GUERRA GLOBALE ALLE DONNE

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la violenza è il mezzo più facile e per questo preferito del maschio, che si crede appartenente a una specie superiore e non vuole accettare di essere solo il rovescio della stessa medaglia.

Barbari retaggi tribali e nuovi integralismi religiosi, diventano una miscela peggiore dell'acido che spesso viene usato per distruggere l'anima e la personalità femminile, alla pretesa supremazia del maschio, che riesce solo a dimostrare la sua insufficienza a ricorrere all'uso dell'intelligenza e non della forza fisica, l'unico dono che questi uomini hanno avuto dalla natura. Purtroppo sono tantissimi e di fatto dimostrano la loro inferiorità.

26 Novembre 2005

Questo dossier, realizzato con i pochi mezzi che abbiamo a disposizione, vuole rappresentare soltanto un'opera divulgativa, per portare alla conoscenza di chi ancora non lo sapesse, un fenomeno quanto mai inquietante e non solo per ciò che vedrete in questa pagina, ma per tutto ciò che rappresenta la violenza, perpetrata contro la parte più fisicamente debole, del genere umano.

Troppi uomini, dimenticano che siamo della stessa razza e non siamo diverse, come dimenticano che i bambini non sono di proprietà di chi li ha generati, e non me ne vogliano i maschi se affermo che i figli non appartengono a loro, che pur avendo partecipato alla loro nascita, rappresentano un evento marginale, ma entrambi i genitori assumono nei loro confronti l'impegno, entro i limiti delle loro possibilità, di garantirne la crescita, nel modo più ottimale possibile e questo significa prima di tutto nutrirli sia nel corpo che nello spirito, dando ai bimbi la possibilità di un'infanzia il più serena possibile e che sia protetta dalle brutture che su questo pianeta la razza umana continua a generare.

Ma come può una madre che vive la quotidiana violenza sulla sua carne e sulla sua anima, diventare una buona madre? E come pretende un padre che perpetra ogni giorno queste violenze pretendere di essere un buon padre?

E come potrà diventare quel figlio che vive in quest'atmosfera di horror continuo, diventare un buon uomo?

Le fotografie che vedrete sono più eloquenti di ogni parola e se siete di animo "sensibile" voltate pure la faccia da un'altra parte, ma ciò non le renderà meno gravi le cose che non vorrete vedere, non toglierà loro la realtà di esistere, semmai sarà la vostra mente che si chiuderà ad una realtà terribile, ma che tutti dobbiamo avere il coraggio di affrontare altrimenti diventiamo conniventi di chi perpetra queste barbarie e non c'è interesse politico, sociale, economico, religioso, ideologico che giustifichi l'indifferenza.

Per vostra conoscenza ulteriore alcune vivono in Bangladesh, altre in Pakistan e il fenomeno è paurosamente in crescita, perché la polizia si rifiuta di intervenire in quanto ritiene che siano episodi legati a dispute interfamigliari. 

Comodo vero, per i signori maschi?

Lisistrata

Queste ragazze hanno avuto l'ardire di rifiutare l'uomo che le voleva impalmare e per il maschio "superiore" un rifiuto è inaccettabile ed emette una condanna contro la sua vittima ,che recita queste parole silenti: non vuoi essere mia, e allora io ti condanno a sofferenze inaudite e ad essere rifiutata da tutti gli altri uomini a cui farai schifo. ( le foto sono state prese da freethoughts )

di Efrem Fumagalli

Chi ha deturpato il viso di queste donne aveva uno scopo preciso: emarginarle, devastarle tanto da renderle repellenti allo

sguardo. Di questa pratica violenta che va avanti dai primi anni ottanta, in Italia si sapeva poco o nulla; così, la disperazione di queste bambine distrutte fisicamente e psicologicamente è rimasta a lungo sconosciuta. Poi, nel luglio del 1998 Renata Pisu scriveva su "D" di Repubblica: ".. Non vogliono essere chiamate vittime ma sopravvissute, sopravvissute alla violenza che intendono combattere e denunciare. Non si nascondono, si mostrano. Ma quanto coraggio ci vuole per mostrarsi...".

Questa denuncia lanciata con l'inchiostro che vuole vincere sull'acido, ci ha spinti ad intervenire in Bangladesh: ne è nato un progetto che prevede attività sanitarie e psicosociali sia di carattere urgente che a lungo termine.

 

Sfigurate dagli acidi: Vivere senza volto

Gli acidi sono liquidi corrosivi in grado di bruciare il legno e di consumare i metalli. In Bangladesh sono venduti a poco prezzo: un bicchiere costa meno di 10 centesimi, quanto basta per rovinare una vita.
Negli ultimi anni, tra gli uomini di questo paese dilaga la "moda" di vendicarsi con gli acidi delle donne che rifiutano una proposta di matrimonio o respingono la loro corte. Le vittime, solitamente tra i 12 e i 25 anni, che ricevono un bicchiere di acido in pieno volto non hanno alcuna possibilità di difendersi. In pochi secondi, l'acido corrode la pelle, brucia le labbra, gli occhi e le orecchie. Sempre più spesso, si ricorre a questo tipo di attacco anche per risolvere le dispute famigliari o concludere l'acquisto di un pezzo di terra. Se fino a cinque anni or sono si contavano 80 casi l'anno, nel 1999 ne sono stati denunciati oltre 200, ma nessuno conosce effettivamente la vera portata del fenomeno. -
dal sito dall'unicef

BANGLADESH - Le donne sfregiate con l'acido solforico  -  da IL Giornale 15/02/2005

Un fenomeno in crescita che vede le donne umiliate nel corpo e nell'anima - di Silvana Violi

Acid attak non è il nome di un nuovo videogame.

È il nome di una cosa terribile che alcuni uomini fanno in Bangladesh.
Paese di grandi bellezze naturali, di antica storia e di profonda cultura, il Bangladesh è grande come metà Italia e popolato da più di centoventi milioni di abitanti. Nella stagione che precede le grandi piogge, la campagna è lucente per il verde delle risaie cosparse di nasturzi d’acqua, azzurri come i nostri fiordalisi, i villaggi sono manciate di case colorate circondate da banani e palme da cocco. Le città sono quasi tutte dei luoghi infernali. La sola Dhaka (la capitale) è una metropoli di 10 milioni di abitanti, è uno dei tanti slums del pianeta, dove si respira un’aria pesante e mefitica, una miscela di gas di scarico, acque stagnanti, scoli, fogne a cielo aperto…

Il Bangladesh è una nazione flagellata (oltre che dai cronici problemi di sopravvivenza) da un recente fenomeno di violenza: quello delle donne vittime dell’acido solforico. Questo tipo di violenza non è un’antica usanza – esecrabile quanto si vuole – ma che affonda le radici in un certo tipo di cultura (come per es. l’infibulazione). Questo è un fenomeno recentissimo e molto moderno. Sconvolge le coscienze e fa stringere lo stomaco a orientali e occidentali e, nell’era della globalizzazione, è francamente molto difficile chiamarsene fuori.
Come in altri paesi sulla via della modernizzazione, il Bangladesh esprime una società complessa, dove a spinte modernizzatrici si contrappongono rifiuti al rinnovamento socioculturale. Può succedere che alcune tradizioni a carico delle donne vengano messe in discussione o addirittura rifiutate (come avviene nei normali processi di emancipazione). E questo può causare il venir meno di privilegi e diritti acquisiti (dagli uomini). Spesso, l’incapacità di adeguarsi al cambiamento fa sì che alcune persone optino per la scelta dell’offesa e della violenza. In Bangladesh (e anche in India) a donne che hanno cercato di superare i limiti imposti dalla tradizione è stata inflitta una punizione atroce. Per le donne che non osservano le regole, gli uomini possono usare contro di esse terribili strumenti di ritorsione come il vetriolo.
Dal primo caso documentato, risalente al 1967, si è passati ai 47 casi del 1996, poi arrivati a 130 nel 1997 e a 200 nell’anno seguente. Nel 2002 ben 485 donne sono state sfigurate dal vetriolo. Il liquido è poco costoso e facilmente acquistabile in qualsiasi bazar. Serve per le batterie delle automobili, ma si vende anche nei villaggi dove non c’è nemmeno un’automobile. Gettato sulla pelle, ne divora istantaneamente il tessuto, procura ferite e abrasioni simili alle ustioni da fuoco. Le donne ne hanno il viso sfigurato per sempre, spesso perdono la vista a uno o a entrambi gli occhi. Il cuoio capelluto se colpito, rimane inerte per sempre. Il volto si riga di cicatrici ipertrofiche e nodose, le ferite causano pesanti danni funzionali, ad esempio a carico dei movimenti facciali e della masticazione. Se gettato sulle gambe, può penetrare fino alle ossa, ustionando le fibre dei muscoli e rendendo inabili le vittime. In alcuni casi, se le cure non sono tempestive ed efficaci, la vittima dell’attacco con l’acido può morire.
Un caso per tutti serve a raccontare l’inferno in cui precipitano alcune giovani donne, quelle per le quali – a differenza di molte loro coetanee di altri paesi – è una sfortuna essere avvenenti e piacere a un uomo: Shelina, tredici anni, accecata e sfigurata dall’acido da un ragazzo di diciotto anni al quale lei continuava a dire di no. Una sera quando Shelina era alla fonte con le amiche a prendere l’acqua, lui le ha gettato addosso l’acido. Il ragazzo si è dato alla macchia, non pagherà mai per il suo misfatto e la gente dice che se una donna offende l’orgoglio di un uomo, una punizione se la deve aspettare. Shelina è oggi un fantasma vivente, inguardabile, negata alla vita, innocente.

Il dolore provato da queste donne è indescrivibile. È fisico, è psicologico. L’’aggressione le trasforma in mostri, in maschere deformi, delle quali è spesso difficile reggere la vista. Perdono per sempre la loro identità di donne, la possibilità di essere spose, madri (evento gravissimo in un paese in cui essere nubile è ancora una vergogna per una giovane ragazza e per la sua famiglia). Queste disgraziate donne diventano dei reietti della società, dei pesi economici per le famiglie; creature che non osano più presentarsi al mondo, escono di casa segregate nel burkha anche quando non sono di fede islamica. Esse hanno come unico futuro un malinconico destino di isolamento. In molte di loro sembra di vedere - di primo acchito - dei volti sorridenti, fino a quando non ci si accorge che il sorriso è dovuto solo ai tragici effetti dell’acido che ha mangiato loro il labbro superiore, mettendo in mostra i denti bianchissimi. L’unica soluzione è la chirurgia plastica, accompagnata da un sostegno psicologico indispensabile per il reinserimento nella società dopo la devastante esperienza.
Solo Dhaka ha un ospedale con un reparto per grandi ustionati in grado di prestare cure a queste vittime della prevaricazione maschile. Un trattamento lungo, costoso e doloroso. Nel caso delle ustioni facciali occorrono per ogni paziente dalle sei alle sette operazioni da compiersi nell’arco di un anno e mezzo. Se l’acido ha colpito anche gli occhi, i danni alla vista sono quasi sempre irrecuperabili. La chirurgia plastica è molto costosa e sono pochissime le donne che possono permettersi di affrontare una spesa così elevata. Gran parte degli acid attaks si verificano tra la gente più povera, nelle bidonville o nei ghetti metropolitani dove è una sfida quotidiana la sola sopravvivenza.
All’emergere del fenomeno, la “punizione” era diretta soltanto a quelle giovani che rifiutavano di sposarsi con l’uomo scelto dai genitori. Oggigiorno la situazione è peggiorata: in Bangladesh una donna non può rifiutare le avances maschili senza che questo gesto venga interpretato come un insulto alla famiglia dell’uomo. Vengono sfigurate anche le donne che rifiutano le proposte sessuali di parenti e persino di sconosciuti, le bambine di dieci anni che non cedono alle pretese di uomini anziani, le mogli ripudiate e le neo-spose che non hanno saldato il “debito” (la dote pattuita).

Gli acid attaks colpiscono la totalità delle regioni del Bangladesh, che sono quasi tutte sprovviste di strutture ospedaliere adeguate e troppo lontane dalla capitale. È problematico poter mandare le vittime al Medical College Hospital di Dhaka (dove i ricoveri d’emergenza sono due-tre la settimana).
I sociologi sono in grave imbarazzo a spiegare come mai questa usanza abbia preso piede così velocemente e soprattutto come mai - invece di regredire - si sia invece rafforzata. Il fenomeno, inoltre, sta uscendo dai confini dei conflitti di genere, e stanno diversificandosi anche le motivazioni degli attacchi al vetriolo. In alcuni casi si risolvono con l’acido solforico anche le dispute sulle proprietà, le rivalità politiche ed economiche, i litigi tra famiglie o le beghe con i vicini di casa.

Il governo, allarmato per il propagarsi del fenomeno, ha tentato di adottare misure speciali. La polizia di Dhaka ha promesso il pagamento di taglie cospicue per segnalazioni che favoriscano l’arresto dei colpevoli. Il parlamento sta cercando di perfezionare una legge del 1983 sulle violenze alle donne, che già prevedeva la pena capitale per i reati più gravi. Nel 1999 sono stati condannati a morte quattro giovani (lo spasimante e tre amici) , colpevoli di un attacco ai danni di una diciottenne che aveva rifiutato una la proposta di matrimonio. Tuttavia, negli ultimi anni, di condanne del genere (peraltro non auspicabili) ce ne sono state soltanto dieci su circa quattrocento casi denunciati. Nel 1979 il governo del Bangladesh sottoscrisse la Convenzione Onu sulla eliminazione di ogni forma discriminatoria contro le donne, ma a poco è servita. Né è stato di aiuto il pacchetto di misure repressive, compresa la pena di morte, contenute nel Women and Child Repression Control Act del 1995. Anche la strada dei salish, i tribunali tradizionali di villaggio formati dagli anziani, adottata nelle zone rurali, ha portato a scarsi risultati.
Vista l’impotenza delle istituzioni locali, alcune organizzazioni internazionali si sono attivate nel tentativo di dare visibilità al problema e sostegno concreto alle donne acidificate; donne coraggiose - riunite in organizzazioni di sopravvissute agli attacchi al vetriolo - hanno formato la Acid Survivors Foundation (Asf), che ha ottenuto il sostegno del Fondo Onu per l’infanzia (Unicef). Nello stesso Bangladesh è sorta un’organizzazione, la Naripokkho, formata da volontarie che cercano, al fianco delle vittime, di sensibilizzare l’opinione pubblica del paese. In Italia, la sofferenza di queste donne è stata condivisa dalla Coopi, un’associazione di volontariato che lavora nei paesi in via di sviluppo. È attiva anche Smileagain, ente umanitario che si rivolge alle autorità dello stato del Bangladesh affinché ponga fine a questa indegna barbarie applicando leggi severe per tali delitti, e perché influenzi positivamente la cultura della popolazione. 
Silvana Violi

PAKISTAN - A colpi d'ascia le donne cadono vittime del delitto d'onore.

da Donne in viaggio del 25 luglio 2001

La situazione dei diritti umani in Pakistan è senz'altro critica: situato in una zona calda del pianeta, segnato da instabilità politica, questo Paese sembra muoversi lungo due direzioni opposte, tra tentativi di innovazione (ben due i governi   

guidati da una donna, Benazir Bhutto, in dieci anni) e forti  spinte in senso conservatore (tentativi di "islamizzazione" in un'ottica integralista). 

Come spesso accade in questi casi, le categorie più deboli sono i bambini e le donne, quotidianamente sfruttati e maltrattati, nonostante il Pakistan abbia ratificato sia la Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti del Fanciullo (nel 1990) sia la Convenzione delle Nazioni Unite sull'Eliminazione di Tutte le Forme di Discriminazione contro le Donne (nel 1996). 
 

A rendere estremamente complessa la situazione, concorrono diversi fattori: lo status delle donne in Pakistan è stato infatti definito come un gioco di codici tribali, leggi islamiche, tradizioni giudiziarie indo-britanniche e tradizioni consolidate che hanno creato un'atmosfera di oppressione, dove ogni vantaggio ed opportunità offerta alle donne da una legge, viene immediatamente cancellata da un'altra. 

In un clima di violenza generalizzata contro le donne, la giustificazione degli abusi si basa su fattori sociali (la donna è percepita come "merce"; come una proprietà degli uomini della famiglia, di cui incarna l'onore) e su alcune leggi dello Stato che risultano discriminatorie (come la Legge di quisas e diyat, e la Legge di zina). 
La prima (quisas e diyat), seguendo un criterio di punizione-compensazione dell'offesa ricevuta, privilegia una giustizia che mira a compensare il danno, ma senza portare alla luce la verità e punire i colpevoli, instaurando un clima di diffusa impunità nei confronti di molti crimini anche efferati. 
La seconda (zina) definisce il reato di fornicazione, per il quale sono previste pene severissime (anche la morte). Definisce inoltre il reato di stupro come un rapporto sessuale senza il consenso della vittima tra un uomo e una donna che non siano legalmente sposati, per cui una violenza compiuta dal marito non è un crimine. Se a ciò si aggiunge che l'onere della prova è a carico della vittima, risulta evidente che anche subire violenza può diventare un motivo di denuncia per zina, (significa: adulterio, fornicazione, rapporti sessuali fuori dal matrimonio ecc...) se la donna non riesce a dimostrare di essere stata violentata. 

 I maltrattamenti (subiti sia nella sfera privata sia in quella pubblica: diffusissimi sono gli stupri durante la detenzione da parte degli agenti di polizia) spesso sfociano nella morte, ma l'effettiva possibilità di difendersi è quasi nulla: pochissimi sono i crimini denunciati, ancor meno i colpevoli puniti. 

Chi maltratta o addirittura uccide una donna in Pakistan riesce facilmente a rimanere impunito. Le donne vengono sfigurate con l'acido (come nel vicino Bangladesh), e si registrano moltissimi casi di "rogo delle mogli", compiuti simulando incidenti domestici: sono più di 1000 le donne morte lo scorso anno in "incidenti" di questo tipo.

Ogni ventiquattro ore in Pakistan 8 donne vengono rapite, seviziate, stuprate.

Tra gennaio e giugno dello scorso anno, circa 300 bambine sono state vittime di molestie sessuali ed omicidi. 

Più del 90% della popolazione femminile è vittima di qualche forma di violenza da parte dei familiari.

Infine, circa tre donne vengono uccise ogni giorno per motivi legati all'onore: i dati contenuti nel rapporto 2000 della Commissione sui Diritti Umani del Pakistan parlano di 1000 omicidi d'onore denunciati nel 1999, il che fa supporre che il numero effettivo sia molto più alto, poiché moltissimi crimini non vengono denunciati. 
A questo punto è chiaro che il delitto d'onore è solo una, la più grave e sistematica, delle violenze subite dalle donne pakistane.
Questa pratica tradizionale continua a mietere vittime. Le modalità variano parzialmente da zona a zona (nel Sindh si procede a colpi d'ascia, altrove si preferisce uccidere a colpi d'arma da fuoco), ma, in ogni caso, la pratica è estremamente diffusa in tutto il Paese. 
Per condurre a questo tipo di delitto è sufficiente anche una semplice asserzione. Il comportamento femminile considerato come disonorevole comprende relazioni extraconiugali presunte o reali, la scelta di un marito contro il volere dei genitori, la richiesta di divorzio. 

Nell'aprile del 1999, Samia Sarwar, una ventinovenne che intendeva divorziare dopo molti anni di violenze domestiche, è stata uccisa, nell'ufficio della sua avvocata a Lahore, da un dipendente della famiglia.  In seguito la legale è stata accusata e pubblicamente minacciata di morte per aver 'fuorviato' la sua assistita. (vedi su Indymedia)

Ancora, il consenso della donna nell'azione considerata disonorevole è irrilevante, così alcune donne hanno gettato il disonore sulla loro comunità perché violentate. Così è accaduto a Jameela Mandokhel, una sedicenne mentalmente ritardata, che è stata ritenuta colpevole di aver disonorato la sua tribù perché stuprata. È stata condannata a morte dal Consiglio tribale ed uccisa senza che il Governo abbia intrapreso alcun provvedimento. 

Con il passare del tempo, purtroppo, la percezione di cosa danneggia l'onore è divenuta sempre più ampia; non conta l'età, né il livello di istruzione, né la classe sociale e non c'è nessuna differenza tra città e villaggi rurali. Non importa se il comportamento censurato è un reato per le Leggi dello stato, oppure un diritto acquisito, come il divorzio e la libera scelta del marito. 

Sebbene il Capo esecutivo, Mohammad Rafia Tarar abbia affermato, nell'aprile del 2000, che "Uccidere in nome dell'onore è comunque un crimine e va trattato come tale" e nonostante il fatto che, in agosto dello stesso anno, sia stata istituita una Unità Governativa di Assistenza Legislativa, si può affermare che non ci sia stata alcuna consapevolezza pubblica, né tanto meno alcun impatto nei comportamenti sociali.  Anzi, le violenze contro le donne sono in continuo aumento.

A ciò si deve aggiungere che, spesso, gli agenti di polizia si comportano come guardiani della tradizione e della moralità, piuttosto che come imparziali difensori della Legge.  Di conseguenza, i delitti d'onore sono spesso perpetrati apertamente, poiché chi li compie non si deve preoccupare delle conseguenze del proprio gesto.
Nel novembre del 2000 un uomo di Karachi ha fatto a pezzi con un'accetta la figlia undicenne perché sospettava avesse una relazione illecita. Quando sua madre e sua sorella hanno cercato di proteggerla, ha ucciso anche loro. Dopodiché si è costituito spontaneamente alla polizia, asserendo di non essere affatto pentito del suo gesto, in quanto si era trattato "di una questione d'onore". 

Anche le Corti, nella maggioranza dei casi, considerano tutta una serie di attenuanti quando i reati si riconducono al delitto d'onore, mentre per gli omicidi comuni le pene sono molto più severe. Questo comporta dunque, un elevato numero di falsi delitti d'onore, dato il favorevole trattamento legale.   Lisa Caputo

Pakistan - i diritti delle donne sono inesistenti

Nel 2002 in Mukhtaran Bibi, in conseguenza a crimini commessi da suo fratello, ha subito aggressione e violenza dai capi del villaggio, che hanno deciso di punire lei al posto di lui.  Bina ha denunciato le  violenze al tribunale e 6 di questi stupratori sono stati condannati.  Ma subito dopo sono stati liberati, lasciando praticamente senza giustizia la vittima. Da Amnestyusa

India - Violenze contro le donne del Goudjerate

Durante il congresso Asiatico-Americano svolto dall’associazione dei proprietari dell'hotel in Florida verso la fine di marzo 2002. Il Ministro Narendra Modi di Gujarati ancora una volta ha permesso che la Comunità internazionale evidenziasse la violenza su grande scala nel Goudjerate in 2002, dove alcuni medici sono stati segnalati per aver partecipato alla violenza contro i membri della minoranza musulmana. Un rapporto ha dato la dimostrazione dei ripetuti  assalti sessuali perpetrati contro alcune delle donne che avevano in cura. – da amnestyusa

PAKISTAN - Le donne nelle madrassah condannate all'isolamento e all'isteria da Asianews - 4Ottobre 2005 - di Qaiser Felix

Dopo la visita ad una scuola islamica, attivisti musulmani denunciano la condizione delle studentesse: niente accesso a internet o Tv, le giovani ignorano la realtà esterna e hanno bisogno di assistenza psicologica; il loro destino è rimanere dipendenti dagli uomini e ai margini della società.
Non hanno accesso a radio, televisione o computer, studiano materie obsolete e ignorano perfino l’esistenza di altri luoghi al di fuori del posto in cui vivono. Sono le studentesse delle madrassah (scuole islamiche) pakistane. AsiaNews ha intervistato alcuni esperti musulmani che denunciano le gravi condizioni psicologiche di queste ragazze, costrette ad un’esistenza isolata e “claustrofobica”, condannate a rimanere ai margini della società in cui vivono.

“Alle studentesse – racconta – viene impartita un’educazione esclusivamente religiosa, il tutto si svolge in un’atmosfera soffocante e sono del tutto assenti non solo materie moderne, come l’informatica, ma molte non sanno neppure se esistono altre città al di fuori di quella in cui vivono. Non hanno – denuncia l’avvocato -possibilità di accedere a radio, Tv o computer e conoscono solo il posto dove sorge la madrassah e il loro villaggio d’origine che visitano saltuariamente". "Mancano lezioni di lingua inglese, di scienza, matematica e informatica". "Come conseguenza - aggiunge l’attivista - molte ragazze soffrono di isterismo e hanno bisogno di assistenza psicologica”.
“In questo modo - avverte Ahsan - le donne educate nelle madrassah non potranno mai svolgere un ruolo attivo all’interno della società, sebbene rappresentino la metà dell’intera popolazione del Pakistan” (oltre 162 milioni di abitanti). Da Asianews

Afghanistan. Figlie vendute per ripagare i debiti - da droghe.aduc.

Nella provincia di Nangarhar indebitarsi e’ comune. Ogni autunno i mezzadri chiedono prestiti ai trafficanti di droghe per comprare i semi di papavero, ripagandoli con il raccolto successivamente raffinato in eroina.
Quest’anno, le eradicazioni hanno nettamente ridotto le coltivazioni di papavero, ma i mezzadri continuano ad essere indebitati. E alcuni ripagano i debiti con l’ultima risorsa rimasta: le figlie.
Non ci sono statistiche ufficiali su quante ragazze ne siano rimaste vittime, ma alcune associazioni umanitarie e l’organizzazione internazionale per l’immigrazione hanno le prove di qualche caso, e anche alcuni contadini e anziani di Nangarhar hanno ammesso di avere assistito a delle transazioni.
Tra gli afghani c’e’ una tradizione su come risolvere i conflitti. Gli assassini, i ladri o i debitori insolventi sono costretti dagli anziani del paese a consegnare la figlia o la sorella alla famiglia della vittima. Questa pratica, per alcuni, e’ una tradizionale “transazione matrimoniale”.
In una cultura dove i matrimoni sono combinati dalle famiglie, dove il promesso sposo paga al padre della fidanzata l’equivalente di 2 mila ai 5 mila dollari, un uomo puo’ cancellare il suo debito accordandosi con il proprietario terrerio o ad un suo familiare per dargli in moglie la figlia. Questa pratica e’ aumentata contemporaneamente all’incremento della lotta contro le droghe.
Lo scorso anno un rapporto dell’associazione internazionale per l’immigrazione ha rivelato l’esistenza del traffico di persone in Afghanistan, rimarcando la pratica di nascondere il pagamento dei debiti sotto l’apparenza di unione matrimoniale.
L’agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale ha stanziato 18 milioni di dollari per il 2005 per finanziare colture alternative per i contadini di Nangarhar, denaro che pero’ non e’ sufficiente per ripagare i debiti gia’ contratti.
I trafficanti riescono a guadagnare il doppio o anche il triplo se non sono ripagati entro un anno, ma ci sono stati anche casi di contadini ammazzati.
Un rapporto dell’Unodc (Ufficio antidroghe e crimine dell’Onu) ha stimato che i programmi di eradicazione hanno ridotto del 21% le coltivazioni illegali, e nella provincia di Nangarhar del 96%.

Pakistan - L'amore costa a ragazza pakistana i suoi piedi -   da onlypunjab - 28/11/2005

Un uomo ha fatto a pezzi i piedi  di sua sorella di 20 anni, tagliandoglieli, perché aveva sposato un uomo di sua scelta, nella provincia del  Punjab del Pakistan.

Bibi, la ragazza, era nei campi a lavorare assieme al marito Saeed Ahmed, quando suo fratello più anziano, assieme ad altri abitanti del suo villaggio li hanno attaccati e le hanno tagliato i piedi. Ora si trova in fin di vita all’ospedale di Bahawal Victoria, a causa dell’enorme perdita di sangue. Secondo la polizia è stata colpa di un impulso di rabbia incontenibile. E' evidente invece che è stato organizzato, infatti erano in gruppo.

Egitto - manifestanti scatenati contro il cambiamento previsto per limitare  l’abuso fisico e sessuale contro le donne.

Una massa di dimostranti scatenati che vogliono boicottare il referendum sulla riforma costituzionale in Egitto ha assalito i giornalisti, accanendosi soprattutto verso la giornalista femmina. Le violenze si sono scatenate davanti all’ufficio del sindacato dei giornalisti, alla presenza di poliziotti, che non sono intervenuti motivando che lo hanno fatto per proteggere gli assaliti da amnestyusa

GIUSTIZIA PAKISTANA - da politicalpakistan
In Pakistan le donne che si rivolgono alla giustizia per far rispettare i loro diritti, che in quel paese sono già pochi o quasi nulli, anziché ottenere "udienza" ottengono vilipendio, disprezzo e la cosa peggiore è quando queste donne vengono addirittura sequestrate e sottoposte a violenza fisica e queste violenze non si limitano alle botte, ma a stupri di gruppo.
E' quello che è accaduto a Sonia Naz, che si è permessa di denunciare la sparizione del marito ed anche se aveva pagato alla polizia una cifra considerevole, il marito non è stato rilasciato.
Per il semplice fatto di essersi permessa di chiedere giustizia, Sonia è stata rapita da alcuni poliziotti, che l'hanno portata in una casa privata, tenuta segregata per alcuni giorni, l'hanno picchiata e violentata in gruppo, arrivando addirittura ad azioni di disprezzo, come urinarle in bocca. Dopodiché l'hanno ricaricata in macchina e l'hanno scaraventata di fronte a casa sua, intimandole di tacere altrimenti avrebbe dovuto pagare ben di più.

Pakistan - 24 aprile 2005

Per festeggiare la ricorrenza del compleanno di Maometto un pakistano uccide moglie e 4 figli. Ora qualcuno mi venga pure a raccontare che sono fatti isolati, resta il fatto che c'è sempre di mezzo una sottocultura pseudo-religiosa fanatica. dal Dailytimes

AUSTRALIA - 15 aprile 2005

Un iman predica che le sole responsabili delle violenze sessuali subite dalle donne, sono le donne stesse, peccato che non faccia riferimento ai bambini o alle bambine che sono le prime vittime della violenza sessuale, chissà quali colpe questi bimbi avrebbero per questo becero iman. leggi su Freethoughts  

Francia - Parigi - da Telegraph

Il 13 novembre scorso, Chahrazad Belayni, una giovane di origine marocchina, è stata  aggredita in pieno giorno, vicino alla sua casa a Neuilly-sur-Marne nel sobborgo nord-orientale del Senna-San-Seine-Saint-Denis, da un suo ex collega di lavoro di origine pakistano che assieme ad un complice le hanno dato fuoco, incendiandola con la benzina, solo perché aveva osato rifiutare l’offerta di matrimonio che il ragazzo le aveva rivolto.

Ora la ragazza si trova in ospedale, mantenuta in coma artificiale , poiché le ustioni sono così gravi da averle devastato il 60% del corpo.

Qualche centinaio di persone hanno marciato insieme alla famiglia e agli amici della ragazza, con il ritratto di Chahrazad  sorridente, quando ancora era una ragazza molto bella, piena di vita e di allegria,hanno raggiunto il Municipio con una bandiera che chiedeva “giustizia, libertà, rispetto”.

Il fratello Abdelaziz ha criticato la mancanza di partecipazione pubblica dopo l’aggressione e ha dichiarato che non erano andati fin lì per chiedere vendetta, ma perché venisse fatta giustizia. Volevano denunciare la continua violenza contro le donne, alle quali è impedito di scegliere, mentre dovrebbero poter dire sì o no.

Tutto è stato organizzato da un'associazione che si sta occupando della crescente violenza, in aumento contro le donne, principalmente nelle periferie francesi.

Fadela Amara, fondatrice e presidente dell'associazione, ha detto di aver voluto essere presente, per far sentire ai genitori di Chahrazad, che non sono soli in questa lotta, che non è un problema di famiglia, ma un problema che riguarda tutta la Francia.

Sabato l’organizzazione ha tenuto un’altra manifestazione silenziosa, per ricordare la memoria di Nadia, probabilmente uccisa dal marito, nel sobborgo parigino del sud dell’Oise di Val, avvenuto un anno fa e il cui corpo non è stato mai ritrovato.

Questa organizzazione ha più di 6.000 membri e 60 comitati locali, che fanno una campagna contro la repressione delle ragazze negli insediamenti in gran parte musulmani, in cui non esiste la possibilità di scegliere, ma vi è l’obbligatorietà di seguire dei codici di comportamento, che altrimenti fanno sì che la persona venga considerata come priva di morale e finisce per cadere vittima del maschilismo.

Le richieste d’aiuto a questa organizzazione, per donne che soffrono per la violenza di unioni forzate ed altro, è enorme e non riesce a farne fronte, per cui ha chiesto a sua volta aiuto al governo per offrire opportunità concrete anche attraverso campagne di informazione nelle scuole.

Il ministro francese della coesione sociale e l'uguaglianza sessuale, Catherine Vautrin, ha descritto l'attacco a Chahrazad come "illustrazione horrible" della violenza maschile contro le donne.  In Francia tra il 2003 e il 2004, ben 163 donne hanno perso la vita proprio ad opera dei maschi.

 

Pakistan - orrori quotidiani dal mondo islamico - 24 giugno 2005
Il teatro del macabro episodio
è Mohammad pur, villaggio pachistano.
I protagonisti una famiglia come tante.
La coppia è separata e come da usanze islamiche la figlia resta in affidamento al padre, per cui la moglie si reca in visita per trovarla.
Subito viene aggredita dal suocero, dal marito, dal fratello e da un paio di altri uomini, che la incatenano, poi durante la notte la portano in riva al fiume e lì le infliggono la punizione che dovrebbe servire a "lavare l'onore" del marito, poiché si ritiene che la donna viva in promiscuità, con altri uomini.
Su denuncia della famiglia di lei la polizia svolge indagini e la trovano così mutilata in casa dell'ex marito, che le aveva inferto la macabra e terribile punizione. Le autorità assicurano che lui non la passerà liscia, perché non si può trattare così una donna.
Le donne pachistane vantano un primato, possiedono uno dei più alti tassi di suicidi e li attuano dandosi fuoco, per sfuggire all'orribile sorte che tocca loro in vita, accompagnandosi a uomini che sanno che le renderanno schiave, trattate peggio degli animali di laboratorio.

Kurdistan Iraniano 30.8.2005 - Portare il chador non è una scelta libera delle donne

La triste storia di una ragazzina curdo-iraniana, raccontata dal fratello, che ora vive in Inghilterra: "Mia sorella si è data fuoco perché non voleva indossare il velo" . Come si sa, nella Persia di Ciro e Dario governano un gruppo di fanatici islamici, i quali obbligano TUTTE le donne ( anche le straniere, o le turiste ) ad indossare il velo. Questa coraggiosa ragazzina di 14 anni non lo voleva indossare, ma siccome sapeva a cosa andava incontro, ha preferito darsi fuoco. Il velo è considerato dalla stragrande maggioranza delle iraniane, come un simbolo di oppressione e di schiavitù. Molte lo hanno addirittura bruciato durante manifestazioni contro il regime.

Pakistan – 27.4.2005
Nazish Bhatti
di 17 anni, è stata rapita e violentata da un branco di uomini. Si è recata all'ufficio di polizia per denunciare la violenza ed è stata nuovamente violentata dai poliziotti. Per lei l?unica via d'uscita dal suo dramma appare il suicidio. E'difficile che questa ragazza possa ottenere giustizia e non esista un'alternativa accettabile Notizia tratta da BBC.NEWS 

Pakistan – 28.3.2005

AsimTanveer è diventata il simbolo della rivendicazione e dell'emancipazione femminile in Pakistan.  Violentata da un gruppo di uomini, tutti assolti dal tribunale islamico. Ha dichiarato che non si darà pace, e continuerà a lotta per tutte le donne. Da Newsweek

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