GUERRA GLOBALE ALLE DONNE

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la violenza è il mezzo più facile e per questo preferito del maschio, che si crede appartenente a una specie superiore e non vuole accettare di essere solo il rovescio della stessa medaglia.

Barbari retaggi tribali e nuovi integralismi religiosi, diventano una miscela peggiore dell'acido che spesso viene usato per distruggere l'anima e la personalità femminile, alla pretesa supremazia del maschio, che riesce solo a dimostrare la sua insufficienza a ricorrere all'uso dell'intelligenza e non della forza fisica, l'unico dono che questi uomini hanno avuto dalla natura. Purtroppo sono tantissimi e di fatto dimostrano la loro inferiorità.

30 Novembre 2005

Il Presidente Bush dichiara che è necessario arrestare la violenza contro le donne

La violenza contro le donne e le ragazze è la sfida più importante che riguarda i diritti dell'uomo di questo secolo, in quanto coinvolge tutta la società:  condizione politica, sociale ed economica culturale e religione, dalla nascita alla morte, in tempo di pace così come in guerra: Le donne sono costrette ad affrontare la violenza che viene fatta loro dalla famiglia e dalla comunità Negli S.U.A.700.000 donne ogni anno ne cadono vittime.

Gramma.cu  - L’Avana 21.10.2005

Aumentati i crimini contro le donne in Guatemala, nel 2005

• Le organizzazioni femministe denunciano cifre molte più alte di quelle ufficiali.

Gli omicidi di donne in Guatemala sono aumentati dal 13% al 56%, dal 1999 ad oggi, come si può riscontrare da quando le autorità cominciarono a dividere per genere le statistiche dei crimini, hanno affermato fonti autorizzate.

Dati della Polizia Nazionale Civile - PNC – riferiscono che da gennaio a settembre del 2005 sono morte in forma violenta 473 persone di sesso femminile, ma le organizzazioni femministe sostengono che il numero è molto più alto.

La dimensione dei crimini ha portato all’invenzione della definizione “femminicidio” per questo gruppo di vittime, considerando che da gennaio del 2001 al luglio del 2005 sono state assassinate 1897 donne.

I gruppi umanitari sostengono che le autorità operano in modo poco effettivo per combattere la violenza, soprattutto in ciò che si chiama “Assassinio di genere”, che attribuisce i crimini a fatti interni alle famiglie e alle bande di giovani, dette maras.

Su 473 casi d’omicidio riportati in questi mesi del 2005, il 65% è avvenuto nei dipartimenti e il 35% nella capitale, con un aumento di 13 crimini rispetto allo stesso periodo del 2004, quando si denunciarono 527 casi di assassinio.

Un controllo realizzato dal Centro delle Informazioni del Guatemala – CERIGUA - partendo dalle informazioni quotidiane di cinque giornali locali, ha rivelato che dal 2003 sono aumentate anche le torture e la crudeltà contro le vittime.

Oggi sono sempre più le donne che subiscono violazione sessuali e poi vengono torturate, sequestrate e mutilate e a tutto questo si deve sommare la stigmatizzazione da parte delle autorità.

I familiari delle vittime hanno denunciato che la polizia e gli investigatori del Ministero Pubblico - MP – si mostrano indifferenti quando scoprono, per esempio, un tatuaggio sul corpo d’una morta, soprattutto se questa era una “lavoratrice del sesso”, ossia una prostituta.

Nel marzo scorso la Coordinatrice Nazionale per la Prevenzione della Violenza Familiare e contro le Donne - CONAPREVI - ha socializzato con le distinte entità del governo incaricate della raccolta delle denunce su questo tema.

Un solo foglio raccoglie i dati della vittima, la spiegazione del crimine, la forma di convivenza, la descrizione del fatto e le relazioni sull’istituzione che ha ricevuto la denuncia.

Tra le varie iniziative intraprese contro questi fatti di sangue, va segnalato il primo Dialogo Interparlamentare sulla Violenza contro le Donne, che s’è svolto in Messico nel mese di maggio scorso con le legislatrici di questo paese, di Spagna e Guatemala, con l’obiettivo di studiare e analizzare questi delitti.

Susana Villarán, Relatrice Speciale sul Diritto della Donna, della Commissione Interamericana dei Diritti Umanai - CIDH - ha visitato il Guatemala ed ha segnalato che lo scarso accesso alla giustizia e l’alto grado di impunità stimolano questi crimini contro le donne.

La Settimana Globale contro la Violenza Armata, che si è svolta in giugno, è servita a far sì che l’Istituto d’Insegnamento per lo Sviluppo sostenibile - IEPADES – presenterà la campagna “Mani senza armi, mani senza violenza” a beneficio di donne e bambini.

Il Ministero Pubblico ha abilitato nell’agosto scorso cinque agenzie nella Procura, nel dipartimento dei Delitti contro la Vita. Due agenzie servono per ricevere le denunce degli abusi contro le donne e soprattutto dei “femminicidi”. 240 casi sono divenuti noti dal settembre del 2004 grazie a queste entità. (PL).

GUATEMALA - Aumentano gli omicidi delle donne 

Fra 2001 e 2004, oltre 1.188 donne e ragazza guatemalteche sono stati assassinati brutalmente. La crudeltà messa nelle violenze sessuali spesso confluisce nell'omicidio di molte giovani donne. Ad alcune vittime è stata tagliata la gola, o sono state picchiate a morte, altre sono state assassinate con arma da fuoco. I loro corpi mostrano i segni della violenza, della tortura, della mutilazione e dello smembramento. Molte delle vittime sono state rapite e segregate per ore e persino per giorni prima di essere uccise.

MESSICO - Le donne messicane chiedono aiuto, per ottenere giustizia.

Hilda rappresentante del Solis ed il senatore Jeff Bingaman ha rintrodotto le risoluzioni sugli omicidi di quasi 400 donne giovani in Juarez ed in Chihuahua, nel Messico. Entrambe le risoluzioni aiuteranno a prendere consapevolezza sull'aumento della tragica violenza contro le donne messicane e potranno contribuire affinché le autorità cerchino di fare giustizia.

L'organizzazione umanitaria chiede aiuto e sostegno per questa giusta lotta. 

COLOMBIA - E' necessario fermare  la violenza contro le donne colombiane

In Colombia, la violenza sessuale diffusa è una parte integrante del conflitto in atto. Tutti quelli che da oltre 40 anni partecipano a questo conflitto:  le forze di sicurezza, i paramilitari, l'esercito e i sostenitori dell'esercito, seguono lo stesso stereotipo e commettono indistintamente crimini sessuali.

I paramilitaries ed i FARC in particolare perseguitano anche le persone a causa del loro orientamento sessuale, poiché sospettano che esista il pericolo di infezione con HIV.

COLOMBIA Protezioni di diritti dell'uomo delle donne di sostegno in Colombia!

In Colombia, le donne che cercano di rivendicare i propri diritti, subiscono intimidazioni e violenze fino alla morte.  Vengono attaccate da tutte le parti in conflitto interno.

Nel mese di ottobre del 2003, Esperanza Amaris Miranda, un membro dell'organizzazione popolare delle donne in lotta (OFP), che svolge da oltre 30 anni, campagne per rivendicare i diritti violati delle donne, è stato rapita ed assassinata da tre uomini armati.

attiviste colombiane protestano per i continui abusi che le donne subiscono

colombiane in un centro di recupero per ragazze che hanno subito violenze

le mamme messicane protestano per il rapimento e l'assassinio delle loro figlie

 

AMERICA LATINA -  NICARAGUA - 25 febbraio 2003

Violentata a nove anni: potrà abortire?

Il drammatico caso di una bambina di nove anni, violentata da un giovane di 23 e rimasta incinta, sta dividendo il Nicaragua, dove l’aborto terapeutico è previsto solo in caso di pericolo di vita per la madre. I genitori della bimba hanno dichiarato subito di essere favorevoli all’interruzione della gravidanza, ma nella vicenda è intervenuta pesantemente la Chiesa, nella persona del cardinale Obando y Bravo, contrario a qualsiasi ipotesi di aborto.

Dopo aver esaminato la bambina, che a causa dello stupro ha contratto anche una malattia venerea, una commissione medica ha concluso: “La niña corre el riesgo potencial de sufrir daño severo, incluso la muerte en cualquiera de las dos alternativas” (aborto o prosecuzione della gravidanza, nel qual caso la giovane può arrivare anche a morire per i problemi di salute che le sono derivati dalla malattia trasmessale dal violentatore).

Il violentatore è stato arrestato in Costa Rica, paese di cui è cittadino.

ARGENTINA - Il caso di Romina Tejerina divide il paese neolatino

Argentina: madre per forza diventa omicida

In una nazione da Terzo Mondo, erroneamente considerata civile, dove l’aborto è illegale, una ragazza uccide il frutto di una violenza carnale. Ergastolo per lei, libertà per il suo violentatore. La vergogna di un Governo complice e maschilista.

 

Dal 2002 l’Argentina è divisa in due da un caso di omicidio tra i più delicati della storia del paese. Una ragazza costretta alla maternità da una violenza carnale uccide la bambina appena partorita nel bagno di casa. Omicida o vittima della società? Il caso di Romina Tejerina sconvolge le coscienze argentine, chi si schiera dalla parte della difesa, per la maggior parte donne, organizza manifestazioni per la sua liberazione, gridando al governo che la donna argentina è schiava della società, che negando il diritto all’aborto nega alla donna la libertà di essere tale, e di scegliere se essere madre.

L’incubo per questa ragazza diciannovenne inizia il 1 agosto del 2002. Pocho Vargas un uomo di 38 anni, vicino di casa di Romina, aggredisce la ragazza costringendola a salire sulla sua auto. Qui la costringe ad un rapporto sessuale forzato, atroce e doloroso per la ragazza che dichiarerà poi essere stata deturpata della sua verginità. Dopo lo stupro Pocho Vargas si dà alla fuga.
Ana M. Fernandez del Centro Attenzione alle Vittime delle Aggressioni Sessuali di Madrid, spiega che quando una donna viene assalita, il fattore sorpresa ha un effetto paralizzante che impedisce alla maggior parte delle donne di reagire. Colta di all’improvviso, per di più non da uno sconosciuto ma da un suo vicino di casa, la ragazza è costretta a ciò che di peggio può accadere ad una donna, essere privata della propria dignità, della propria intimità, essere violate nel centro della vita e della femminilità.
Nessuna violenza può essere peggiore di quella che una donna subisce sul proprio corpo e sulla propria psiche, una violenza che passati i segni fisici rimane cicatrizzata nell’anima, e non va mai più via.
Ma l’orrore e la vergogna dello stupro non sono finite per Romina. Dopo poco scopre di essere incinta. Romina non vuole tenere il bambino che cresce dentro di sé. Le ricorderebbe sempre la violenza subita, il volto del suo carnefice, la sua innocenza ancora di bambina strappata per sempre, e nessun istinto materno potrebbe mai cancellare quel terrore. Ma per legge, non può abortire. L’aborto è vietato, è la legge di un governo che fa finta di niente, preferendo far morire le donne che abortiscono con metodi primitivi e barbari piuttosto che rendere legale una operazione in un ospedale che ne salverebbe molte. L’importante per questo governo è chiudere gli occhi e ignorare ciò che succede. La ragazza cerca di abortire illegalmente in tutti i modi senza riuscirci, ma così facendo anticipa il giorno del parto. La bambina nascerà infatti settimina, nel bagno di casa della madre ed avrà breve vita, perché la madre appena l’avrà data alla luce, la ucciderà.
Uccidere una creatura al suo primo respiro di vita è una cosa atroce, ma è stata davvero solo la madre ad ucciderla?
Romina viene accusata e processata per omicidio. Invano denuncia la violenza subita perché proprio i vari tentativi di aborto sono la sua condanna. Infatti per la corte il periodo della violenza non coincide con il periodo di concepimento della bambina, questo perché la bambina è nata due mesi prima, ma ciò basta alla corte per mettere a tacere l’accusa di stupro, che come molte altre in Argentina viene accantonata e ignorata. L’accusa spinge sul fatto che la ragazza ha più volte tentato l’aborto e quindi era già decisa ed intenzionata ad uccidere la bambina, mentre la difesa tenta per la non punibilità della ragazza, e di portare l’accusa non sull’omicidio, ma sull’intenzione all’aborto, illegale in Argentina , ma scontabile con una pena sicuramente minore di quella per accusa di omicidio. Il 10 luglio 2003 si organizza una conferenza a cui partecipa un notevole gruppo di persone che sostengono Romina, lo scopo di questa conferenza è eleggere come esempio questo caso per migliorare la condizione di molte altre ragazze che dopo Romina potrebbero essere vittime di violenza e costrette a gesti folli e contro natura. Si chiede la libertà per questa ragazza vittima della società che ignora i diritti delle donne. Ma Romina non viene liberata. Deve pagare la sua colpa ma non le viene concessa nemmeno la possibilità di riscattarsi della violenza subita. Infatti, nel novembre 2003 Pocho Vargas non è più indagato per mancanza di prove certe. La difesa aveva richiesto una nuova autopsia della bambina per accertare l’età del feto. L’autopsia avrebbe determinato il tempo di gestazione mediante lo studio del sistema nervoso centrale. Ma la richiesta è respinta, ignorata, negata. Per il giudice esiste solo questo: non coincidono i periodi del concepimento e della violenza, e quindi non c’è stato nessuno stupro. Prima del processo finale Romina è sottoposta ad un esame mentale obbligatorio per accertare che l’imputata sia in grado di sopportare l’atto processuale. Il risultato mostra grande cinismo nell’attribuire a Romina la piena coscienza nel momento dell’omicidio. Il 17 agosto 2004 migliaia di persone, per la maggior parte donne provenienti da ogni parte del paese hanno manifestato a Rosario per il diritto della donna all’aborto e per chiedere la libertà di Romina. Il 4 febbraio 2004 la condanna definitiva per Romina è emessa dal giudice Juàrez. Romina è condannata a pena perpetua per l’omicidio di sua figlia nelle sue piene capacità di intendere e di volere.
E’ vero che l’omicidio c’è stato, una bambina è stata privata della libertà di vivere, di vivere in una società dove non sarebbe stata mai ascoltata, e dove sarebbe stata ignorata, ma comunque di vivere. Romina non è innocente, ma non è neanche colpevole. La sua mano è stata guidata dalla disperazione, dalla vergogna, dalla paura di ricordare per sempre la violenza. Se si fosse data la possibilità alla ragazza di poter abortire, non sarebbe successo tutto questo. L’aborto è una scelta individuale, tante donne sono contrarie, per ragioni di fede, o umane, ma proprio perché soggettiva, la scelta deve essere libera. E se è vero che una madre che uccide una figlia deve essere condannata, perché un uomo che spegne l’anima di una donna, con uno stupro, e la costringe a questo gesto efferato non deve essere condannato? Perché in così tante parti del mondo la donna è sempre la sola colpevole?

LA DONNA NEL MONDO è un sito che offre uno spettro discreto sulla violenza contro le donne nel mondo

CONGO - Crimini di guerra contro le donne nella Repubblica democratica del Congo

Durante cinque anni del conflitto nella Repubblica democratica del Congo, i migliaia delle donne e delle ragazze, sono state violentate o uccise dai guerriglieri e dai militari e tutti hanno beneficiato dell'impunità.

Un esempio è la situazione di Kavira Maraulu da Mangangu che violentata un soldato e poi rapita da soldati di un vicino accampamento militare, non ha mai ricevuto un rimborso per i danni subiti e non ha visto i suoi aggressori essere messi di fronte alla giustizia.

SWAZILAND  - Alle autorità viene chiesto di proteggere le donne dalla violenza domestica e da HIV/AIDS

Nello Swaziland, le donne e le ragazze soffrono continuamente di violenza domestica e sessuale indiscriminata, anche in questi casi non esiste distinzione fra ceti sociali, ed economici.

Il HIV/AIDS ha ormai raggiunto livelli di pandemia ed ha  un effetto devastante sulle donne e sulle ragazze.

Il programma di sviluppo di Nazioni Unite ha concluso nel 2002 che "la maggior parte delle abitudini e delle pratiche culturali [nello Swaziland]. genera la  vulnerabilità delle donne fino a contrarre HIV/AIDS ".

MOZAMBICO -  Moltissime donne vengono sfregiate in Mozambico

In Mozambico, ogni giorno, le donne che vogliono affermare il proprio diritto di scegliere subiscono le violenze più dolorose, quelle che bruciano la dignità oltre che la bellezza. Gli uomini le corteggiano, ma se loro rifiutano,vengono sfigurate con l'acido solforico.

Anche l'indifferenza devasta e fa male come l'acido. Ecco perché aiutare queste donne significa fare della solidarietà l'arma più forte contro chi le ha sfigurate, uomini che pretendono amore e distribuiscono morte. Chi ha deturpato il viso di queste donne aveva uno scopo preciso: emarginarle, devastarle tanto da renderle repellenti allo sguardo.

Pakistan - orrori quotidiani dal mondo islamico - 24 giugno 2005
Il teatro del macabro episodio
è Mohammad pur, villaggio pachistano.
I protagonisti una famiglia come tante.
La coppia è separata e come da usanze islamiche la figlia resta in affidamento al padre, per cui la moglie si reca in visita per trovarla.
Subito viene aggredita dal suocero, dal marito, dal fratello e da un paio di altri uomini, che la incatenano, poi durante la notte la portano in riva al fiume e lì le infliggono la punizione che dovrebbe servire a "lavare l'onore" del marito, poiché si ritiene che la donna viva in promiscuità, con altri uomini.
Su denuncia della famiglia di lei la polizia svolge indagini e la trovano così mutilata in casa dell'ex marito, che le aveva inferto la macabra e terribile punizione. Le autorità assicurano che lui non la passerà liscia, perché non si può trattare così una donna.
Le donne pachistane vantano un primato, possiedono uno dei più alti tassi di suicidi e li attuano dandosi fuoco, per sfuggire all'orribile sorte che tocca loro in vita, accompagnandosi a uomini che sanno che le renderanno schiave, trattate peggio degli animali di laboratorio.

Kurdistan Iraniano 30.8.2005 - Portare il chador non è una scelta libera delle donne

 

La triste storia di una ragazzina curdo-iraniana, raccontata dal fratello, che ora vive in Inghilterra: "Mia sorella si è data fuoco perché non voleva indossare il velo" . Come si sa, nella Persia di Ciro e Dario governano un gruppo di fanatici islamici, i quali obbligano TUTTE le donne ( anche le straniere, o le turiste ) ad indossare il velo. Questa coraggiosa ragazzina di 14 anni non lo voleva indossare, ma siccome sapeva a cosa andava incontro, ha preferito darsi fuoco. Il velo è considerato dalla stragrande maggioranza delle iraniane, come un simbolo di oppressione e di schiavitù. Molte lo hanno addirittura bruciato durante manifestazioni contro il regime.

 

 

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