Fumo e specchi: Sei settimane di violenze al confine con la Striscia di Gaza

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  • La tattica di Hamas di utilizzare fumo e specchi per nascondere le proprie manovre sul confine con la Striscia di Gaza è la perfetta metafora di una strategia che non ha possibili scopi militari, ma cerca di ingannare la comunità internazionale criminalizzando uno Stato democratico che difende i propri cittadini.
  • Le Nazioni Unite, l’Unione Europea, le ONG, i responsabili governativi e i media – i principali obiettivi di Hamas – sono stati raggirati di buon grado. Ad esempio, il titolo di un articolo pubblicato dal Guardian, “L’uso della forza letale per intimidire le manifestazioni di protesta non violente da parte dei palestinesi”, travisa palesemente la realtà violenta che è dinanzi agli occhi di tutti. Allo stesso modo, la ong Human Right Watch afferma che siamo di fronte a un movimento che “afferma il diritto al ritorno riconosciuto dalla comunità internazionale ai palestinesi”.
  • In realtà, queste manifestazioni di protesta sono tutt’altro che pacifiche e non perseguono alcun cosiddetto “diritto al ritorno”. Piuttosto, sono operazioni militari attentamente pianificate e orchestrate, volte a sfondare i confini di uno Stato sovrano per compiere omicidi di massa nelle comunità adiacenti, usando i propri civili come copertura. Lo scopo è criminalizzare e isolare lo Stato di Israele.
  • Hamas intendeva raggiungere l’apice delle violenze al confine di Gaza il 14 o il 15 maggio, in coincidenza con il 70° anniversario della nascita dello Stato di Israele, l’apertura dell’ambasciata americana a Gerusalemme e l’inizio del Ramadan – una tempesta perfetta.

Dal 30 marzo Hamas orchestra violenze su larga scala al confine tra Israele e la Striscia di Gaza. Le violenze si sono intensificate in genere il venerdì, alla fine delle preghiere nelle moschee, quando abbiamo ripetutamente assistito ad azioni concertate che hanno coinvolto folle fino a 40 mila persone in cinque zone separate lungo il confine. In questo periodo, si sono inoltre verificati altri episodi di violenza e atti di aggressione, in cui si è ricorso all’uso di esplosivi e di armi da fuoco.

Una tempesta perfetta

Hamas intendeva continuare queste violenze fino al 14-15 maggio 2018. Il 15 è la data di commemorazione del 70° anniversario della “Nakba” (la “Catastrofe”), celebrata il giorno dopo la nascita dello Stato di Israele. Ma l’escalation della violenza ha avuto un picco di maggiore intensità il 14 maggio, nel giorno dell’inaugurazione dell’ambasciata americana a Gerusalemme. L’apice delle violenze è stato raggiunto nelle giornate del 14 e del 15, le quali oltre a coincidere con la Nakba e con l’apertura dell’ambasciata, segnano inoltre l’inizio del mese islamico del Ramadan, quando in genere la violenza aumenta in Medio Oriente e anche altrove.

Hamas aveva pianificato di mobilitare fino a 200 mila persone sul confine della Striscia di Gaza, ben più del doppio dei numeri registrati in precedenza. Hamas era inoltre determinato a istigare una violenza maggiore che in passato e a compiere significativi sconfinamenti in territorio israeliano. A fronte di tali sforzi era prevedibile che sarebbe stato elevato il numero di perdite di vite umane tra i palestinesi.

Oltre alla zona di confine, i palestinesi hanno previsto di condurre azioni violente anche a Gerusalemme e in Cisgiordania. Sebbene nell’intento originario il 15 maggio avrebbe dovuto segnare l’epilogo delle violenze di sei settimane al confine della Striscia di Gaza, di recente i palestinesi hanno dichiarato di non voler desistere dalle azioni aggressive per tutto il mese del Ramadan.

Pretesto e realtà

La violenza di Gaza è stata orchestrata con il pretesto della “Grande Marcia del Ritorno”, una manifestazione volta ad attirare l’attenzione su ciò che la leadership palestinese considera un diritto al ritorno del proprio popolo nelle loro abitazioni in Israele. L’intenzione dichiarata non è solo quella di manifestare, ma di sfondare in massa la barriera di confine e marciare in migliaia nello Stato di Israele.

L’affermazione del “diritto al ritorno” ovviamente non è in realtà l’esercizio di un tale “diritto”, il quale è fortemente contestato ed è in ogni caso oggetto di negoziati sullo status finale. Fa parte di una consolidata politica araba finalizzata a eliminare lo Stato di Israele e che naturalmente è stata sistematicamente respinta dal governo israeliano.

Il reale obiettivo delle violenze di Hamas è quello di continuare la strategia di lunga data volta a creare e intensificare l’indignazione internazionale, la denigrazione, l’isolamento e la criminalizzazione dello Stato di Israele e dei suoi funzionari. Questa strategia annovera la creazione di situazioni che costringono l’IDF, l’esercito israeliano, a rispondere ricorrendo all’uso della forza letale, in modo da essere visto come il responsabile dell’uccisione e del ferimento di “innocenti” civili palestinesi.

Le tattiche terroristiche di Hamas

Nel quadro di questa strategia, Hamas ha utilizzato una serie di tattiche che includono il lancio di missili da Gaza sui centri abitati israeliani e la costruzione di sofisticati tunnel di attacco sotto il confine della Striscia di Gaza, in prossimità dei vicini villaggi israeliani. Queste tattiche sono contraddistinte dall’utilizzo di scudi umani palestinesi – civili, spesso donne e bambini, che sono costretti, o si offrono spontaneamente, a essere presenti nei luoghi da dove vengono lanciati od ordinati gli attacchi oppure là dove si trovano i combattenti e le munizioni, in modo che la risposta militare israeliana comporti potenziali danni a questi civili.

In alcuni casi, anche nell’attuale ondata di violenze, Hamas mostra i propri combattenti come innocenti civili. Sono numerosi i falsi incidenti inscenati e filmati che pretendono di mostrare come i civili siano uccisi e feriti dell’esercito israeliano; e i filmati che riprendono le violenze perpetrate altrove, ad esempio in Siria, e fatte passare come violenze contro i palestinesi.

Qualche strategia, nuove tattiche

Dopo i razzi e i tunnel di attacco, utilizzati nei tre principali conflitti a Gaza (2008-2009, 2012 e 2014), così come in altri episodi più isolati, è stata messa a punto una nuova tattica che ha lo stesso scopo fondamentale. Si tratta della creazione di “manifestazioni” su larga scala associate ad azioni aggressive che portano all’uccisione e al ferimento di civili gaziani, nonostante gli strenui sforzi da parte dell’IDF per ridurre il numero di perdite tra i civili.

Per certi versi, questa nuova tattica è più efficace dei razzi e dei tunnel di attacco, perché gli obiettivi principali di queste attività – i leader politici, le organizzazioni internazionali (l’ONU, l’UE), i gruppi per i diritti umani e i media – trovano più difficile comprendere l’uso della forza letale contro quelle che vengono falsamente presentate come manifestazioni pacifiche paragonabili alle manifestazioni che si svolgono nelle loro città.

Come sempre, molti elementi di questi obiettivi principali si lasciano raggirare da questo stratagemma. Dall’inizio di questa ondata di violenza sono fioccate ferme condanne da parte delle Nazioni Unite, dell’Unione Europea e della Corte penale internazionale; ma anche da parte di molti governi e di organizzazioni per i diritti umani, tra cui Amnesty International e Human Rights Watch; senza parlare poi dei numerosi quotidiani e delle emittenti radiotelevisive. Le loro proteste accampano richieste di avviare inchieste internazionali su accuse di uccisioni illegali e di violazione del diritto internazionale umanitario e dei diritti dell’uomo da parte dell’IDF.

Le tattiche di Hamas sul campo

Le tattiche di Hamas in queste operazioni militari attentamente pianificate e orchestrate consistono nell’utilizzo di masse di manifestanti nei luoghi di confine in mezzo alle quali si nascondono i miliziani del movimento. Miliziani e civili hanno il compito di avvicinarsi alla barriera di confine per cercare di aprire un varco attraverso il quale entrare in Israele. I manifestanti hanno incendiato migliaia di copertoni di pneumatici per creare delle cortine fumogene destinate a occultare i loro movimenti in direzione della barriera di confine tra Gaza e Israele (e in modo alquanto inefficace hanno tentato di utilizzare degli specchi per accecare gli osservatori dell’IDF e i tiratori scelti). Hanno anche utilizzato pneumatici bruciati e bombe Molotov lanciandoli contro la barriera di sicurezza, che in vari punti consta di componenti in legno, per tentare di infiltrarsi.

Venerdì 4 maggio, circa diecimila palestinesi hanno partecipato a manifestazioni violente lungo il confine, centinaia di rivoltosi hanno vandalizzato e incendiato la parte palestinese del valico di confine di Kerem Shalom, punto di passaggio dei convogli umanitari. Hanno danneggiato i gasdotti usati per rifornire la Striscia di Gaza di gas e carburante. Questa azione distruttiva contro Kerem Shalom ha avuto luogo a due riprese. Lo stesso giorno, due tentativi di infiltrazione sono stati sventati dalle truppe dell’IDF in due luoghi differenti. Tre degli infiltrati sono stati uccisi dai soldati israeliani che difendevano il confine. In altri episodi, gli infiltrati sono stati arrestati.

Inoltre, Hamas e i suoi miliziani hanno utilizzato rampini, corde, tronchesi e altri arnesi per abbattere la barriera. Sono anche ricorsi all’uso di droni, fionde potenzialmente letali per lanciare pietre in direzione dei soldati, armi da fuoco, bombe a mano e ordigni esplosivi artigianali, sia per uccidere i soldati israeliani sia per infiltrarsi in Israele attraverso la barriera difensiva.

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