“80mila donne infibulate in Italia”: una violenza nascosta in continuo aumento

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Tra 70mila e 80mila le donne in Italia che hanno subito la pratica disumana della mutilazione dei loro genitali. Per la precisione sono più di 50mila le donne già presenti in Italia infibulate o mutilate nei loro Paesi di provenienza, a cui bisogna aggiungere più di 20mila di neo-cittadine italiane vittime di questa pratica e di alcune migliaia di donne richiedenti asilo.

trattamento disumano delle donne :violentate, infibulate, stuprate, umiliate, private della personalità e del diritto di vivere una vita umana accettabile

Questi sono i dati allarmanti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, dell’Unicef e del progetto “United to End Female Genital Mutilation” finanziato dall’Unione europea.

Il numero è in crescita visto l’elevato tasso di immigrazione da Paesi prevalentemente musulmani dove la mutilazione è praticata abitualmente.

Il numero esatto di donne infibulate o mutilate in Europa è ancora sconosciuto poiché la pratica barbara della mutilazione dei genitali avviene prevalentemente in comunità di immigrati da Paesi africani o del Medio Oriente spesso irregolari di cui le autorità non ne conoscono la presenza.

Secondo delle stime del parlamento europeo, la cifra di donne che hanno subito la mutilazione si aggira intorno alle 500mlia unità, ma a rischio ogni anno ci sarebbero oltre 180mila bambine.

L’istruzione gioca un fattore fondamentale nel prevenire questa pratica. Un rapporto dell’Oms rivela come “più le madri sono istruite, minori sono i rischi che le loro figlie vengano mutilate e più le ragazze frequentano la scuola, più acquisiscono consapevolezza, avendo l’opportunità di confrontarsi con persone che hanno rifiutato tale pratica”.

L’istruzione deve riguardare anche la questione religiosa perché se è vero che le mutilazioni genitali femminili avvengono in Paesi prevalentemente mussulmani, è altresì vero che l’islam e il Corano non menzionano mai l’infibulazione la cui origine si può ricondurre a delle pratiche animistiche che facevano credere che la mutilazione poteva essere garanzia di verginità (per cui le donne potevano essere vendute a un prezzo più caro), rendeva le donne più fertili (ma in realtà provoca una maggiore sterilità), e riduceva le morti prenatali (mentre è provato scientificamente che essa provochi notevoli complicazioni durante la gravidanza e il parto).

I numeri globali, seppur in diminuzione, sono preoccupanti. Tra 100 e 140 milioni le bambine, ragazze e donne in tutto il mondo che hanno subito una forma di mutilazione genitale e ogni anno 3 milioni di bambine e ragazze rischiano di essere vittime di questa crudele pratica.

L’Africa è di gran lunga il continente in cui il fenomeno è più diffuso, con 91,5 milioni di ragazze di età superiore a 9 anni vittime di questa pratica, e altri 3 milioni che ogni anno si aggiungono al totale.

In 7 Stati (Egitto, Eritrea, Gibuti, Guinea, Mali, Sierra Leone e Somalia) e nel Nord del Sudan il fenomeno tocca praticamente l’intera popolazione femminile. In altri 4 paesi (Burkina Faso, Etiopia, Gambia, Mauritania) la diffusione è maggioritaria ma non universale.

L’Italia e la comunità internazionale hanno adottato delle leggi per condannare chi pratica la mutilazione degli organi genitali femminili in tutte le sue forme con pene che vanno dai 4 ai 12 anni. Le mutilazioni sono “discriminatorie e violano il diritto delle bambine alla salute, alle pari opportunità, a essere tutelate da violenze, abusi, torture o trattamenti inumani, come prevedono tutti i principali strumenti del diritto internazionale,” le Nazioni Unite sanciscono.

Oltre alla legge ora è arrivato il momento di adoperarsi per dei seri e fitti controlli sui territori nazionali europei in tutte le comunità di immigrati provenienti dai paesi dove questa violenza viene perpetrata, al fine di garantire alle bambine e alle donne un futuro senza traumi psicologici e fisici derivanti da questa barbarità.

GLI OCCHI DELLA GUERRA

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