PALESTINESI LE VERE PERSECUZIONI CHE SUBISCONO PROVENGONO DALLE AUTORITA’ PALESTINESI E DAGLI ISLAMICI DI ALTRE NAZIONI

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mappa della Palestina, secondo il progetto delle autorità palestinesi, da notare la totalecancellazione di Israele

mappa della Palestina, secondo il progetto delle autorità palestinesi, da notare la totalecancellazione di Israele

   Ho deciso di pubblicare questi due articoli perchè sono stanca di leggere sempre e soltanto informazioni false o faziose sulle persecuzioni che i palestinesi subirebbero per colpa degli israeliani, pubblicate esclusivamente da giornalisti accecati dal loro personale odio contro gli ebrei. Inoltre sono anche molto stanca di vedere che l’ONU e alcune associazioni a lui affiliate siano capaci soltanto di emettere risoluzioni contro Israele, arrivando persino a cercare di cancellarne la storia.

Per quanto riguarda le reali condizioni dei palestinesi le notizie che non vedono coinvolta Israele, vengono completamente ignorante, taciute e persino l’ONU fa finta di nulla, sulle reali e purtroppo attualissime persecuzioni che i Paesi islamici mettono in atto contro i non islamici e arrivano persino ad attuare persecuzioni contro gli stessi islamici, che però fanno parte di altre nazioni o appartengono a minoranze.

E’ chiaro che i due popoli palestinesi-israeliani siano in conflitto, visto le differenti religioni a cui si ispira la loro politica, e soprattutto l’odio e la minaccia continua di eliminare ogni ebreo in Medioriente perché l’islam ritiene che tutta la terra mediorientale sia di sua proprietà.  Se c’è una reale differenza fra ebraismo e islamismo è che l’ebraismo non perseguita e non cerca di distruggere i non ebrei, al contrario e soprattutto Israele dimostra di essere l’unica nazione veramente democratica in quella martoriata parte di Medioriente, che integra tutti, anche i palestinesi, ovviamente non quelli che fanno saltare autobus o assassinano le persone alle fermate dei mezzi pubblici o entrano nelle case degli ebrei massacrando intere famiglie o ancora che distruggono i reperti storici che sono la testimonianza del fatto che Isrtaele e gli ebrei su quella terra esistevano già millenni prima dell’avvento di Maometto e quindi dell’Islam.

Vi consiglio di leggere con attenzione questi due articoli che provengono dal GATESTONE INSTITUTE INTERNATIONAL COUNCIL perchè nessun giornale li pubblicherà mai e l’ONU ha la bocca cucita.  Buona lettura.

ADRIANA BOLCHINI – LISISTRATA  

 

La fortezza delle torture compiute sui palestinesi  di Khaled Abu Toameh 20 febbraio 2017 Pezzo in lingua originale inglese: Palestinians’ Fort of Torture Traduzioni di Angelita La Spada, tratto da GATESTONE INSTITUTE International policy council

poliziotto dell'autorità palestinese che attacca fisicamente  i manifestanti palestinesi

poliziotto dell’autorità palestinese che attacca fisicamente i manifestanti   palestinesi

  • Poiché gli abusi non sono compiuti dagli israeliani, notizie del genere sono noiose per questi giornalisti.
  • Hamas è un movimento islamista estremista che ritiene di non essere tenuto a rispettare il diritto internazionale e le convenzioni internazionali sui diritti umani. In effetti, il concetto di diritti umani proprio non esiste sotto Hamas nella Striscia di Gaza dove le libertà pubbliche, tra cui la libertà di espressione e di stampa, sono inesistenti.
  • Secondo quanto riferito, nel 2013, due detenuti palestinesi vennero torturati a morte nella prigione centrale di Gerico.
  • Un’organizzazione per i diritti umani con sede a Londra ha segnalato 3.175 casi di violazioni dei diritti umani, tra cui detenzioni arbitrarie, avvenuti nel 2016 per mano delle forze di sicurezza dell’Autorità palestinese (Ap), in Cisgiordania. Tra le centinaia di detenuti ci sono studenti e docenti universitari, così come insegnanti di scuola. Sempre nel 2016, le forze di sicurezza dell’Ap hanno arrestato anche 27 giornalisti palestinesi.
  • Purtroppo per loro, non fanno lo sciopero della fame in un carcere israeliano, dove azioni del genere suscitano l’interesse immediato dei media mainstream.
  • Molti intendono raccontare le loro storie. Ma chi è disposto ad ascoltarli? Non i governi occidentali, non le organizzazioni per i diritti umani, non i giornalisti. La maggior parte di loro cerca il male unicamente in Israele.

Mentre il presidente dell’Autorità palestinese (Ap) Mahmoud Abbas e i suoi amici erano occupati nelle ultime due settimane a mettere in guardia il presidente Trump circa il trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, sono emerse nuove notizie riguardo le brutali condizioni e le violazioni dei diritti umani in un carcere palestinese della Cisgiordania.

Notizie che però sono state insabbiate, insieme agli abusi, a favore dell’attenzione accordata alla retorica diretta contro l’amministrazione Trump. Tutto ciò che è stato detto da Abbas e dagli alti dirigenti dell’Autorità palestinese riguardo il possibile spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme è balzato alle cronache dei principali quotidiani e delle reti televisive di tutto il mondo.

A un certo punto, sembrava che i media mainstream dell’Occidente fossero interessati a evidenziare e gonfiare queste dichiarazioni, nel tentativo di spingere Trump ad abbandonare l’idea di spostare l’ambasciata a Gerusalemme. I giornalisti occidentali si sono precipitati a fornire spunti a qualsiasi funzionario palestinese che fosse interessato a minacciare l’amministrazione Trump.

Ma minacciare come? Lanciando avvertimenti che il trasferimento dell’ambasciata a Gerusalemme “distruggerebbe il processo di pace”, “metterebbe a repentaglio la sicurezza regionale e internazionale” e “farebbe precipitare l’intera regione nell’anarchia e nella violenza”. Alcuni funzionari palestinesi sono arrivati a dire che una mossa del genere verrebbe considerata un “attacco a tutti i palestinesi, gli arabi e i musulmani”. Hanno anche minacciato di “revocare” il riconoscimento palestinese del diritto di Israele ad esistere.

Purtroppo, però, mentre i funzionari palestinesi di tutto lo spettro politico hanno unito le forze per diffondere clamorose notizie nei media mainstream di tutto il mondo, le notizie sulle torture cui vengono sottoposti i detenuti palestinesi rinchiusi in una prigione dell’Ap non sono riuscite ad attirare l’interesse dei numerosi giornalisti che si occupano del conflitto israelo-palestinese.

Le torture che avvengono nelle carceri dell’Autorità palestinese e nei centri di detenzione non sono una novità.

Nel corso degli ultimi anni, i palestinesi si sono abituati a sentire storie terribili su quanto sta accadendo tra le mura di queste strutture. Eppure, poiché gli abusi non sono compiuti dagli israeliani, notizie del genere sono noiose per questi giornalisti.

Un palestinese che punta il dito contro Israele si assicura un orecchio comprensivo tra i giornalisti. Non è così per un palestinese che si lamenta delle torture perpetrate da coloro che conducono gli interrogatori o dagli agenti di sicurezza palestinesi. E peggio ancora, si accolgono le sue parole pensando: “Oh questi arabi, cosa ci si può aspettare da loro?”

Paradossalmente, sono i media di Hamas e dell’Autorità palestinese che pubblicano tali notizie. Le due parti segnalano regolarmente le violazioni dei diritti umani e le torture perpetrate nelle rispettive prigioni e nei centri di detenzione come parte di una campagna di calunnie che essi conducono l’uno contro l’altro da dieci anni.

I media affiliati a Hamas pullulano di notizie che documentano casi di tortura nelle strutture di detenzione dell’Ap, in Cisgiordania. Allo stesso modo, gli organi di informazione dell’Autorità palestinese sono sempre felici di sapere che ci sono palestinesi disposti a raccontare il calvario vissuto in un carcere di Hamas, nella Striscia di Gaza.

In sostanza, sia Hamas sia l’Ap, secondo le testimonianze e le segnalazioni, praticano la tortura nelle loro prigioni. Non gliene importa un accidente dei diritti dei detenuti e dei prigionieri ed entrambi si prendono gioco dei diritti umani internazionali. Ma poiché alle organizzazioni che si battono per i diritti umani, agli avvocati e ai parenti viene così spesso negato il permesso di visitare i prigionieri e i detenuti incarcerati da Hamas e dall’Autorità palestinese, non si possono ottenere informazioni di prima mano dai prigionieri stessi. Essi sono persone, che vengono torturate in prigione!

Tutto questo ha perfettamente senso, naturalmente: Hamas è un movimento islamista estremista che ritiene di non essere tenuto a rispettare il diritto internazionale e le convenzioni internazionali sui diritti umani. In effetti, il concetto di diritti umani proprio non esiste sotto Hamas, nella Striscia di Gaza, dove le libertà pubbliche, tra cui la libertà di espressione e di stampa, sono inesistenti.

E allora come spiega l’Autorità palestinese finanziata dall’Occidente, che da lungo tempo tenta di far parte di organismi internazionali come le Nazioni Unite, le sue sistematiche barbarie?

Da anni, l’Ap agisce come uno “Stato indipendente” che è riconosciuto da più di cento paesi. Come tali, i governi stranieri, soprattutto i contribuenti americani ed europei, hanno diritto o meglio l’obbligo di ritenere l’Autorità palestinese responsabile delle violazioni dei diritti umani e chiedere trasparenza e responsabilità. Questo diritto deriva dal fatto che l’Ap chiede di entrare a far parte della comunità internazionale ottenendo il riconoscimento di uno Stato palestinese. A meno che, ovviamente, la comunità internazionale non sia disposta ad accogliere un altro paese arabo che calpesta i diritti umani e pratica la tortura nelle sue prigioni.

La prova più evidente delle torture compiute in Cisgiordania è stata fornita da un documento postato su un sito web affiliato a Hamas. Il report mette in luce alcuni dei metodi di tortura utilizzati sotto l’Autorità palestinese da coloro che conducono gli interrogatori e offre informazioni precise sulle condizioni in cui versano i detenuti. Il rapporto si riferisce specificamente alla famigerata prigione centrale di Gerico, che è sottoposta al controllo di vari corpi di sicurezza dell’Ap.

Intitolato “La prigione di Gerico – Una Fortezza delle torture?”, il report descrive le condizioni all’interno del carcere, simili a quelle mostrate da quei film sensazionali che vengono trasmessi in tv per attirare l’attenzione degli spettatori.

Un palestinese che di recente è stato rilasciato dalla prigione centrale di Gerico avrebbe dichiarato che chiunque arriva nella struttura viene innanzitutto bendato, con le mani legate dietro la schiena, e poi picchiato a sangue da 5-10 agenti di sicurezza. L’uomo ha raccontato che una delle più comuni tecniche di tortura impiegate nel carcere dell’Ap viene chiamata posizione dello “shabah”, in cui un prigioniero viene appeso al soffitto per ore, con le mani ammanettate. Durante questo tempo, il detenuto viene picchiato su tutto il corpo, e se prova a muoversi o a cambiare posizione subisce un pestaggio più violento. A volte, lo “shabah” si svolge nei bagni del carcere.

Un’altra forma infame di tortura perpetrata nella prigione centrale di Gerico è la “falaka”, dove le vittime vengono picchiate sulle piante dei piedi con delle fruste. Un altro ex detenuto, che è stato identificato solo come Abu Majd, ha raccontato di essere stato sottoposto a sessioni di “falaka” che duravano diverse ore, percosso con tubi di plastica,. Talvolta, uno degli “interroganti” lo schiaffeggiava mentre veniva frustato sulle piante dei piedi.

Abu Majd ha anche detto di essere stato sottoposto a un altro famoso metodo di tortura, in cui gli veniva chiesto di “salire” su una scala inesistente su un muro. Poiché non esiste alcuna scala e il detenuto non può “salirci” sopra, viene punito con ripetute percosse.

Un altro ex detenuto ha raccontato di altri comuni metodi di tortura impiegati nel carcere di Gerico, come la privazione del sonno, le celle di isolamento ed essere chiusi in un piccolo armadio con l’aria condizionata a manetta. Oltre naturalmente alle violenze verbali e al costringere i detenuti a dormire sul pavimento senza materassi o coperte.

Secondo quanto riferito, nel 2013, due detenuti palestinesi vennero torturati a morte nella prigione centrale di Gerico, a cinque giorni di distanza l’uno dall’altro. I due furono identificati come Arafat Jaradat e Ayman Samarah.

All’inizio di questo mese, il padre di Ahmed Salhab, che di recente è stato rinchiuso dalle forze di sicurezza dell’Autorità palestinese nel carcere di Gerico, ha denunciato il fatto che la salute di suo figlio è stata seriamente danneggiata a causa delle torture subite. L’uomo ha detto che suo figlio soffre di dolori acuti dopo essere stato colpito alla testa dai suoi “interroganti”.

Stando alle notizie, nelle carceri palestinesi, i detenuti fanno lo sciopero della fame per protestare contro le loro condizioni di detenzione e le torture. Purtroppo per loro, non fanno lo sciopero della fame in un carcere israeliano, dove azioni del genere suscitano l’interesse immediato dei media mainstream.

Un’organizzazione per i diritti umani con sede a Londra ha segnalato 3.175 casi di violazioni dei diritti umani, tra cui detenzioni arbitrarie, avvenuti nel 2016 per mano delle forze di sicurezza dell’Autorità palestinese (Ap), in Cisgiordania. Secondo il rapporto, tra le centinaia di detenuti ci sono studenti e docenti universitari, così come insegnanti di scuola.

Il report ha rivelato che, sempre nel 2016, le forze di sicurezza dell’Ap hanno arrestato anche 27 giornalisti palestinesi.

I funzionari politici e le forze di sicurezza dell’Ap ritengono che questi report siano strumenti dell’attività di “propaganda” orchestrata da Hamas. Ma non occorre aspettare che Hamas racconti al mondo delle violazioni dei diritti umani e delle torture perpetrate dalle forze di sicurezza dell’Autorità palestinese. Tra le migliaia di palestinesi che sono stati rinchiusi nel corso degli ultimi due decenni nelle carceri e nei centri di detenzione sotto il controllo dell’Ap, molti intendono raccontare le loro storie. Ma chi è disposto ad ascoltarli?

Non i governi occidentali, non le organizzazioni per i diritti umani, non i giornalisti. La maggior parte di loro cerca il male unicamente in Israele. Eppure, una politica del genere favorisce la comparsa di un’altra dittatura araba in Medio Oriente. Per ora, gli abitanti di Gerico continueranno a sentire le urla dei detenuti torturati nella loro città. Il resto del mondo chiuderà gli occhi e le orecchie, e continuerà a far finta che tutto sia rose e fiori nel territorio governato da Abbas.

Khaled Abu Toameh è un pluripremiato giornalista che vive a Gerusalemme.

 

Palestinesi di Siria: Un anno di uccisioni e torture di Khaled Abu Toameh – 6 febbraio 2017 Pezzo in lingua originale inglese: Palestinians of Syria: A Year of Killings and Torture – Traduzioni di Angelita La Spada, tratto  da GATESTONE INSTITUTE International policy council

palestinesi che fuggono dal campo profughi di Yarmouk, nei pressi di Damasco, dopo i duri combattimenti del settembre 2015. (Fonte dell'immagine: RT video screenshot

palestinesi che fuggono dal campo profughi di Yarmouk, nei pressi di Damasco, dopo i duri combattimenti del settembre 2015. (Fonte dell’immagine: RT video screenshot

  • Secondo gli articoli pubblicati, le autorità siriane nascondono i corpi di più di 456 palestinesi che sono morti sotto tortura in carcere. Nessuno sa esattamente dove si trovino i cadaveri o per quale motivo le autorità siriane si rifiutino di consegnarli ai familiari.
  • I media mainstream sembrano preferire chiudere un occhio sulla difficile situazione dei palestinesi che vivono nei paesi arabi. Questa inadempienza danneggia innanzitutto gli stessi palestinesi e consentono ai governi arabi di portare avanti le loro politiche di persecuzione e repressione.
  • Resta da vedere se il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite rivedrà le sue priorità e indirà una riunione d’emergenza per discutere della campagna omicida contro i palestinesi in Siria. Forse questa emergenza prevarrà sulla questione della “costruzione degli insediamenti”, come argomento meritevole di una condanna mondiale.

Il 2016 è stato un anno difficile per i palestinesi. È stata dura non solo per quei palestinesi che vivono in Cisgiordania, sotto il regime dell’Autorità palestinese (Ap) o sotto Hamas, nella Striscia di Gaza. Quando gli occidentali sentono parlare di “situazione difficile” o di “sofferenza” dei palestinesi, immediatamente presumono che si parli dei palestinesi della Cisgiordania o della Striscia di Gaza. Raramente la comunità internazionale sa quello che accade ai palestinesi nei paesi arabi e questo perché è difficile accusare Israele delle loro sofferenze.

La comunità internazionale e i giornalisti mainstream sono a conoscenza solo di quanto accade ai palestinesi che vivono in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Naturalmente, la vita sotto l’Autorità palestinese e Hamas non è una passeggiata, anche se questa scomoda verità potrebbe essere piuttosto sgradevole da sentire per i giornalisti occidentali e le organizzazioni per i diritti umani.

Ad ogni modo, i media mainstream sembrano preferire chiudere un occhio sulla difficile situazione dei palestinesi che vivono nei paesi arabi. Questa inadempienza danneggia innanzitutto gli stessi palestinesi e consente ai governi arabi di portare avanti le loro politiche di persecuzione e repressione.

Negli ultimi anni, i palestinesi residenti in Siria sono stati protagonisti di storie orribili. Ma dov’è l’attenzione mediatica per i palestinesi di questo paese martoriato dalla guerra? Essi vengono uccisi, torturati, imprigionati e fatti sfollare. E l’Occidente sbadiglia.

A Gerusalemme e Tel Aviv, sono centinaia i giornalisti stranieri che si occupano di Medio Oriente. Eppure, si comportano come se i palestinesi vivessero solo in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Non hanno alcun desiderio di recarsi in Siria o in altri paesi arabi per parlare dei maltrattamenti e degli abusi perpetrati dagli arabi contro i loro fratelli palestinesi. Per questi giornalisti, gli arabi che uccidono e torturano altri arabi non fanno notizia. Ma quando i poliziotti israeliani sparano e uccidono un terrorista palestinese che alla guida di un camion si lancia contro un gruppo di soldati uccidendoli e ferendoli, i reporter occidentali si precipitano a casa dei familiari dell’attentatore per intervistarli e offrirgli la possibilità di esprimere la loro opinione.

Ma i palestinesi di Siria sono meno fortunati. Nessuno gli chiede cosa ne pensano della distruzione delle loro famiglie, delle loro comunità e della loro vita. E soprattutto non lo fanno le centinaia di corrispondenti che lavorano nella regione.

Secondo recenti reportage pubblicati da un certo numero di media arabi, “nel 2016, numerosi palestinesi residenti in Siria sono stati uccisi, torturati e sfollati”.

“L’anno scorso è stato un inferno per questi palestinesi e le gravi conseguenze non saranno cancellate per molti anni a venire. Nel 2016, i palestinesi di Siria sono stati sottoposti alle più crudeli forme di tortura e privazione da parte di bande armate e dal regime siriano al potere. È difficile trovare una famiglia palestinese in Siria che non sia stata colpita”.

Secondo questi articoli, le autorità siriane nascondono i corpi di più di 456 palestinesi che sono morti sotto tortura in carcere. Nessuno sa esattamente dove si trovino i cadaveri o per quale motivo le autorità siriane si rifiutino di consegnarli ai familiari.

Ancor più inquietanti sono le notizie secondo le quali le autorità siriane espiantano gli organi dei palestinesi morti. Le testimonianze raccolte da alcuni palestinesi rivelano che una banda collegata al governo siriano commercia gli organi delle vittime, compresi donne e bambini. Altri 1.100 palestinesi sono rinchiusi nelle prigioni siriane dall’inizio della guerra, più di cinque anni fa. Le autorità siriane non forniscono statistiche per quanto riguarda il numero dei prigionieri e dei detenuti né consentono ai gruppi per i diritti umani o al Comitato internazionale della Croce Rossa di visitare le prigioni e i centri di detenzione.

Nel rapporto più recente sul dramma dei palestinesi di Siria si legge che 3.420 palestinesi (455 dei quali sono donne) sono stati uccisi dall’inizio della guerra. Il report, pubblicato dal Gruppo di Azione per i Palestinesi in Siria rivela inoltre che circa 80.000 palestinesi sono fuggiti in Europa, 31.000 in Libano, 17.000 in Giordania, 6.000 in Egitto, 8.000 in Turchia e 1.000 nella Striscia di Gaza. Secondo il rapporto, 190 palestinesi sono morti per malnutrizione e mancanza di cure mediche, perché i campi profughi e i villaggi in cui risiedono sono sotto assedio da parte dell’esercito siriano e di gruppi armati.

Allarmati dall’indifferenza della comunità internazionale verso la loro tragedia, i palestinesi di Siria ricorrono ai social media per fare sentire la loro voce, nella speranza che i decisori politici occidentali o il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ossessionati come sono dagli insediamenti israeliani, possano prestare attenzione alle loro sofferenze. L’ultima campagna lanciata sui social media, intitolata “Dove sono i detenuti?”, fa riferimento al destino sconosciuto di quei palestinesi che sono scomparsi dopo essere stati arrestati dalle autorità siriane. Gli organizzatori della campagna hanno rivelato che, negli ultimi anni, 54 minori palestinesi sono morti sotto tortura nelle carceri siriane e centinaia di prigionieri e detenuti sono dispersi, dopo essere stati arrestati.

Da un altro report è emerso che dall’inizio della guerra civile oltre l’80 per cento dei palestinesi che vivono in Siria ha perso il lavoro e la propria attività. Inoltre, molti minori palestinesi sono stati costretti a lasciare la scuola e cercare lavoro per sostenere le loro famiglie.

Eppure, per la comunità internazionale e i media occidentali, questi dati e rapporti sono quantomeno noiosi. Ai paesi arabi non importa nulla dei palestinesi residenti in Siria che vengono uccisi, torturati e che muoiono per la fame. Nel mondo arabo, le violazioni dei diritti umani non fanno notizia. Quando un paese arabo rispetta i diritti umani, allora sì che questo fa notizia.

La leadership palestinese in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza è anche cieca alle sofferenze della sua popolazione che risiede nel mondo arabo, in particolare in Siria. Questi cosiddetti leader sono troppo occupati ad afferrarsi per la gola politicamente per preoccuparsi del benessere della loro popolazione, che è soffocata sotto i regimi antidemocratici e repressivi dell’Autorità palestinese e di Hamas. Questi leader si preoccupano più dell’intenzione del presidente Donald Trump di spostare l’ambasciata americana a Gerusalemme che della loro popolazione. Nelle ultime due settimane, Mahmoud Abbas e i suoi funzionari non hanno perso occasione per dire che il trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme innescherebbe tensioni in Medio Oriente. L’uccisione, la tortura e la rimozione dei palestinesi nei paesi arabi sembrano non attirare la loro attenzione.

Resta da vedere se il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite rivedrà le sue priorità e indirà una riunione d’emergenza per discutere della campagna omicida contro i palestinesi in Siria. Forse questa emergenza prevarrà sulla questione della “costruzione degli insediamenti”, come argomento meritevole di una condanna mondiale.

Khaled Abu Toameh è un pluripremiato giornalista che vive a Gerusalemme.

 

 

 

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