Si impicca, fu stuprata sei anni fa di Giovanna Zucconi – La Stampa 12/7/2008 Ogni stupratore è sempre un assassino. Se anche la sua vittima continua a respirare, per anni o per decenni, ne avrà comunque uccisa la vitalità più intima. Lei sarà morta, pur vivendo. Dopo Federica, e in fin dei conti allo stesso modo sia pure molto più lentamente, hanno ucciso Valentina. Ieri, a Torino. Aveva ventinove anni, stava per laurearsi in psicologia. È stata una viva-morta per sei anni, da quando un gruppo di sciagurati l’ha violentata. Ieri ha deciso di diventare una morta-morta, e si è uccisa. È una storia orribilmente dolorosa, anche solo da raccontare. Dice, la storia di Federica, che non è vero che il tempo guarisce e lenisce, né che ogni ferita prima o poi si cicatrizza: guariscono appunto le ferite, non la morte, neppure quella morte travestita di segreto e di vergogna che è lo stupro. Federica è stata strangolata, Valentina si è tolta il respiro in solitudine con una corda, e il suo strangolamento è durato sei interminabili anni. Occorre forzarsi a immaginare quello che è disumano anche solo immaginare. Una catena di sofferenza che corre e correrà attraverso gli anni, le persone, le generazioni, con il tempo che la moltiplica anziché, come è comodo e pietoso credere, attutirla. C’era, dunque, una ragazza di Casale Monferrato, con un padre pittore, una mamma, una sorella minore, un futuro normale. Sei anni fa, a Milano, lo stupro ad opera di quello che è fin troppo clemente chiamare «branco». Costringiamoci, per una volta, a figurarci di quei momenti il suo terrore, il dolore: a sentirlo nel nostro, di corpo, per quanto (troppo poco) sia possibile provare a condividere l’esperienza di un’altra persona. Intorno a Valentina scatta la rete degli affetti, c’è una depressione e viene curata, c’è il tentativo di ricominciare altrove e viene comprata una casa, a Torino. In quella casa, ieri mattina, l’hanno trovata i suoi genitori. Ogni genitore sa che l’unico pensiero davvero impensabile è quello della morte di un figlio: e più ancora quello del suicidio di un figlio. Ogni genitore si concede di immaginarla e di immaginarlo, per esorcizzarli: minuto dopo minuto, giorno dopo giorno, sempre, in un esercizio perenne di allarme e di sollievo. Ma soltanto la madre e il padre di Valentina possono sapere come hanno resistito, in questi sei anni, all’ansia per una figlia tanto infragilita dalla brutalità. Avranno anche sperato, certo: negli psicofarmaci perché smorzassero, nel silenzio per cancellare lo stigma, e nella scelta degli studi di psicologia come reperimento di strumenti per aiutare se stessa e in futuro anche altri sofferenti. Quel futuro non ci sarà, non per Valentina. Né si può chiamare «futuro» quello che toccherà ai suoi genitori, a loro volta vivi-morti per gli anni o i decenni durante i quali sopravvivranno a se stessi e alla loro bambina. Non è sempre vero che il tempo cura: il tempo trasmette il dolore, di corpo in corpo, di vita in vita. Qualche giorno fa, in un’intervista televisiva, la sorella di Rosaria Lopez, stuprata e uccisa al Circeo più di trent’anni fa, raccontava di essere fuggita da Roma, e di non avere mai smesso di piangere. E la sua ferita è diventata la ferita di sua figlia, perché non ha mai trovato le parole per raccontarle l’orrore di famiglia, e le ha riversato addosso un’apprensione mortifera. Quegli stupratori che in una notte milanese hanno ucciso una ragazza, con una tortura durata sei anni, sappiano che fra anni e decenni continueranno a far soffrire i suoi genitori, sua sorella, i figli e le figlie non ancora nati di sua sorella, chissà quanti parenti e amici: tutti loro vittime. La violenza contagia, ed è ancora più odiosa se la si fa passare per il maschio sfogo di pochi attimi. Ora che è troppo tardi, se c’è una preghiera che ci sentiamo di rivolgere a un’eventuale entità misericordiosa, è che le vittime collaterali di questo crimine scoprano, almeno loro, che il tempo può cicatrizzare, e la vita essere vissuta da vivi.
Anche in conseguenza a questo terribile e tragico episodio di violenza di gruppo, quello che il branco solitamente commette nel più orrendo dei modi, distruggendo moralmente la vittima con l’umiliazione che le infligge, l’on. Souad Sbai ha intenzione di proporre un progetto di legge che preveda per coloro che effettuano uno stupro facendo parte di un “branco” non meno di 10 anni di galera. Credo che questa idea troverà accoglimento, lameno per quanto riguarda l’opinione popolare della gente che ormai non riesce più ad accettare l’imbarbarimento da cui la nostra società è affetta.
STUPRATA DAL BRANCO... FINISCE PER UCCIDERSI | 1 commento | Registrati
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Lo stupro E' un omicidio
Scritto alle 18/07/08 alle 19:10:44 AST da chiodofisso
e io, prima di una giusta condanna all'ergastolo, rispolvererei il vecchio sistema "occhio per occhio", o, in alternativa, lascerei i colpevoli, giusto il tempo della durata dello stupro, tra le mani di una folla inferocita.