Riprendiamoci la Resistenza! di Marco Taradash - 16 Settembre 2008 Col “manifesto antifascista” proclamato davanti ai ragazzi di Azione Giovani Gianfranco Fini ha concluso la trasformazione di Alleanza Nazionale da partito postfascista (spesso in crisi di identità psicopolitica) a parte costituente della nuova Destra italiana liberal-democratica, quella che si va formando all’interno del nascente Popolo della Libertà. Al tempo stesso, effetto secondario ma non di minore importanza, ci ha liberati dalla retorica della “memoria condivisa” e della “pacificazione nazionale”. L’Italia ha subìto vent’anni di fascismo, poi, grazie alla presenza del più importante partito comunista del mondo occidentale, quarant’anni di antifascismo “militante” (almeno fino alla caduta del muro); infine anni su anni di revisionismo postfascista e postantifascista. Fra commemorazioni partigiane a senso unico (compresi i fischi e le contestazioni agli antifascisti non doc come la Moratti o più recentemente Rotondi) e nostalgie repubblichine senza senso, la discussione pubblica intorno al ventennio è stata monopolizzata dagli eredi politici e intellettuali delle due ideologie totalitarie che hanno infangato il XX secolo.
La verità storica è diventata irrilevante, a un certo punto è sembrato che l’unica posta in gioco fosse la riconciliazione di nemici (prei)storici legati dallo stesso fanatismo ideologico. La psicologia, il sentimento, l’intenzione e insomma la “buona fede” hanno occupato il centro della discussione come se la prima caratteristica, anzi l’ingrediente essenziale e dinamico di ogni fanatismo, specie di quello omicida, non fosse la convinzione di combattere in nome del bene contro il male.
Forse oggi, dopo l’intervento di Fini, sarà più facile capire che la querelle sulla “memoria condivisa” è un affare che riguarda gli insider del totalitarismo, da decenni alla ricerca di qualcosa che giustifichi le aberranti conseguenze pratiche della loro (buona, ci mancherebbe) fede. Diverso il discorso sul recupero della memoria tout court, memoria che cominceremo a riacquistare solo quando anche a sinistra si comincerà a costruire una una forza politica liberata dai fantasmi del passato. Gli italiani che non furono né comunisti né fascisti (quei pochi sì, le scomunicate vestali che pure hanno salvaguardato il fuoco della memoria e della libertà) sanno bene da sempre (dalle cronache contemporanee di Gobetti, Salvemini, Rossi e Rosselli come dalle ricerche De Felice) che la dittatura fascista nacque dall’assalto concentrico degli estremismi contro la titubante democrazia e crebbe grazie al consenso di molti e all’indifferenza dei più. Ebbe pochi avversari dichiarati e poca o punta opposizione politica. Poi venne l’euforia militarista, la demenza razzista, l’accecamento bellicista. E alla fine la liberazione, grazie alle lacrime al sudore e al sangue (e all’investimento massiccio di risorse economiche) degli alleati anglo-americani.
Incastonata dentro questa atroce vicenda c’è la Resistenza italiana, rara e preziosa come un diamante. Ma anche i diamanti possono essere dati in pasto ai porci. Così la Resistenza è stata snaturata per decenni in “antifascismo militante”. La Resistenza venne combattuta da due fronti alleati ma contrapposti: il fronte comunista, che si attendeva la liberazione dall’Armata Rossa per instaurare in Italia un regime erede e peggiore del fascismo, e il fronte liberal-democratico, fatto di monarchici e repubblicani, liberali e cattolici, azionisti e socialisti democratici – gli “azzurri” del partigiano Johnny.
Questi guardavano con speranza all’America e alla Gran Bretagna, e si preparavano in cuor loro a continuare la Resistenza oltre la guerra se l’Italia fosse caduta nelle mani di Stalin. Questa seconda Resistenza, inscindibile ma così diversa dall’altra, è la memoria rimossa, deturpata e sputtanata di un pezzo di storia nazionale così eroico e significativo da aver rappresentato giustamente la pietra angolare della ricostruzione civile e della Repubblica. E allora mi permetto di avanzare una modesta proposta per prevenire la polemica prossima ventura. Siano Il Popolo della Libertà e questo Governo a organizzare la riappropriazione nazionale della verità sul 25 aprile e sulla Resistenza: si convochino gli ambasciatori degli Usa e Gran Bretagna e dei paesi democratici alleati che determinarono la fine della dittatura, si organizzi una sfilata in onore delle truppe italiane schierate con la Nato sul fronte della Resistenza contemporanea alle aggressioni comuniste e fondamentaliste. E si metta fine alla ridicola falsa obliqua tiritera della pacificazione nazionale fra i fantasmi comunisti e fascisti.
Commento di Lorenzo Giovannini Lo splendido articolo di Marco Taradash su http://www.neolib.it rappresenta un gioiello non solo per chi come me è appassionato di storia, ma lo è per ogni persona sotto 40 anni che si chiede, con senso critico, cosa sia stata la Resistenza in Italia.
I nostri libri di testo ufficiali parlano chiaro, basti pensare al Camera-Fabietti, al Villari: "la Resistenza è stata frutto della reazione democratica del paese contro il nazifascismo e i suoi alleati italiani."
Nella frase precedente c'è molto da confutare, in primo luogo l'aggettivo "democratico" : chi è andato oltre il Camera-Fabietti sa che non tutti gli anti-fascisti erano democratici, in primo luogo le brigate Garibaldi controllate dal Pci. Ad alcune di tali organizzazioni sono da attribuire i massacri nell'Emilia Romagna nell'immediato dopo guerra e lo sterminio della brigata badogliana Osoppo (di cui faceva parte un parente di Pasolini) da parte di partigiani friulani osannanti il Maresciallo Tito, senza dimenticare che le armi di molti partigiani sarebbero state usate qualche decennio dopo dalle BR per compiere i loro barbari assassini, le cruente gambizzazioni, etc.
Perché siamo arrivati a questo? Perché i ragazzi conoscono solo un volto della resistenza? Perché film come "Porzus" di Martinelli e libri come "Il sangue dei vinti" di Panza sono costantemente censurati?
Verrebbe da dire che nella prima repubblica la DC assumeva gli insegnati, il PCI sceglieva i libri di testo. Poi quegli insegnanti sono andati in pensione e sono subentrati coloro i quali erano cresciuti con i libri di testo faziosamente di sinistra.
In questa legislatura c'è una storica occasione: non si tratta di riscrivere la storia come piace a noi, si tratta di insegnare la storia nella sua totalità, mostrando tutte le facce di ogni medaglia, anche quando sono divergono dal nostro modo di pensare. I ragazzi vedano "Roma città aperta" e "Porzus", studino le imprese dei partigiani democratici e di quelli anti-democratici, ma si esca da questo angosciante, insensato ed anti-storico pensiero unico.
Grazie ancora a Marco Taradash per il suo articolo, una vera e propria Lectio Magistralis sulla resistenza italiana.
Inviato in redazione da Istituto Culturale della Comunità Islamica Italiana http://www.amislam.com mailto:islam.inst@alice.it
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Riprendiamoci la Resistenza
Scritto alle 26/09/08 alle 12:29:13 AST da Orao
Commento all’articolo 23.9.2008 “riprendiamoci la Resistenza” di Taradash apparso sul Sito Lisistrata.
Taradash vuole riproporre la commemorazione delle Resistenza come evento che ha riportato l’Italia nell’ambito delle nazioni democratiche ed invita a celebrare soprattutto coloro che si sono effettivamente battuti a tal fine (partigiani non comunisti, truppe alleate -Marocchini compresi- Regio esercito del Sud, ecc.). Mi sembra che il noto giornalista e uomo politico, pur di sostenere la sua, per un certo senso encomiabile, tesi, tralasci volutamente i tragici antefatti della Resistenza, il preponderante nerbo dei resistenti, il sanguinoso epilogo. E veniamo al dunque. La democrazia in Italia fu sempre incompiuta per carenza del suffragio universale; la diarchia Re, Duce, diede vita ad uno Stato autoritario tendente a modernizzare il Paese e a portarlo nel novero delle grandi potenze, anche coloniali. Il regime ottenne via via maggior consenso popolare, tranne che in striminzite minoranze, col decisionismo, le grandi opere pubbliche, il salvataggio delle industrie, i moderni Istituti sociali ed economici, lo sviluppo generale. Il consenso raggiunse le vette più alte con la conquista dell’Etiopia e la liberazione della Spagna dalla minaccia sovietica. La guerra in Europa suscitò sconcerto ma gli strepitosi successi della Germania convinsero la popolazione e il Re a seguire Mussolini. Il Duce fu certamente responsabile della insufficiente preparazione tecnica e morale del nostro Stato Maggiore Generale, di certe connivenze col nemico e carenze di senso di responsabilità in alti livelli militari e industriali, della vacuità dei Gerarchi e della diplomazia con Ciano, delle Leggi contro gli Ebrei ( che peraltro nei territorii da noi occupati costituirono l’alibi, sino all’armistizio, per sottrarre moltissimi Ebrei ai Tedeschi), di inerzia alle prime avvisaglie di disorganizzazione industriale e militare e altro. Furono tre anni di disastri per le nostre forze armate, interrotti solo dalle stupefacenti imprese della Decima Mas condotta operativamente da Valerio Borghese. Il 25/7/1943 il Fascismo si suicidò. Il Duce fu arrestato dal Re mentre era suo ospite. Capo del Governo divenne il maggiore responsabile delle nostre sconfitte, Pietro Badoglio. Il tre settembre gli Alleati sbarcarono in Calabria. Tra luglio e settembre i Tedeschi inviarono molte Divisioni in Italia per difenderci (e sorvegliarci) con l’acquiescenza del nostro Governo. Il 3 settembre il Re firmò ad insaputa dei Tedeschi la nostra resa e persino il mattino dell’8 settembre confermò loro la nostra fedele alleanza mentre lo stesso giorno, nel pomeriggio gli Americani annunciavano per radio l’avvenuto armistizio. Il Re e il Governo, come ladri colti con le mani nel sacco, fuggirono velocemente al Sud, sotto la protezione degli ex nemici, mentre le nostre Forze Armate, abbandonate a se stesse, e si disfacevano. La nostra poderosa flotta, per ordine del Re, si consegnò intatta al nemico (infamia unica per la marineria di tutti i tempi). I Tedeschi, rimasti l’unica organizzazione militare efficiente nel Paese, ne presero ovviamente possesso e stipularono un nuovo trattato di alleanza, da pari a pari, con un’altra forza rimasta miracolosamente efficiente, le Decima Mas del Comandante Borghese, un soldato, che rifiutò nauseato di prestarsi al tradimento del Re. Nel frattempo Mussolini venne liberato dai Tedeschi e portato da Hitler che gli pose un tragico dilemma: “o accetti di creare un nuovo governo in Italia o dovrò dare subito un terribile esempio di punizione per tutti quelli, tra gli altri nostri alleati, che potessero essere tentati di imitare l’Italia”. Accettò. Dunque: un’Italia regia, cobelligerante (non accettata come alleata) degli Alleati e un’Italia repubblicana alleata dei Tedeschi. La maggioranza della popolazione non si faceva problemi di libertà o regimi autoritari, aspettava semplicemente la fine della guerra, che si svolgeva sul nostro suolo, con bombardamenti feroci, lotta fratricida, razzie e requisizioni, problema del cibo e del riscaldamento. Al centro nord si formarono i gruppi partigiani che si incrementarono poi con i renitenti al richiamo delle classi e che la rinata organizzazione comunista presto fagocitò con i commissari politici, tranne alcune brigate monarcoliberali e democristiane. Moltissimi furono i volontari nella RSI, specie giovani e veterani, convinti di riscattare l’onore perduto, tutti volontari i marò della Decima; quattro divisioni di richiamati e tratti dai campi di prigionia dell’ex. Esercito catturato dai Tedeschi vennero addestrate in Germania e, tornate in Italia, malgrado fenomeni di diserzione, si batterono magnificamente al fronte, come del resto le truppe regie. Gli unici che combattevano con finalità politiche erano i Comunisti-Azionisti mentre gli altri lo facevano o per dovere (richiaamati del Nord e del Sud) o per fedeltà al Re e aspirazioni democratiche (partigiani non comunisti) o per rifiuto del tradimento del Re, fedeltà all’alleato tradito e riscatto dell’onore (volontari RSI) Questo il quadro: i cosiddetti Liberatori combattevano non per liberarci ma per vincere, così come i Tedeschi. Ci trovammo liberi perché a Jalta avevano suddiviso l’Europa in due sfere d’influenza, e noi eravamo al di qua. D’altro canto alle dittature europee si opponevano una democrazia con cittadini parvi existimati (i neri), una monarchia imperialistica, una dittatura sanguinaria; l’unica vera democrazia era quella sconfitta, la Francia. Quindi evitiamo i miti e studiamo e insegnamo ai giovani la Storia, com’è stata, senza insegne e orpelli, questa è la vera libertà. Rispetto al soldato che fa il suo dovere e ammirazione al volontario che mette in gioco la sua vita per ciò in cui crede. Ritengo un sempliciotto chi osa dare giudizi a posteriori su chi moriva per una bandiera o per un’altra. E certe dolorose ricorrenze celebriamole studiando ed approfondendo non con vacua retorica.