Guardia giurata massacrata da teppisti e abbandonata dallo Stato: “Invalido senza assistenza e pensione”

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di Antonio Menna – –  https://notizie.tiscali.it

Cosa accade quando si spengono i riflettori, quando le luci della cronaca non illuminano più il fatto che ti ha visto protagonista, quando si smorza anche l’indignazione popolare, così lesta a tenersi viva rinfocolata dagli slogan ma così disattenta giorno per giorno? Succede che quello che sta vivendo, oggi, la famiglia di Gennaro Schiano. Una storia allucinante, di mala burocrazia, di dolore in carta bollata, di solitudine nel dramma, di beffa, addirittura: sale sulla ferita, a cui non è consentito non solo di rimarginarsi ma nemmeno di smettere, per un po’, di pulsare.

La crudezza cinica

La storia della famiglia Schiano l’ha raccontata sul Corriere del Mezzogiorno, Fabio Postiglione, ed è emersa, nella crudezza cinica dell’Italia show, come vengano consumati e poi sputati anche le vittime più innocenti della violenza più brutale; anche quelle verso le quali si erano costruire catene solidali, appelli, cori di “vibrante protesta”, per poi lasciare soli, più che soli, abbandonati, desolati, due ragazzi, il loro papà, il dramma che da pubblico diventa privato. Quindi, senza nessuno.

Una guardia giurata

Gennaro Schiano, 64 anni, nel maggio scorso finì su tutti i giornali. Era una guardia giurata, in servizio di vigilanza presso la stazione della Cumana La Trencia, una di quelle che cuce l’area flegrea con la città di Napoli. Qui un diverbio con un ragazzino di Pianura, uno zainetto da spostare, una parola dopo l’altra, e l’aggressione del giovane sull’anziano. Un paio di colpi ben assestati e l’uomo si ritrova a terra col cranio fracassato e una emorragia cerebrale. Poche ore e finirà in coma. Per i due figli della guardia giurata, Francesco e Lina, comincia il calvario.

Meglio morto

“Se nostro padre fosse morto – dicono al Corriere del Mezzogiorno – per assurdo avremmo potuto superare prima il nostro dramma. Adesso lo vediamo spegnersi e questo disintegra ogni speranza di sopravvivenza in noi”. Due ragazzi in lacrime: lacrime di dolore, ovviamente, ma anche di rabbia. La guardia giurata, uscito dal coma, è rimasto paralizzato lungo tutta la parte sinistra, non riconosce chi gli è accanto, ha allucinazioni e una serie di infezioni. Le botte lo hanno percorso ben più di quel pomeriggio. Continuano a picchiarlo sul corpo inerme.

Bisogno di assistenza

L’uomo ha ovviamente bisogno di assistenza continua. Ma la clinica che lo segue sta per sospendere le cure. Ci vogliono tra i 500 e i 900 euro al giorno: tante le figure specialistiche che si susseguono accanto all’uomo, che peraltro non è autosufficiente e ha bisogno di infermieri. La famiglia, da sola, non ce la fa. L’Inail ha rifiutato il sostegno economico. “Nostro padre – raccontano i figli – secondo l’Inail non ha diritto perché era fuori dall’orario di servizio quando è stato aggredito e non vi sarebbe prova diretta che non sia stato lui stesso a provocare l’aggressione”. Una vera beffa. Una guardia ridotto in fin di vita da un ragazzino non può essere curata perché non “c’è la prova”. Cose all’italiana.

Pensione negata

Ma c’è di più: anche l’Inps, che dovrebbe riconoscere all’uomo l’invalidità in modo da erogargli assegni di sostegno, con cui poi i figli potrebbero curarlo, ha tempi biblici. Da maggio a oggi la pratica non si è mossa. Intanto i ragazzi aspettano. Il rischio è che debbano riportare il padre a casa, senza la possibilità di assisterlo adeguatamente, senza aiuti da parte di nessuno, in una solitudine che scarnifica.

La rabbia

Dentro il dramma, poi, c’è la rabbia. Il ragazzino che ha aggredito l’uomo di 64 anni è stato identificato. E’ un giovane che pratica arti marziali. E’ finito subito, invece che in carcere, agli arresti domiciliari. Ha ridotto un uomo in fin di vita, poi lo ha costretto a una vita da vegetale. Ma risponde non di tentato omicidio, di lesioni gravissime. Una bravata, insomma. Attende il processo a casa e alla fine se la caverà con poco. A maggio ha preso disciplinatamente il diploma. Ha compiuto diciotto anni. Rimane iscritto al Coni come atleta. “Almeno – dicono i figli della guardia giurata – lo espellessero e gli impedissero per sempre di praticare arti marziali”.

Il significato della parola giustizia

Invece, nemmeno quello. Un padre anziano ridotto come un bambino, due ragazzi giovanissimi costretti a crescere rapidamente, una difficoltà economica enorme solo per garantire cure, e la beffa di non vedere neppure punito adeguatamente il sospettato. Difficile ritrovare il significato della parola giustizia, di fronte a fatti come questi. “Nostro padre da quel giorno non esiste più – dice Francesco al quotidiano napoletano -, è morto, ha smesso di respirare l’8 maggio”. E’ morto ma non è morto, e il più grande dolore è costringere due figli quasi a pensare: peccato, avrebbe sofferto meno, avremmo sofferto meno.
Più di qualcuno dovrebbe provare vergogna.

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