UN GIORNALISTA DAL VOLTO UMANO
Scritto alle 15/01/06 alle 15:05:43 AST da Admin
Media Radio/TV  Web TelecomunicazioniDedicato a Toni Capuozzo il cui volto è diventato famigliare durante la conduzione in diretta dall’Iraq, del suo speciale Terra che è andato in onda per molto tempo su Can5 di Mediaset www.tg5.mediaset.it/terra/terra.shtml
nell'immagine, Toni Capuozzo in Iraq, ripreso fuori dall'Hotel Palestine di Lisistrata  

Desidero dedicare due parole per una persona che nella sua posizione e funzione di inviato come reporter, ha operato spesso sui “campi di battaglia” nel senso che, da proprio da “inviato speciale”, non si è mai trattenuto dal trasmettere le sue testimonianze in diretta, anche nelle situazioni più pericolose, alle quali non si è mai sottratto, finendo anchegli in una situazione molto pericolosa, che però non lo ha fatto desistere dal portare a compimento, con molto coraggio, la sua missione.
Toni Capuozzo, ha sempre raccontato i fatti con la massima obiettività e soprattutto è riuscito ad imporre a queste relazioni doti interpretative cariche di valenze di umanità, nonostante si trovasse spesso a dover sostenere una tesi che la stragrande maggioranza dei suoi “colleghi” rifiutava aprioristicamente.
Erano tanti, troppi gli inviati di giornali che sostenevano le tesi dei pacifisti e di tutte quelle frattaglie degli estremisti della sinistra che non sono mi sono mai piaciute né mi hanno mai convinto, in quanto dalla loro “bocca” e dalla loro penna usciva spesso un quadro desolante sulla valutazione del dolore e del sangue che secondo l’appartenenza politica risultava da esaltare o da disprezzare.
Toni Capuozzo, non ha mai disprezzato nessuno, ha sempre parlato con voce chiara e cadenze emotive ricche di quell’umanità che fa di lui un “buon uomo e un validissimo giornalista”.
A Toni Capuozzo, sono stati riconosciuti premi per il suo lavoro e lui da persona modesta, quale si è sempre dimostrato di essere non se ne è mai fatto un vanto, al contrario sono passati quasi inosservati, ne cito due tanto per dovere di cronaca, nella speranza che questi gli siano serviti, almeno in parte, per compensarlo delle amarezze che la sua coraggiosa presa di posizione gli avrà certamente creato nell’ambito lavorativo.
 
a sinistra 2005 Premio Sodalitas Giornalismo  rappresenta un premio speciale riconosciutogli per le sue capacità e qualità umanistiche http://www.tgcom.mediaset.it/sociale/articoli/articolo242105.shtml – a destra 2004 Premio Città di Arona – riconosciutogli come "Premio alla carriera" http://premiogvoz.altervista.org/ospiti.htm
E’ per i motivi che ho spiegato sopra, che prima di postare l’ultimo pezzo che lui ha voluto dedicare a Fabrizio Quattrocchi, “eroe per caso, ma anche eroe per dignità” gli dedico un pensiero e un ringraziamento per quanto ci ha dato in questa fase difficile della storia dell’umanità.
Grazie Toni, permettimi di ringraziarti da collega e da italiana ammirata, io non posso darti premi che abbiano poco più di un valore puramente simbolico, ma posso ringraziarti dal profondo del mio cuore della mia mente.
Ancora grazie Toni!
   
Lisistrata

Il pezzo è stato preso dal sito dei Radicaliwww.radicali.it/view.php?id=49797ed era stato pubblicato suIl Fogliodel 13 gennaio 2006 a pag. 2  

Siamo un paese di tante rumorose Simone e di un solo Fabrizio di Toni Capuozzo
Voglio parlare ancora di Quattrocchi, adesso che non ne parlano più gli altri. E e a quattr’occhi, con voi: a proposito, l’avranno preso in giro, da piccolo, con quel cognome? Voglio parlarne con l’amara consapevolezza che abbiamo assistito a un altro giro di giostra, al solito gattopardesco balletto italiano. E con l’amara soddisfazione di chi constata di aver avuto ragione, e sa che Fabrizio Quattrocchi, ancora una volta, ha fottuto tutti, tranne i suoi familiari e i suoi amici.

Stavo a Baghdad, allora, e sostenni, con una certa impervia solitudine, quel che adesso accettano in tanti. Non solo il tenore di quella frase fatidica – vi mostro come muore un italiano – anche se dall’Italia ci fu chi mi telefonò per dirmi quel che in Italia sapevano tutti, e che cioè il body guard aveva sostenuto che avrebbe mostrato come muore un fascista. Ma le premesse e il significato di quella morte. Ero andato sulle loro tracce, avevo ricostruito l’incredibile serie di circostanze impacciate che aveva portato i quattro, inermi, in braccio ai loro sequestratori.

Avevo capito qualcosa dei loro contratti, e del loro giro, e mi aveva colpito l’approssimazione più che il segreto, in quel business della sicurezza, e mi aveva colpito come tutto, visto da vicino, fosse assai più confuso di quello che le risposte pronte dei miei concittadini, in Italia, avevano prontamente reso categoria: ad esempio, era o non era, una delle reclutatrici un’ex volontaria di “Un ponte per”? E non erano stati disarmati, i quattro, da un posto di blocco americano? E non si erano infilati, grazie a un autista preso all’ultimo momento, proprio in quel tratto di strada che tutti, tranne due giapponesi, sapevano essere il tratto da evitare? Avevo capito che c’erano molti dettagli da chiarire – non ultimo il sequestro, appena pochi giorni prima, di due agenti italiani, ritrovati in una moschea da un fotografo della Reuters, e poi liberati in un silenzio che copriva una brillante operazione ma certo non aiutava a mettere in guardia altri italiani, meno protetti, meno avvertiti – ma quel che avevo visto mi bastò per dire che Quattrocchi era morto come un eroe strano, come un Sordi o un Gasman della Grande guerra, pur non essendo stato pavido in vita – ma in fondo era lì per guadagnare di che comprarsi la casa, e sposarsi: molto italiano – come uno che sul punto di morire, sa come morire. Avvertivo che questo, fuori dal film, era poco italiano: io sarei morto come l’ingegnere inglese, urlando di non voler morire. Giuliana Sgrena, in video, fu molto più italiana. Le due Simone, liberate furono italianissime. Passato inosservato, per via del contemporaneo rapimento nello Yemen, è stato molto italiano il giornalista pacifista romano: sono un eroe per caso, è colpa degli israeliani. Avvertivo che in quel “fascista” stava non solo lo sfregio, ma anche la considerazione: se si è comportato così non può che essere un fascista, un camerata della Decima reincarnato, un Di Canio che ha smesso di giocare, e fa sul serio. Apposta scrissi che Quattrocchi era l’unico resistente, e la sua morte sapeva delle ultime lettere dei condannati a morte della Resistenza europea.

No, non facciamoci beffe di Quattrocchi, non facciamocene scudo, non mettiamoci in riga dietro di lui: noi siamo cresciuti – quelli della mia generazione – a Maroncelli e Silvio Pellico, Naziario Sauro e Cesare Battisti. Poi siamo passati a Che Guevara e Sacco e Vanzetti. Nei migliori dei casi abbiamo ripiegato su Sordi e Gassman, antieroi qualunque, o sul capitano Corelli, e Nelson Mandela. Per il resto, resta Che Guevara, e gli si può aggiungere, con la malinconia di una giornata in cui tutti andarono incontro a un destino inevitabile, Carlo Giuliani.

Ma Quattrocchi no, ha fatto vedere come muore uno degli italiani, non un italiano campione – simbolico e statistico – dei suoi connazionali. Noi italiani non sappiamo neppure bene cosa siamo, tanto che se dovessimo fare, come fanno gli americani quando riconoscono un nuovo cittadino, una cerimonia semplice in cui si giura qualcosa e si consegna una bandiera, avremmo imbarazzo a far giurare sulla Costituzione e un qualche riserbo a maneggiare un tricolore ripiegato. Era un italiano, Quattrocchi, quasi normale, mezzo meridionale e mezzo no, mezzo innamorato dell’avventura e mezzo della famiglia, mezzo professionista e mezzo arruffone. E’ lui il più incazzato, in quelle prime immagini dei sequestrati, lui che chissà, si assegna una colpa ingiusta per aver ficcato i compagni in quel casino. Lui che sopporta male tutte quelle urla e quella prepotenza. Lui che capisce, già in auto, insistendo a domande, che lo stanno portando a morire. Lui che vuole sollevare la kefia, e guardare (d’ora in poi non potranno non sapere, i nostri ragazzi che portano al collo la benda di un condannato a morte coraggioso).

La sua morte, così poco italiana – e ho spesso provato a immaginare la morte di quell’altra povera e dimenticata vittima, Enzo Baldoni, altro strano connazionale, e mi è capitato di pensare che lui invece ha sorriso, pensando che non era vero, o che si poteva proteggersi dietro un sorriso, ma insomma il risultato è che la morte di Baldoni non è stata esibita come un trionfo – che deve aver inquietato anche Al Jazeera: perché non la mandarono in onda ? Perché mesi di mistero? Li aveva fregati, i suoi boia, Fabrizio Quattrocchi, senza nessuna iattanza, senza nessun eroismo da posteri, un uomo solo in mezzo a ombre che urlano il nome di Dio, e si capisce che il solo uomo è lui, forse è questo che non si deve vedere, neanche su Al Jazeera. Ci ha fregati anche a noi, sul filo di lana dei venti mesi trascorsi, così calmo e immobile in quegli eterni secondi. E noi a proteggerci, a parlare di vie e medaglie, tutti d’accordo e tutti ravveduti, a piantar bandiere su quella dignità che non è la nostra. Noi in rete mettiamo sì una canzone rap su come muore un italiano, ma scriviamo anche: ma ke eroe del c***o, era lì per vendere armi e poi un fascista in meno sulla faccia della terra (firmato fralle20, blog di Libero.it). Dobbiamo, adesso, augurarci che di Quattrocchi facciano una fiction? Non lo so, ma so che mi piacerebbe che il suo messaggio, così sobrio, così poco risorgimentale, così inusuale, restasse solo un messaggio scomodo, non glorificato e svuotato.

Noi siamo eroi per caso, noi quella kefia che imprigiona gli occhi di Quattrocchi la vediamo portare come una ruvida pashmina, noi siamo la regola, un paese di rumorose Simone, di poche silenziose Clementine, di un solo Fabrizio, che non per caso non è più tra noi, e ritorna, tra le nostre braccia improvvisamente aperte, come un fantasma, le braccia si stringono su niente, se ci vogliamo dire la verità. Vi e ci ha fregato ancora una volta, il Quattrocchi Fabrizio, con quella calma da giocatore di biliardo, davanti all’ultima partita.     Toni Capuozzo  

[Per dovere di cronaca pubblico un breve pezzo, sempre tratto dalla Nuova Agenzia Radicale, firmato da Silvio Pergamero    

Un gesto di riparazione di Nuova Agenzia Radicale  
http://www.quaderniradicali.it/agenzia/index.php?op=read&nid=6289
Fabrizio Quattrocchi non ha avuto le accoglienze riservate ai sequestrati dai terroristi che avevano ottenuto la liberazione; c’è da ritenere che più che la sua fede in ideali lontani nel tempo gli abbia nuociuto l’essersi trovato dalla parte “sbagliata” (cioè da quella giusta): la sua fine era un atto di accusa ai terroristi (che forse alcuni ancora continuano a chiamare resistenti o quanto meno guerriglieri), era una denuncia spietata e per converso la testimonianza di una guerra giusta, solo che era la guerra di Berlusconi e di Bush. Così un uomo che ha saputo affrontare la morte con un gesto di coraggio estremo è stato svillaneggiato come un mercenario, come un prezzolato, perché si trovava in Iraq per guadagnarsi onestamente di che vivere come guardia del corpo privata. Tutte le idee sono rispettabili, i tratti di odio no.

Gli esiti della guerra in Iraq adesso sono sotto gli occhi di tutti: in un anno gli iracheni hanno votato tre volte, con affluenza sempre maggiore, dovuta al progresso del cammino democratico del paese e alla soluzione che tanti problemi stanno ottenendo. Oggi in alcuni Comuni si parla di intitolare a Fabrizio Quattrocchi una strada e di conferire alla sua memoria un simbolo di riconoscimento: l’Italia glielo deve.     Silvio Pergameno  

Tutto questo articolo fa seguito e conclude quello che ho recentemente pubblicato, in questa pagina www.lisistrata.com/cgi-bin/tgfhydrdeswqenhgty/index.cgi?action=viewnews&id=19

Commenti ricevuti:
 
 E' vero
Scritto alle 18/01/06 alle 15:03:11 AST da teja
è un giornalista speciale, quando lo sentivo e lo vedevo in TV, mi commuovevoo, per l'umanità che riusciva a dimostrare.

W Toni Capuozzo

 Toni
Scritto alle 26/01/06 alle 18:15:37 AST da nafcto
Toni sei un mito! Altro che le Lilly con pashmina,che fanno la cronaca comodamente al sicuro e falsificando,molto spesso, anche i fatti.

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