il Dio Cristiano è Ragione e Giustizia. La scuola Asharita invece è giunta ad affermare che Dio è Volontà e Potenza, negando quindi Razionalità e Giustizia che ne avrebbero limitato la Volontà e l'Onnipotenza.

Continua

The Closing of the Muslim Mind di Robert R. Reilly

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