I COMUNISTI FANNO DELL’ITALIA UN PARADISO ISLAMICO
Pubblicato il 31/12/06 alle 00:18:28 AST da Admin
GRAZIE AI COMUNISTI L’ITALIA SI STA TRASFORMANDO NEL PARADISO ISLAMICO di Adriana Bolchini Gaigher nell'immagine i sette cieli del paradiso islamico Quello a cui stiamo assistendo in moltissimi Comuni e Province d’Italia è un lento ed inesorabile smantellamento delle nostre usanze, dei nostri valori, della nostra cultura e persino della nostra religione. Sì della nostra religione, perché fino a prova contraria sono 2000 anni che la Cristianità risiede in Italia e la sua ramificazione è un diritto acquisito, l’islam al contrario è al presente frutto di immigrazione, ma contemporaneamente rappresenta un’invasione studiata e pianificata a tavolino per una questione di potere, che viene raggiunto attraverso lo sfruttamento dell’integralismo islamico e dell’ignoranza e dell’intolleranza, che ogni integralismo porta con sé. Se lo Stato Italiano è laico e non si dimentica mai nemmeno per un momento di esserlo, tant’è che alla Religione Cattolica si chiede giustamente il rispetto di tale laicità e delle leggi italiane, questo non accade con l’islam, verso cui vengono riservati privilegi, favori e corsie preferenziali, che ai cittadini italiani sono negati.
Lo Stato nelle sue rappresentanze, come le Regioni, le Provincie e i Comuni, non si possono né si debbono far carico dei problemi religiosi di questa comunità, così come non si sono mai fatti carico prima d’ora dei problemi religiosi di tutte le altre comunità che sono emigrate in Italia e che al contrario delle comunità islamiche non hanno mai avanzato pretese così arroganti, come quelle che oggi vengono avanzate, prevaricando tutti i nostri diritti. L’islam oggi non è ancora stato affrontato nello stesso modo con il quale si sono affrontati tutti i problemi delle persone emigrate qui che si presentavano semplicemente come cittadini di altre nazioni e non di una comunità mondiale religiosa.
Noi non abbiamo mai dovuto trattare con gli scintoisti, con i buddisti, con gli ebrei, con gli anglicani per concedere loro quello che va oltre i diritti di tutti i cittadini. Nessuno di loro si è visto costruire templi a spese dei soldi della comunità italiana, nessuno di loro ha preteso cambiamenti nell’insegnamento come sta accadendo ora, nessuno di loro ha cercato di incidere sui costumi e sulle abitudini delle nostre comunità, semplicemente in ragione di modi di affrontare la propria religione con diversi rituali o date e ricorrenze. Come nessuno di loro si è mai permesso di obiettare sul come e chi esercita il mestiere di medico in un ospedale e svolge la sua stimatissima professione visitando una donna, un bambino o un uomo.
Il fanatismo ideologico e religioso, che queste nuove migrazioni di masse islamiche stanno portando con sé, sconvolge e offende profondamente gli italiani, che debbono fare i conti con l’integralismo e persino il terrorismo, dal quale gran parte degli islamici presenti in Italia, non ha mai preso le giuste distanze, al contrario ha sempre guardato con un occhio benevolo le azioni più feroci operate da tutti quei gruppi terroristici ai quali Komeini e Al-Qaeda hanno fatto da apri-pista.
D’altra parte è anche vero che abbiamo ormai entro le istituzioni italiane gran parte dei terroristi nostrani, guardati un tempo con lo stesso occhio benevolo che i comunisti e i vari rifondaroli guardano oggi i terroristi islamici e che chiamavano “i compagni che sbagliano” e allora come potremmo aspettarci che i nuovi governatori dell'Italia rossa, diano la priorità alla nostra sicurezza? Ai nostri diritti? O semplicemente la diano a noi che da sempre siamo le vittime dei delinquenti e dei terroristi, se non ci hanno mai difesi nemmeno dai terroristi nostrani e se ci impediscono di difenderci dai delinquenti?
Ora però ci aspettiamo che l’opera di “paradiso by Italy” venga completata e che a fianco di ogni moschea regalata alle comunità islamiche, venga insediato un harem con le 72 vergini che spettano ad ogni musulmano devoto.
Padova paradiso per i musulmani Il Comune offre la supermoschea Il Giornale http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=144967 Una volta lo chiamavano la «sacrestia d’Italia», questo Veneto bigotto tutto casa, chiesa e Democrazia cristiana. La Dc è sparita, le chiese si spopolano e avanza l’islam. Che a Padova ha trovato un’amministrazione comunale (di centrosinistra) prodiga di regali. Una nuova moschea, gratis, nella famigerata via Anelli. Una superficie gigantesca, oltre 500 metri quadrati che fino a quattro anni fa ospitavano un supermercato, è stata trasformata in luogo di culto e socializzazione. Spese di affitto: zero. Garantisce il Comune. L’idea è stata del capogruppo diessino in consiglio comunale, Umberto Zampieri. Come a Colle Val d’Elsa, c’è sempre un amministratore pubblico di sinistra che previene le richieste delle comunità musulmane. Nella Toscana di Arnolfo di Cambio i Ds vogliono essere gli apripista del multiculturalismo. Sotto le cupole della basilica di Sant’Antonio c’è qualche problema in più, la spinta di una drammatica emergenza: quella terra di nessuno appena fuori dal centro, regno dello spaccio e della malavita d’importazione. Le sei famose palazzine di via Anelli fecero il giro del mondo quest’estate, quando fu eretto il muro antispacciatori lungo 100 metri dopo un crescendo di violenze e scontri con le forze dell’ordine. A cadenza regolare, questo ghetto invivibile si sta svuotando, il Comune sgombera proprietari e abusivi in attesa di definire il destino del complesso «Serenissima» entro l’estate, quando sarà rimasto un contenitore disabitato, il simbolo muto di un disastro. Nel frattempo bisogna trovare un alloggio agli inquilini. E una moschea ai musulmani. I quali avevano da sei anni in affitto (400 euro al mese) un locale per il culto al pianterreno del condominio, al civico 29 di via Anelli: una stanza piccola, che costringeva molti fedeli a stendere i loro tappetini all’esterno, sotto il porticato. «Dobbiamo aiutarli a trovare uno spazio idoneo, possiamo facilitarli in tutto affinché non ci siano intoppi burocratici. Possiamo trovare dei finanziamenti», spiegò il primo cittadino lo scorso agosto dopo la guerriglia tra polizia e malavita africana. In ossequio al programma elettorale che prevedeva «l’impegno per realizzare un percorso di integrazione», Zanonato ha fatto di meglio: per la moschea ha preparato una soluzione «chiavi in mano» a costo zero. In via Anelli c’è una grande superficie inutilizzata, un ex supermercato. Il proprietario, la società Itd (International Transfer Diffusion, una serigrafia di Castelfranco Veneto), ha concesso il locale in comodato gratuito al Comune, il quale l’ha «sub-concesso» sempre gratis all’associazione islamica Rahma, che con 15mila euro ha ristrutturato e messo a norma l’immobile in tempo per potervi celebrare il Ramadan. C’è stata battaglia in giunta, perché la Margherita non era d’accordo. Durante un «conclave» convocato in un agriturismo a Salboro, il sindaco ha fatto una sfuriata al suo vice Claudio Sinigaglia e all'assessore Claudio Piron. E ha messo a tacere le frange moderate. Alla fine è passata l’operazione pilotata da Daniela Ruffini (Rifondazione), assessore alla casa e all’immigrazione. Niente canone a carico del Comune, niente canone a carico del centro islamico. La delibera porta la data del 20 settembre. «Diversamente dall’affitto, un contratto di comodato si può rescindere in qualsiasi momento e dunque darà meno problemi quando dovranno lasciarlo. Potremo riprenderci lo stabile in ogni momento», dice l’assessore. Infatti la concessione del magazzino scadrà quando sarà completato lo sgombero di tutte le palazzine di via Anelli. Per quel giorno, l’associazione Rahma dovrà essersi trovata un’altra sede. «Finalmente nel nuovo locale possono venire anche le donne e i bambini», dice Malek Abderrahim, il responsabile del sodalizio. Il giorno conclusivo del Ramadan, il 23 ottobre scorso, erano oltre 500 le persone in preghiera. Il venerdì sera, per la preghiera settimanale, si rischia di restare fuori se non si arriva in orario. Sono già state avviate scuole di Corano e di lingua araba per i più piccoli: per due ore la domenica mattina, seduti sui tappeti nuovi, si studia, si prega e si gioca. In cantiere c’è poi tutta una serie di iniziative culturali e anche assistenziali. «Questa però non è una scuola coranica e io non sono un imam perché non ho una conoscenza approfondita del Corano e degli editti del Profeta», precisa Abderrahim. Comunque è lui a guidare la preghiera e indirizzare le attività dell’associazione. In città, però, galoppa lo scetticismo. La comunità islamica sarà capace di trovare un nuova moschea e attrezzarla entro l’estate, quando il complesso di via Anelli sarà raso al suolo? Davvero nessuno opporrà resistenza al momento di restituire quello che è diventato suolo consacrato ad Allah? Non ci saranno deroghe se il nuovo luogo di culto non sarà ancora pronto? E si accetterà tranquillamente di chiudere il principale luogo di ritrovo per i musulmani di Padova? «Chiunque voglia ascoltare senza pregiudizi ideologici l’umore prevalente in città, sa che a Padova sta passando un messaggio negativo e rischioso, che fomenta la diffidenza e la paura, l’esatto contrario dell’integrazione - sintetizza l’avvocato Domenico Menorello, consigliere comunale di Forza Italia -. Piaccia o no, l’apertura voluta e consentita dal Comune della moschea in via Anelli comunica due contenuti negativi: primo, che la priorità dell’amministrazione non è la sicurezza pubblica; secondo, che non c’è adeguata coscienza e difesa dell’identità occidentale».
Emilia, moschea abusiva col permesso del Comune Il Giornale http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=144729 Il cartello appeso all’interno non lascia dubbi: «Moschea di San Giovanni in Persiceto». Sotto, giorno per giorno, mese per mese, ordinatamente, in un bell’inchiostro blu, compaiono gli orari quotidiani della preghiera islamica sovrastati dalle indicazioni in arabo con relative trascrizioni in italiano. A lato un secondo cartello che non lascia dubbi, anch’esso inquadrato sotto vetro da una cornice marrone: «Regolamento per l’uso degli impianti sportivi comunali». Se ne deduce: primo, che lo stabile è del Comune; secondo, che era una palestra; terzo, che adesso è un luogo di culto. Stesi a terra sei grandi tappeti dove domina il colore turchese; appoggiato alla parete rivolta a est un piccolo pulpito con tre scalini e un leggio che sorregge un Corano dalla copertina istoriata. Lo spogliatoio è diventato il locale per le abluzioni rituali. Scarpe e ciabatte sono deposte in un angolo, perché non ci sono scaffali. Una vetrinetta chiusa a chiave custodisce registri e medaglie della sezione scherma dell’Unione Polisportiva Persicetana. Memorie del tempo che fu. Sedie pieghevoli accatastate, macchie di umidità sui muri. All’esterno, di fronte agli impianti sportivi (campo di calcio, di baseball, piscina, palestra, bocce), lungo una roggia poco fuori i bastioni che racchiudono il nucleo storico del paese, è un viavai di fedeli avvolti in tuniche e veli. Tutto abusivo, un abuso che dura da oltre due anni. La «concessione in locazione per utilizzo temporaneo alla associazione senza fini di lucro Al Hidaia» è scaduta il 15 ottobre 2004 e non è stata rinnovata. Ma l’associazione continua a utilizzare i locali, a tenere le chiavi e versare l’affitto, 120 euro mensili compresi oneri accessori e bollette. E il Comune, una giunta di sinistra guidata dal sindaco Paola Marani, continua a incassare e a non intervenire. Ogni tanto qualche promessa di destinare nuovi locali alla comunità islamica, ma nulla di più. Del resto, il responsabile della moschea vive a spese del municipio, cioè della collettività. Hamdi Hafed, 37 anni, originario di Sfax (Tunisia), moglie e quattro figli, vive in un appartamento in affitto a carico del Comune per una spesa di circa 7.000 euro annui. L’amministrazione di San Giovanni in Persiceto l’ha iscritto nell’albo dei beneficiari di contributi sociali: in questo modo Hafed riceve una serie di aiuti erogati dai servizi sociali (come buoni pasto e mensa) e gode di esenzioni dalle rette e dal trasporto scolastico (asilo ed elementari) per i figli. Una giunta straordinaria fu convocata con grande urgenza il 30 dicembre 2004 per deliberare la concessione dei benefici all’imam tunisino a partire dal 1° gennaio successivo. L’accordo per l’utilizzo della palestra-moschea era già decaduto da due mesi. Il sindaco è stato incalzato dall’opposizione, soprattutto dal capogruppo Forza Italia-Udc di San Giovanni, Elia Broccoli. La linea difensiva del primo cittadino appare però debole. Paola Marani ha negato che nella palestra cadente di via Castagnolo vi sia una moschea. Sarebbe soltanto «un luogo di ritrovo». Ma la realtà dei fatti parla chiaro. E anche le carte firmate dal sindaco o dai suoi funzionari non lasciano margini: sia nella convenzione scaduta, sia nel relativo contratto di locazione, si parla espressamente di «palestra da adibire ad attività di culto, scuola di lingua araba e cultura e tradizione musulmana» perché «le comunità musulmane necessitano di spazi idonei da destinare temporaneamente ad attività di preghiera e socializzazione». «Quello che preoccupa di più - osserva Broccoli - è che l’associazione Al Hidaya ha come obiettivi “sostenere i valori della cultura islamica senza discriminazioni e pregiudizi religiosi, razziali e politici”, ma poi accetta adesioni soltanto da privati e associazioni “appartenenti alla religione islamica”. Si attua una forma di discriminazione religiosa che rasenta l’incostituzionalità, una selezione inaccettabile che pone molti interrogativi sulla reale apertura culturale di questa associazione». La storia della moschea è emblematica. A San Giovanni in Persiceto, una quindicina di chilometri a nord di Bologna, la presenza di stranieri soprattutto nordafricani è in crescita, legata soprattutto ai lavori agricoli. Il Comune aveva concesso la palestra alla polisportiva, che però ne faceva un uso sempre più ridotto fino a utilizzarla due pomeriggi settimanali per la scherma. Così fu decisa la coabitazione fra spadaccini e seguaci di Maometto. E partì dal municipio anche il suggerimento alla comunità musulmana di fondare un’associazione, cosa che avvenne nel 2002. L’atto costitutivo fu siglato «nell’edificio comunale di via Castagnolo concesso in uso dalla associazione sportiva Upp con il consenso dell’amministrazione comunale, per alcune ore settimanali per consentire la preghiera collettiva della comunità islamica». Otto soci fondatori, due tunisini e sei marocchini; Hamdi Hafed è presidente, primo firmatario e il sodalizio ha sede provvisoria a casa sua. Il fine è «sostenere i valori della cultura islamica». Una trafila già nota: un’amministrazione di centrosinistra sollecita il consolidamento della presenza musulmana, mette a disposizione locali pubblici e chiude un occhio su situazioni poco chiare. Quando la scherma abbandonò la pedana, la palestra finì di fatto in uso esclusivo ad Al Hidaya. Nessun controllo è stato svolto sull’utilizzo dei locali. E ora che il sindaco propone soluzioni alternative, l’associazione punta i piedi: a loro quei 130 metri quadrati spogli e fuori norma vanno più che bene. Anche perché è già suolo consacrato ad Allah.
Moschee, l’invasione silenziosa: in Italia sono già più di 600 Il Giornale http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=144295 Domanda semplice: quante sono le moschee in Italia? Mistero. Lo ignora l'Ucoii, l'Unione delle comunità islamiche nata dall'organizzazione radicale dei Fratelli musulmani e protagonista delle roventi polemiche estive contro Israele, che è il gruppo cui è legato il numero maggiore di locali di preghiera nel nostro Paese. Non lo sa la Lega musulmana, dalla quale dipendono il Centro culturale islamico d'Italia e la moschea di Roma. Non filtrano dati precisi nemmeno dal ministero dell'Interno, cui pure fa capo la Consulta islamica. La stessa Consulta nega che sia affar suo. In sostanza, non se ne occupa nessuno. Niente censimenti che diano un'idea della dimensione complessiva di un fenomeno in crescita tanto silenziosa quanto costante. Altra domanda: si tace perché si ignora, oppure perché si vuole mantenere il segreto? Anche questo interrogativo è destinato a restare insoluto. Circolano soltanto voci difficili da verificare. A Colle Val d'Elsa, nell'incandescente terra di Siena dove è in costruzione una nuova, grande e contestatissima moschea, l'imam Ferras Jabareen (senza però specificare la fonte) parla di 612 associazioni islamiche con luogo di preghiera annesso. Cifra ridimensionata da Hamza Piccardo, portavoce dell'Ucoii, che ammette di conoscere 250 indirizzi, di cui 160 direttamente legati alla sua associazione: ma l'elenco dettagliato dei centri islamici (città, recapito e telefono) è stato cancellato dal sito Internet dell'Unione. Ignoranza e misteri Nel 2002, quando le cose erano un po' più trasparenti, l'Ucoii dichiarava ufficialmente 133 luoghi di culto, più altri 120 segnalati ma non verificati, più un altro centinaio di centri sorti qua e là disordinatamente, senza pianificazione. In totale, circa 350. Appena un anno prima Magdi Allam, nel libro «Islam, Italia», ne contava 214 distinti in quattro tipi: le tre moschee vere e proprie (a Roma, Catania, Segrate, con tempio e minareto); una trentina di centri culturali islamici; un'ottantina di centri islamici e un centinaio di semplici luoghi di culto. Siamo alle soglie del 2007. Se si considera l'aumento dei musulmani in Italia e il consolidarsi delle comunità, l'ipotesi di 600 moschee non solo verrebbe confermata ma potrebbe rivelarsi addirittura riduttiva. A queste vanno aggiunte le sale di preghiera delle varie confraternite musulmane come per esempio quella della muridiya, che trova adepti soprattutto tra i senegalesi e ha la capitale a Pontevico (Brescia), dove una vecchia fabbrica di biciclette è stata trasformata nel più grande luogo di culto murid d'Europa. Sul web si trovano elenchi dai quali si possono ricostruire quasi 400 riferimenti, dai circoli regolarmente costituiti fino a semplici indirizzi di posta elettronica di aspiranti imam. La maggiore concentrazione (oltre la metà) è al nord: 55 in Piemonte, 65 in Lombardia, 35 in Veneto, una decina in Friuli, oltre 20 in Liguria, una cinquantina scarsa in Emilia Romagna e una dozzina in Trentino Alto Adige. Perché al nord? «In realtà la terza comunità islamica italiana è a Napoli - dice Piccardo - ma le moschee nascono dove c'è stabilità. E la stabilità presuppone il lavoro, mentre il sud è la patria del precariato e del lavoro nero». Comunque, stando a Internet, in Campania le associazioni islamiche sono quasi una trentina. Una riproduzione rapida Dunque, la moltiplicazione delle moschee significa che l'islam, seconda religione più diffusa in Italia, si consolida di anno in anno. Secondo uno studio del ministero dell'Interno basato sui dati del dossier annuale Caritas-Migrantes, è praticata da oltre 1.200.000 persone, circa il 2,5 per cento della popolazione. Numero destinato a crescere rapidamente, visto che un bambino su 10 è straniero (addirittura 1 su 5 nelle regioni del Nord). Ma non c'è soltanto il fattore demografico: è anche aumentato il numero dei musulmani praticanti. Nel 2001 Allam sosteneva che non più del 5 per cento degli maomettani seguisse rigorosamente i precetti del Corano. Ora gli studiosi sostengono che la quota ha superato il 20 per cento. E basterebbe girare per i quartieri a forte presenza straniera per constatare quanto siano aumentati i veli. Dopo l'11 settembre 2001 i gruppi più radicali si sono rinsaldati, i fedeli più lontani sono stati «re-islamizzati» e costretti ad allontanarsi dagli influssi occidentali. Così la sempre più estesa rete di moschee, oltre a consentire le pratiche rituali di una galassia polverizzata di fedeli, serve anche a riprendere il controllo dei musulmani tiepidi, moderati o laicizzati e ad accrescere il peso delle organizzazioni come l'Ucoii. Gli statuti in fac-simile Formalmente, in mancanza di una forma di concordato, non si potrebbe parlare di moschee se non per l'edificio di Roma. Per aprire un luogo di preghiera si costituisce un centro o associazione islamica (bastano tre persone: presidente, segretario e tesoriere), registrarla in Comune o in Provincia sborsando poche decine di euro e affittare un locale. Di solito gli statuti sono basati sui modelli distribuiti dall'Ucoii. I musulmani pregano in garage, palestre, scantinati, magazzini, capannoni industriali abbandonati, stanzette concesse sui luoghi di lavoro. Nulla di paragonabile con lo splendore dei grandi templi moreschi della Spagna meridionale o di Istanbul; del resto le moschee non sono templi consacrati come le chiese cristiane e gli arredi sono ridotti al minimo: un locale per le abluzioni rituali, scaffali per le scarpe, tappeti sgargianti, un leggio che sostituisce il pulpito dell'imam, una nicchia orientata verso la Mecca. La sacralità è garantita dal semplice fatto che qualcuno si prostri in direzione della pietra nera e reciti le preghiere rituali. Imam, carriere veloci Gli imam, cioè i «dottori» coranici, vengono scelti dalle varie comunità. Nei Paesi dove l'islam è religione di stato le cose non funzionano così: è il ministero degli Affari di culto che nomina i predicatori, accerta che conoscano il Corano e la legge del Profeta, sorveglia che cosa dicono e cosa fanno. Controlli ferrei: mentre da noi le moschee raddoppiano, in Marocco l'anno scorso ne sono state chiuse 145. Soltanto l'imam della grande moschea di Roma viene designato da una delle massime autorità islamiche mondiali. Lo scorso giugno, alla morte di Mahmoud Shweita, il Grande imam egiziano dell'università di al-Azhar, Mohammed Sayyed Tantawi, ha spedito a Roma il quarantanovenne cairota Ala Eddin Mohammed Ismail el Ghobashy. Il quale ha dovuto aspettare tre mesi per prendere possesso della moschea in attesa del visto e di sistemare le questioni familiari. Per il resto, da noi si diventa imam per autocandidatura confermata dai pochi praticanti. Jabareen, per fare un esempio, fisioterapista in una clinica di Firenze e fautore di una moschea per migliaia di fedeli, è stato investito da 95 elettori. Gli imam italiani fanno i lavori più diversi: quello di Carpi (Modena), un ex giornalista pakistano, è responsabile di produzione in una azienda tessile; quello di San Giovanni in Persiceto (Bologna) vive di sussidi comunali; a Torino Bouriqui Bouchta, espulso il 6 settembre 2005, gestiva tre macellerie halal. L'imam di Casalmaggiore (Cremona), operaio in un'azienda chimica, ammette che non serve nessuna specifica preparazione teologica: «Nessun conduttore ha avuto una formazione esterna. Abbiamo imparato il Corano e gli Hadith diventando adulti nei nostri Paesi di origine. Da 1565 anni il Corano non cambia. Non possiamo certo essere noi poveracci quelli che mettono in discussione la legge islamica». Accade così che vengano eletti non i più dotti ma i più loquaci, i più intraprendenti, i più legati alle varie organizzazioni. Non ci sono controlli, e se ne lamentano gli stessi moderati che chiedono allo Stato un'intesa complessiva (cioè che riguardi anche questioni come le scuole islamiche, la macellazione rituale, le sepolture). Nessuna garanzia sull'ortodossia della predicazione, sulla precedente formazione culturale e religiosa, sulla conduzione delle attività dei centri. E tra insegnamento religioso e centrale di indottrinamento il confine è quanto mai sottile.
Tutti questi articoli sono stati scritti da Stefano Filippi potete trovare tutti i suoi articoli pubblicati su Il Giornale in questa pagina http://www.ilgiornale.it/la_aut.pic1?ID=3544
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Speriamo
Scritto alle 01/01/07 alle 11:30:43 AST da Nulla
Speriamo si sveglino prima che sia troppo tardi.
CHE SI DESTI L'ITALIA...
Scritto alle 02/01/07 alle 17:42:35 AST da kinvuli
svegliarsi??? ma per favore, i coglionisti oltre ad aver subito il lavaggio del cervello hanno anche la vista offuscata dall'odio...incomminciamo A SVEGLIARCI NOI e contrastare l'invasione islamica con il voto, sinchè siamo ancora maggioranza, ognuno di noi deve fare la propria parte, propagare il verbo di ORIANA FALLACI, della nostra signora Adriana GAIGHER e di altri... INFORMARE; INFORMARE ed ancora INFORMARE più ITALIANI possibili, del terribile pericolo che corre la nostra civiltà